In occasione della giornata internazionale del personale sanitario, la Federazione degli ordini dei medici è tornata a difendere gli otto medici indagati a Ravenna per le valutazioni sanitarie delle persone migranti a rischio di detenzione nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr). Secondo l’accusa, l’inidoneità alla detenzione era falsa. Il ministro delle Infrastrutture e segretario leghista Salvini ha già richiesto radiazioni e arresti in caso di condanna. Per i sanitari, invece, va rivista la procedura affinché la valutazione clinica possa «riguardare esclusivamente lo stato di salute dell’individuo e non costituire atto autorizzativo», come si legge nella mozione approvata dagli ordini. Sin dall’inizio il presidente della Federazione, Filippo Anelli, ha ricordato il rischio della criminalizzazione dei sanitari. «Non è una questione nuova. Una denuncia simile era stata fatta già nel 2024. Il problema è la sovrapposizione tra atto medico e amministrativo».
Come opera il medico in questi casi?
Il professionista stabilisce se la detenzione in un Cpr comporti un rischio per la salute partendo da anamnesi, esami obiettivi e diagnosi specialistiche. È il codice che ci impone di tutelare la salute, in special modo per i più fragili. Ma questo atto diventa automaticamente la decisione sulla detenzione in Cpr. Noi chiediamo che venga modificata la direttiva del Viminale che regola gli ingressi nei Cpr affinché la sovrapposizione finisca.
Forse il problema si ripresenta perché è strutturale. La società di medicina delle migrazioni sostiene che «nessuno può essere considerato idoneo a esservi rinchiuso».
Che nei Cpr ci si ammali e aumenti la probabilità di suicidio è dimostrato da dati oggettivi. I medici nella loro valutazione devono tenerlo in considerazione. L’importante è che nella valutazione sia garantita l’indipendenza da altri poteri dello Stato.
Serve una nuova legge?
Non ce n’è bisogno. L’articolo 32 della Costituzione tutela l’individuo e nel tempo si è stratificato il riconoscimento che il diritto alla salute appartiene all’essere umano. Così come si è consolidata una giurisprudenza secondo cui l’atto medico preveda l’autonomia del professionista, la sua indipendenza e le responsabilità che ne derivano.
Però erano stati proprio i medici a chiedere l’istituzione di posti di polizia negli ospedali contro le aggressioni.
Nessuno vuole militarizzare la sanità. Peraltro, gli ultimi provvedimenti di legge stanno funzionando abbastanza bene anche se le aggressioni non si sono esaurite. In ogni caso non c’è contraddizione perché il medico garantisce le cure persino all’aggressore. Spesso sono le difficoltà organizzative a mettere contro i medici chi pensa di risolvere i propri problemi con la violenza.
I medici di Torino hanno denunciato le pressioni della polizia sui manifestanti pro Askatasuna che si sono recati in pronto soccorso. Anche negli Usa i medici protestano contro i rastrellamenti dell’Ice, che tengono i migranti lontani dagli ospedali. Il conflitto tra sicurezza e salute è un progetto delle destre?
Non credo a un legame pianificato tra Trump e Meloni ma è davanti agli occhi di tutti che si tratti di governi con sensibilità vicine. Tra salute e sicurezza però non c’è conflitto. Garantire la salute di tutti è interesse collettivo come scritto nella Costituzione. L’accoglienza produce pace, la presa in carico del cittadino produce stabilità e benessere. Al contrario, i conflitti sociali sono il presupposto dei conflitti tra gli Stati. Per questo definisco i medici i primi «costruttori di pace». Dalla politica, di qualunque colore, mi aspetterei maggiore rispetto per i medici che, come i poliziotti, rappresentano le istituzioni.
Ieri a Napoli è morto il piccolo Domenico, il bambino destinatario di un cuore danneggiato. Anche in questa vicenda c’è stato il rischio di strumentalizzazioni politiche.
Ho fatto un appello alla moderazione. Il sistema delle cure viene portato avanti da persone che, in quanto tali, possono sbagliare. Quando accade, è sempre una tragedia. Quanto accaduto deve insegnarci ad essere ancora più precisi e a perfezionare i protocolli. Ho profondo rispetto per una mamma che in un momento di dolore simile chiede di sostenere le associazioni per le donazioni di organi. Una lezione di grande civiltà per tutti.