Educazione bene pubblico. Fuori dalla logica dei bandi

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Sergio Brasini

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May 25, 2026, 2:10:52 PM (3 days ago) May 25
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https://www.editorialedomani.it/idee/cultura/educazione-bene-pubblico-rompere-la-logica-dei-bandi-jabjz0tq

di Alberto Contu e Michele Arena

Educazione bene pubblico. Fuori dalla logica dei bandi

I bandi delle fondazioni, i bandi dei ministeri, i bandi del Pnrr per le scuole. Più che creare narrazioni di successo sui progetti sociali, andrebbe rimessa in discussione tutta la logica dei bandi e degli appalti per iniziare a dirci in modo trasparente che le risorse che sono messe a gara sono sempre insufficienti

Se sei in una condizione di povertà e non hai una casa o frequenti una scuola dove la tua lingua non è riconosciuta, oppure sei costretto a lavorare mentre stai finendo le superiori o hai altri fattori che ormai le scienze sociali dicono che sono legati con un principio di causa effetto a un basso rendimento scolastico, quasi nessun progetto di contrasto alla povertà educativa interviene su questi fattori. I bandi che finanziano i progetti sociali infatti danno delle risorse per attivare cose come dei tutor, un doposcuola, un corso di italiano, magari un progetto creativo a cui partecipare che ti può permettere di lavorare sul costo emotivo che tutto questo comporta. Ma quasi mai intervengono sui problemi strutturali. Gli interventi educativi hanno un potenziale di riduzione del danno altissimo e intervengono su dei bisogni, ma non hanno quasi mai al centro una domanda più trasformativa e forse più emergenziale: che persone e “società” siamo e che persone e “società” vogliamo divenire? 
Negli ultimi anni sono spuntate grandi narrazioni educative che utilizzano termini che spesso a chi li abita finiscono per apparire vuoti o ingannevoli: termini come povertà educativa, comunità educante, o divari. Sono narrazioni che raccontano interventi e progetti di “successo” per la “resilienza” o l'empowerment degli “utenti” ma che aggirano la questione principale: sono le persone che devono essere cambiate perché devianti o problematiche o è il sistema che non va? È una domanda che rimanda al senso più alto della questione educativa e alla sua “utilità”. Senso che se condiviso dovrebbe modificare il significato di un’altra parola molto di moda nelle narrazioni narcisistiche del sociale, quella dell’innovazione. L’innovazione richiesta nei bandi rimanda a quella che Salvatore Cavaleri di Booq Palermo chiama «l’inutile fatica di essere creativi», perché è un’innovazione che aggira sempre la questione principale e che porta avanti la riproduzione del disegno capitalistico dove esistono “consumatori” e “utenti” che vengono visti quasi esclusivamente come portatori di disagio e a cui destiniamo miserie di welfare. 
La vera e necessaria innovazione è togliere l’educazione dalle logiche del mercato. Il lavoro nel terzo settore è un sistema che continua a fondarsi sullo stesso principio che crea le disuguaglianze: metto in mezzo poche risorse e creo meccanismi di gara a cui potranno accedere solo i più bravi e meritevoli. I bandi delle fondazioni, i bandi dei ministeri, i bandi del Pnrr per le scuole. Tutto è un bando, in qualsiasi regione di qualsiasi colore politico, in cui devi sperare di essere più bravo di un’altra cooperativa a scrivere il progetto; o a convincere che il problema che vuoi risolvere tu è peggiore di quello di qualcun altro. In modo da vincere e far finta che non ti importi niente del fatto che magari in un’altra cooperativa dovranno licenziare tre educatori e in quel quartiere magari non ci sarà un progetto per persone con disabilità. Perché i soldi li ha presi la tua organizzazione. 
Più che creare narrazioni di successo sui progetti sociali o al contrario inventarsi termini per rendere ancora più ampia la distanza tra un “centro educato” e il “margine povero educativamente”, andrebbe rimessa in discussione tutta la logica dei bandi e degli appalti per iniziare a dirci in modo trasparente che le risorse che sono messe a gara sono sempre insufficienti; che spesso generano progetti che lasciano fuori bisogni enormi, quelli di chi non vince; che creano servizi discontinui che finiscono all’improvviso (quando finiscono i soldi) lasciando famiglie e ragazzi da soli. Soprattutto che non costringono mai la società, la scuola, l’educazione, a uscire da logiche paternaliste e praticare forme di democrazia radicale con i ragazzi e le ragazze, con le persone. 
Il sintomo più evidente di tutto questo è la fuga dal lavoro sociale, un trend continuo ormai da anni perché questo tipo di welfare competitivo ricade sui lavoratori, ma più che altro sulle lavoratrici che lo abitano in numero molto maggiore, attraverso orari assurdi, retribuzioni insufficienti, banca ore infinita perché non esistono gli straordinari nei capitolati dei bandi, contratti precari e spesso senza ore di programmazione o supervisione per sostenere il carico di un lavoro di cura e relazione. 
Se come educatori e educatrici siamo consapevoli che la società educa molto di più di un qualsiasi progetto o doposcuola, dobbiamo comunque provare a promuovere nei nostri contesti pratiche di inchiesta sociale dal basso, con i bambini e le bambine, con gli e le adolescenti, con le loro famiglie. Per promuovere un’idea di società diversa, e costruire alleanze che mirino a un’alternativa possibile e che non si limitino a mantenere lo status quo
Ma allo stesso tempo la lotta da fare con forza non è quella tra di noi, ma quella di rivendicare e iniziare a nominare un'utopia che spesso non ci permettiamo nemmeno di sognare: un’educazione pubblica che faccia uscire dalla retorica dei “servizi” e dei “progetti” a compartimenti stagni dove vengono segregate intere categorie di persone per non essere viste dalla società. Un’educazione bene comune che stia dentro il sistema pubblico e non dentro il mercato del privato sociale.






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