Caro manifesto,
nel mio libro Guerre culturali e neoliberismo ho scritto una cosa molto semplice. Il tuo essere donna o il tuo essere una persona non-bianca non ti esenta dal dover vendere la tua forza lavoro a qualcun altro, né da essere vittima di processi estrattivi di plusvalore. Come tale la tua identità non ti pone fuori dalla classe, ma anzi rende diversa e ancora più dura la tua condizione di classe, perché il capitale si serve di stilemi culturali (patriarcato, razzismo, ecc.) per sfruttarti e opprimerti ancora più violentemente.
Mi rifacevo, fra le altre cose, a una notevole intuizione di Angela Davis: «Se i Neri subivano la brutalità del linciaggio, era perché la povertà li aveva resi il gruppo di lavoratori più vulnerabile di tutti». Mi pare una posizione logica, oltreché un invito a riunificare le lotte, all’interno di una classe (cioè di una posizione rispetto al capitale) che certamente non è omogenea, ma che struttura inevitabilmente la nostra soggettività e il nostro modo di vivere. Ecco che sono rimasto amareggiato quando ho letto sul manifesto quello che ha scritto Francesca Coin in un articolo dedicato a Minneapolis (usare un dramma per attaccare un libro…): «Il libro di Mimmo Cangiano Guerre culturali e neoliberismo si serve dell’inadeguatezza delle politiche di inclusione per delegittimare le lotte antirazzista, accusate di smorzare l’unità di classe».
Semplicemente non ho mai scritto niente del genere. Esiste effettivamente una tradizione rosso-bruna che sostiene che le lotte anti-patriarcali e anti-razziste servano a sfaldare l’unità di classe, ma questa tradizione non è la mia e non capisco a cosa miri Coin inserendomi al suo interno. Il mio scopo, come ho scritto, era appunto mostrare che le lotte femministe e anti-razziste sono lotte di classe. Ma, ahimè, viviamo nell’epoca della post-verità, o almeno nell’epoca di un drammatico abbassamento del dibattito culturale, dove anche un minimo di deontologia professionale è andato a farsi benedire.
Poi certo, Guerre culturali e neoliberismo non è un libro tenero verso quegli intellettuali, influencer e affini che hanno usato i discorsi femministi e anti-razzisti semplicemente per accrescere il proprio capitale simbolico, che si sono accomodati in un discorso appunto liberal e totalmente funzionale al mantenimento dello status quo. E capisco che il mio libro, come ogni libro marxista, sia fastidioso nel rammentare la natura inevitabilmente di mercato delle posizioni culturali, anche di quelle progressiste.
Dato il giudizio infondato, deve allora pensare che la battuta di Coin sia posizionale. E non mi stupirebbe a questo punto che stesse preparando il suo libro sulle «guerre culturali», ma se così fosse ci troveremmo in un caso da manuale di brand activism, cioè di ciò che Mark Fisher definiva «una mercificazione della sofferenza travestita da progressismo», e voglio sperare che non sia così.
Mimmo Cangiano
La risposta di Francesca Coin
Il libro di Cangiano è un tentativo di decostruire le cause della divisione politica dei nostri tempi. L’obiettivo è nobile, il problema è che sbaglia bersaglio. Nel suo libro, patriarcato e suprematismo sono due questioni culturali. Ignora che siano strutture di oppressione materiali, storiche e profondamente politiche, tipiche di una società che ancora crede che l’eguaglianza non sia un ordine naturale. Nel libro di Cangiano, questo sistema di oppressione non esiste. L’autore non lo vede, perché evidentemente non ha mai dovuto farne esperienza. E purtroppo, non lo approfondisce.
Il libro cita distrattamente la teoria critica della razza, il marxismo nero, e ignora quasi completamente il femminismo marxista. Parla di e non con, come spesso accade, quando si parla di letteratura subalterna. Lotte secolari per la sovversione di quest’architettura di oppressione vengono ridotte a polemiche futili che ruotano intorno alla parola identità – nella versione di Ben Shapiro, intellettuale di destra, e non in quella di Barbara Smith, rivoluzionaria nera – o vengono considerate come espressioni del «politicamente corretto».
Usando il lessico della destra, per criticarlo da sinistra, inoltre, il libro sbaglia bersaglio. C’è un attacco, in corso, riguarda in primo luogo le persone migranti, le donne e le persone non binarie, in altre parole tutte quelle comunità che vanno riportate al loro posto di dominate. È un attacco fatto di raid, di rastrellamenti e di deportazioni, ma anche dell’eliminazione giuridica di tutte le norme e degli anticorpi culturali contro la discriminazione che sono stati introdotti dal secondo dopoguerra. Il libro non si concentra su questo e mobilita un parterre di argomentazioni di destra per riproporle da sinistra. Un’operazione inutile, se non dannosa. Il problema della nostra società, oggi, non è il politicamente corretto. È il tentativo di ricostruire un ordine sociale darwinista, fatto di supremazia bianca e di libero mercato. In passato, la destra è riuscita a vincere facendo appello al razzismo e alla misoginia, per reclutare una parte della classe lavoratrice bianca contro le donne e le persone migranti. Lo sta facendo anche oggi, con le guerre culturali di cui parla Cangiano. E questo appello funziona, lo vediamo nei sondaggi che ci spiegano come gli uomini tendano a orientarsi verso posizioni conservatrici mentre le donne si spostano verso sinistra.
Il problema sta nella funzione che il libro svolge, a prescindere dall’intenzione dell’autore. Quando Cangiano scrive, riferendosi a chi è «donna» o «persona non bianca» che «la tua identità non ti pone fuori dalla classe», sta parlando a una classe che non esiste. La classe, scriveva E. P. Thompson, «non è sorta come il sole al momento stabilito. Era presente alla propria creazione». Donne e migranti, lo vediamo in ogni manifestazione, sciopero, presa di parola e di posizione, sono già mobilitati, perché sanno che ne va della loro vita. Non sta a lui decidere a chi sia concesso farne parte. Sta a lui decidere se vuole farne parte.
Francesca Coin