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Farsa e vandalismo architettonico. La grandeur in stile nazi di Trump
L’abnorme progetto dell’Arco di Trionfo, le facciate pseudoclassiche, l’immagine reiterata ovunque, il “Giardino degli eroi”. È culto della personalità, ma anche una strategia commerciale: bistecche Trump, profumi Trump, false università Trump
Non sono cambiate soltanto le grandi lettere sulla facciata dell’edificio: qualcuno si è premurato perfino di modificare la scritta su un piccolo furgone della manutenzione, che ora recita “Trump Kennedy Center”. Ma la ridenominazione del Kennedy Center — il cuore culturale di Washington — è solo un tassello di una reinvenzione insieme caotica e sinistra. Durante una recente visita ho avuto la sensazione che la città offrisse una sequenza di contraddizioni inquietanti. C’è l’aspetto apertamente farsesco: un centro culturale Trump è credibile più o meno quanto lo era la “Trump University”. Ma ci sono anche gesti architettonici capaci di suscitare paura, che evocano il fascismo: come Hitler, dopo aver visto l’Arco di Trionfo a Parigi, decise di averne bisogno di uno molto più grande, così Trump sembra essersi lasciato ispirare dal monumento napoleonico. Il progetto è una forma di vandalismo visivo: non una distruzione materiale, come quella della East Wing della Casa Bianca, che molti ricordano con affetto perché da lì entrarono da turisti, ma un’aggressione simbolica allo spazio pubblico. Intanto, i membri della Guardia nazionale vagano senza una meta apparente lungo il National Mall, alcune parti del quale sono state chiuse dietro cartelli giganteschi che annunciano che Washington viene resa «sicura e bella».
La smania di Donald
La smania di Trump di lasciare il proprio marchio sull’ambiente costruito non è certo nuova. Poco prima del Natale del 2020, negli ultimi giorni della sua prima amministrazione, si era preso una pausa dalla promozione della Grande Menzogna sulla presunta vittoria elettorale per firmare un ordine esecutivo intitolato “Promuovere una bella architettura civica federale”. Quel provvedimento faceva del “classicismo” lo stile preferito per i nuovi edifici federali, fermandosi appena prima di mettere al bando il modernismo. Eppure molti degli edifici di Trump non sono affatto “classici”: all’esterno presentano piuttosto una forma scialba di modernismo, mentre all’interno ostentano una febbrile fantasia da nouveau riche di Versailles, quella che la critica Kate Wagner ha definito «rococò da concessionaria di provincia». Chiunque abbia visto le immagini degli interni della Trump Tower, o abbia osservato la trasformazione dello Studio Ovale dal gennaio 2025, non può non pensare a ciò che Peter York, nel suo libro esilarante e insieme terrificante sulle case dei dittatori, ha codificato come manuale d’uso del tiranno contemporaneo: «Fare tutto più grande», «puntare sulla riproduzione », adottare quello che il designer Nicky Haslam chiamò una volta lo stile «Louis-the-Hotel»: rendere tutto lucido e dare una vaga impressione di francesità. Come spesso accadde durante il primo mandato di Trump, anche il gesto sull’architettura sembrava dettato più dal desiderio di piazzare un fondale scenico per il consumo immediato del pubblico che da un piano coerente di lungo periodo. Il presidente ha usato spesso immagini caricaturali, apparentemente pensate per il pubblico televisivo, per convincere gli spettatori che fosse accaduto qualcosa di importante. Nel gennaio 2017, per esempio, una montagna di carte avrebbe dovuto “dimostrare” che lui, star della reality tv diventata immobiliarista, si era davvero separato dai propri affari. Questa logica degli oggetti di scena e delle impressioni di superficie è ancora visibile nella Washington sempre più trumpizzata di oggi: a cambiare sono soprattutto le facciate, e anche questo costituisce un inquietante parallelo con l’architettura nazista. Quest’ultima dava priorità alla necessità di sopraffare visivamente i visitatori della futura “capitale mondiale” di Hitler, Germania, più che al corretto funzionamento degli edifici dietro quelle facciate smisurate. È noto che Hitler avesse cercato, un tempo, di diventare architetto; meno noto è che fosse interessato soprattutto all’arredamento d’interni e alla scenografia, e che molti degli edifici progettati da Albert Speer funzionassero al meglio come fondali per una coreografia di masse uniformi e in uniforme. È dentro questa logica che sui palazzi del dipartimento della Giustizia e del dipartimento del Lavoro sono stati appesi striscioni con il volto torvo di Trump. Imprimere ovunque il suo nome e la sua immagine è dunque insieme il segno di un culto della personalità, pensato per creare uno sfondo intimidatorio, e il prolungamento di una strategia commerciale che Trump pratica da decenni: bistecche Trump, profumi Trump, sneakers Trump, una falsa università Trump, e così via. Apparenza über alles.
Ma, come accade più in generale per Trump 2.0 — a differenza del primo mandato — oggi esistono anche piani molto più coerenti per produrre un cambiamento destinato a durare. E c’è un personale politico, vicino al mondo Maga, determinato a realizzarli: in particolare la National Civic Art Society, che da tempo promuove l’architettura tradizionale come via verso “armonia” e “bellezza”. Gli striscioni potrebbero essere rimossi facilmente in caso di cambio di regime; e forse, come dopo la caduta di Mussolini gli italiani dissero basta con i balconi — simbolo del capo fascista che parlava dall’alto alle masse — anche gli americani potrebbero un giorno decidere: basta con gli striscioni. Trump e i suoi alleati antimodernisti, così devoti all’armonia, puntano perciò a una trasformazione permanente. Il presidente vuole costruire un’enorme sala da ballo alla Casa Bianca, con sotto un bunker — compreso un “ospedale all’avanguardia” — e sopra un “porto per droni” e spazi per numerosi cecchini. È previsto anche un “Giardino degli eroi”, popolato da statue di figure storiche che, a quanto pare, saranno inevitabilmente kitsch; e naturalmente un Arco di Trionfo con una statua alata dorata, vagamente simile alla Statua della Libertà, aquile e, già che ci siamo, leoni: un’iconografia che grida una parola sola, regalità.
Estetica del dominio
Nessuno di questi progetti ha una funzione reale diversa dalla glorificazione di Trump. Perfino la sala da ballo non fa che riprodurre il tipo di spazio che Trump ama a Mar-a-Lago, dove le folle possono essere accuratamente selezionate e trasformate in scenografia dell’adulazione.
E tuttavia questi progetti assolvono anche a un’altra funzione: creano vaste opportunità di corruzione. I donatori della sala da ballo possono restare anonimi, se lo desiderano. Mentre le vere funzioni di governo vengono sostituite da frivoli progetti del genere l’État c’est Trump, l’area attorno a quella che sta rapidamente diventando la Mar-a-Lago del nord si è trasformata in un enorme cantiere. Non solo l’immensa voragine dove sorgeva l’East Wing, prontamente definita dagli avvocati di Trump un “rischio per la sicurezza nazionale” per superare la resistenza dei tribunali alla costruzione di un nuovo edificio senza l’approvazione del Congresso; ma anche Lafayette Park, la cui ristrutturazione — ancora una volta nel nome di una Washington “sicura e bella” — è stata affidata a un appaltatore senza gare concorrenti e, a quanto pare, a un prezzo enormemente gonfiato. Come altri aspiranti autocrati — si pensi a Orbán — il governo aggira le normali procedure di appalto in nome dell’“urgenza” e di misteriose “emergenze”. Il risultato è che oggi nessun cittadino può avvicinarsi a quella che nei primi giorni della Repubblica era nota come “la Casa del presidente”. La situazione ricorda la riprogettazione, voluta da Orbán, della piazza davanti al parlamento ungherese: anche lì tutto venne presentato come il ripristino di un corretto senso della storia nazionale, ma con l’effetto collaterale di rendere impossibile, per un lungo periodo, la protesta in un luogo che era stato tradizionalmente uno spazio dell’opposizione.
“Vero popolo”
Non è insolito che gli aspiranti autocrati prestino un’attenzione speciale all’ambiente costruito. Gli edifici giganteschi segnalano che un regime è lì per restare e che gli avversari sono stati sconfitti; i grandi budget edilizi sono uno strumento eccellente per tenere soddisfatti i sodali. Gli stili prediletti — si pensi, per esempio, al gusto ottomano-selgiuchide promosso da Erdoğan — comunicano quale sia, secondo il leader, la lettura corretta della storia nazionale e indicano chi debba essere considerato parte del “vero popolo”, espressione cara ai populisti di oggi, Trump compreso. Altri aspiranti autocrati, però, sono più cauti nell’abbandonarsi al culto della personalità, o almeno evitano di renderlo così esplicito. Dopo tutto, vogliono conservare l’apparenza della democrazia; e, in ogni caso, concentrare tutta l’attenzione su sé stessi può ritorcersi contro quando un governo non se la passa troppo bene. Trump, con la sua curiosa miscela di frivola autopromozione e di estetica quasi fascista del dominio, non ha avuto invece alcuno scrupolo nel fare di sé il centro di tutto. Potrebbe presto trovarsi davanti al suo momento del “Ora basta con le sale da ballo”.