«La separazione della magistratura, congegnata dalla riforma, non è necessaria per attuare il giusto processo contemplato dall’art. 111 Cost., né fornisce alcun contributo alla risoluzione dei problemi che affliggono la giustizia penale italiana (primo fra tutti la durata irragionevole), non apparendo una terapia adeguata al nostro agonizzante processo penale». È solo uno dei punti fermi contenuti in un documento sottoscritto da 41 docenti universitari di Procedura penale contro la riforma Nordio.
Il testo è frutto di uno scontro all’interno dell’accademia italiana, causato dall’iniziativa del direttivo dell’Associazione tra gli studiosi del processo penale “Gian Domenico Pisapia”, che poche ore prima aveva diffuso un documento a sostegno della separazione delle carriere, senza consultare l’assemblea. Per il direttivo, la riforma tende «ad una più coerente e concreta attuazione del giusto processo penale». Una tesi infondata per i giuristi che hanno ritenuto di doversi dissociare dalla visione veicolata dall’Associazione.
«La modifica costituzionale rischia di portare a un mutamento genetico del pubblico ministero, destinato a configurarsi sempre più come organo schiacciato su mere istanze di repressione, e a un suo conseguente pericoloso rafforzamento», scrivono i docenti “ribelli”. «Questa involuzione del pubblico ministero è destinata a tradursi in un progressivo indebolimento delle garanzie per indagati e imputati (soprattutto non abbienti)». Non solo: «Lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura e l’introduzione del sorteggio secco per la componente togata rischiano di indebolire i presidi di autonomia e indipendenza, tanto dei pubblici ministeri, quanto (e forse soprattutto) dei giudici», si legge ancora nel documento che mette nel mirino anche le criticità legate alla composizione dell’Alta corte disciplinare introdotta dalla riforma Nordio.