Renzo Guolo (Università di Padova) - La strategia del regicidio. Ma così nessuno è al sicuro

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Sergio Brasini

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Apr 2, 2026, 1:28:20 PM (2 days ago) Apr 2
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La strategia del regicidio. Ma così nessuno è al sicuro

Uccidere il leader di un altro Stato è opzione finale, ma ora Usa e Israele hanno superato ogni tabù. La politica internazionale diventa quindi una dilatazione estrema dell’opposizione amico-nemico

Nell’attuale Era della Brutalità, la riflessione sull’impatto politico, militare, giuridico e etico, prodotto dall’eliminazione mirata dei leader politici nemici, resta una discussione tra esperti, affare di giuristi e diplomatici. 
Manca una riflessione più ampia sulle implicazioni legate a questa rischiosa opzione, non a caso praticata con relativa “moderazione” dal Secondo dopoguerra all’avvento del nuovo secolo. Dal 1976 al 2001, gli Usa avevano varato persino una restrittiva normativa in materia.

La svolta dei Duemila 
L’11 settembre cambia tutto. Nel mirino, però, sono leader di gruppi come Al Qaeda e Isis che si consideravano in guerra con l’America, più che i vertici dei cosiddetti “stati canaglia”. Quanto a Israele, introduce e legalizza l’”omicidio mirato” nel 2000, dopo la Seconda Intifada. È dunque la “guerra al terrore”, nelle sue diverse varianti, a “normalizzare” scelte prima escluse o limitate, e ora motivate dalla specifica natura del nemico e della sua particolare guerra asimmetrica. 
Negli Usa sono in particolare gli allievi del filosofo Leo Strauss, che si riconoscono nelle posizioni dei neoconservatori, a sostenere che le sfide esistenziali giustificano l’uso di mezzi extralegali. 
Che questa svolta avvenga nel primo quarto di secolo non è casuale. È il periodo in cui si acutizza la percezione che il disordine mondiale post- bipolare imponga decisioni unilaterali e drastiche, che se la lotta è contro un “nemico” esistenziale, sono obiettivi legittimi anche i vertici politici dei paesi che lo incarnano. Lo zeitgeist, spirito del tempo, eleva così la contrapposizione amico/nemico a regola aurea della politica. 
Distinzione ormai classica, quella introdotta da Carl Schmitt, fondata sulla constatazione che un conflitto, tanto più se dilatato al massimo grado di intensità, non può venire deciso né da un sistema di norme prestabilite, né dall’intervento di un terzo “disimpegnato“ e perciò “imparziale”. 
Convinti sostanzialisti, i fautori del targeted killing – l’uccisione mirata – non hanno alcuna necessità di inquadrare giuridicamente il fenomeno, come invece cerca di fare con il suo “paradigma delle ostilità” un giurista come Nils Melzer, impegnato a mettere a punto categorie capaci di colmare le lacune nel campo nel diritto internazionale dei diritti umani o nel diritto internazionale umanitario, discipline restie a normare l’inconcepibile. 
Per i sostenitori delle eliminazioni mirate è inutile rifarsi a un cavilloso quadro normativo: ciò che conta è la decisione, la volontà politica. 
Concezione, questa, dilatata sino al superamento dell’ultimo tabù: colpire un capo di stato, un premier o una guida riconosciuta costituzionalmente come tale. Interdetto che, in precedenza, trovava motivazione nell’intento di non esacerbare, e rendere così non negoziabili, i conflitti.

Nessuno al sicuro 
Oltre che nella cautela legata alla scelta di non compiere azioni destinate a tradursi in punitive nemesi. Se si uccidono personalità di quel rango, niente esclude che in futuro anche il leader del paese che ha colpito possa diventare un bersaglio. 
Nessuno può più sentirsi sicuro dopo aver varcato quella soglia: con tutti i riflessi che ne possono derivare anche a livello diplomatico. Il caso del presidente venezuelano Maduro, catturato e portato fuori con la forza dal suo paese dagli americani, non è che una variante “morbida” di questa strategia dell’eliminazione apicale. 
Il tabù è stato invece infranto nella sua totalità con l’assassinio di Ali Khamenei. Israele – che con l’attiva collaborazione Usa ha materialmente effettuato il raid in cui è stato ucciso – ha ritenuto che la guida iraniana, comandante supremo delle forze armate della Repubblica Islamica, non godesse di alcuna immunità. 
In ogni caso, per i sostanzialisti israeliani – e nessuno lo è quanto Netanyahu, Katz, Smotrich e Ben Gvir – lo “Stato terrorista” Iran, e il suo intero gruppo dirigente, costituisce una “minaccia esistenziale”. Tanto basta per giustificare l’eliminazione della guida e delle altre figure di vertice di Teheran.

Diritto indifeso 
Di fronte a questi argomenti, poco valgono le obiezioni di chi ritiene illegale l’attacco all’Iran perché non rispetta il divieto di aggressione armata per risolvere le controversie internazionali stabilito dalla Carta Onu, norma fondamentale per il funzionamento di un sistema di sicurezza collettiva che prescinda da atti unilaterali di autotutela. Si tratta di un dialogo tra sordi: linguaggi e concezioni sono incommensurabili. I normativisti si rifanno al diritto, i sostanzialisti alla politica: anzi, al Politico nella sua essenza amico/nemico. 
Per costoro il diritto internazionale è poco più che un simulacro. 
In simili frangenti, è ancora una volta Schmitt, nelle vesti di lucido vivisezionatore della crisi che attanaglia il rapporto tra norma e decisione in età contemporanea, a constatare come «sovrano è chi decide sullo stato di eccezione». 
Per l’autore de Le categorie del politico, ogni ordinamento giuridico origina da una decisione, non da una norma: è lo Stato a sospendere il diritto, a sancire la propria superiorità sottraendo la decisione al vincolo normativo. Sovrano è chi ha il monopolio della decisione ultima e non necessita di diritto per produrre diritto.

L’erosione di ogni limite 
I sostanzialisti sposano questa lettura, declinata ulteriormente, e selettivamente, a proprio favore. Nonostante lo stesso Schmitt, in un’opera come Il Nomos della Terra, abbia ricordato come in passato i conflitti tra nemici che si percepiscono reciprocamente come criminali passibili di annientamento sono state superati mediante il passaggio dal concetto di justa causa belli allo justus hostis, che ha consentito che il nemico non venisse più considerato un assoluto negativo. 
Simili relativizzazioni hanno prodotto un importante progresso in senso umanitario, sottolinea il giurista tedesco. 
Nel XX secolo, però, questa funzione limitativa del diritto internazionale, che comporta una relativizzazione delle ostilità, è progressivamente venuta meno di fronte alla dilatazione del concetto amico/nemico. 
Solo l’instaurazione di un nuovo ordine mondiale che introietti simili limiti può mettere fine all’impotenza del diritto internazionale, del quale è simbolo la paralisi del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, cristallizzato in assetti che non possono dare conto né dei nuovi equilibri mondiali, né delle esigenze di diversa rappresentanza. 
Così, in assenza di altre istituzioni multilaterali, i sostanzialisti, fautori della politica del fatto compiuto e impegnati a ridefinire nuove gerarchie e vincoli di potenza, plaudono. Il nodo dunque è politico, prima ancora che giuridico. Scioglierlo diventa a sua volta necessità esistenziale per chi non si piega alla logica amico/nemico.
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