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Omicidi mirati. Solo la cultura può fermare la barbarie
Il diritto umanitario internazionale, da sempre colpevolmente ambiguo circa lo status dei leader, stabilisce che in quanto civili non possano essere oggetto di attacco salvo che per il tempo in cui prendano parte diretta alle ostilità
Come in una distopia ben studiata, nel giro di pochi anni un’intera schiatta di nuovi sovrani assoluti ha instaurato un sistema di relazioni internazionali basato sul ricatto e sulla violenza. È venuto così meno l’elemento portante del diritto internazionale: la necessità di giustificare la propria condotta alla luce di una norma e di ottenere il consenso dei partner tramite pratiche negoziali. L’odierno neo-monarca si percepisce appunto come “assoluto”, ossia sciolto da ogni vincolo, giacché, come di recente notava Trump – massimo teorico del sistema di cui sopra – l’unico limite alla sua azione è la sua morale (se ve n’è una).
Renzo Guolo ha rintracciato i passaggi chiave, dal 2001 dei neocon. Ma dubito che l’uccisione mirata sia il culmine di tale processo: il diritto umanitario internazionale, da sempre colpevolmente ambiguo circa lo status dei leader, stabilisce che in quanto civili non possano essere oggetto di attacco salvo che per il tempo in cui prendano parte diretta alle ostilità. Nella sua guida interpretativa del 2009, il Comitato internazionale della Croce rossa ha individuato tre elementi costitutivi la cui compresenza qualifica un’azione come partecipazione diretta: l’atto dev’essere idoneo a incidere negativamente sulle operazioni militari o a causare morte e distruzione; deve sussistere un nesso causale diretto tra l’atto e il danno; l’atto deve essere concepito al fine di causare il danno, a supporto di una delle parti in conflitto e a detrimento dell’altra. Diverse azioni di leader civili soddisfano tali criteri.
Ma il problema di fondo – Guolo ha ragione – è che ragionamenti come questi, in punto di diritto e di filosofia, hanno oggi una capacità pressoché nulla di offrire indicazioni a chi governa, in un modo che farebbe inorridire persino il controverso Carl Schmitt (da più parti evocato come patrono di una politica che trionfa sul diritto). In effetti, il tipo di sovranità che Schmitt teorizzava non era certo il capriccio adolescenziale. All’opposto, il sovrano che, come osserva Guolo, fonda il diritto sulla propria ultimativa decisione deve saper individuare il cuore di un intero mondo sociale e leggerne le innervature carsiche, nella misura in cui la sua decisione deve potersi affermare su larga scala.
La decisione suprema deve contare sulla capacità di far inverare un sistema alternativo di organizzazione della vita: un’attività estremamente complessa, di cui i leader odierni appaiono del tutto incapaci. Il problema è assai distante da quello emerso tra le due guerre del secolo scorso, quando l’intento delle forze fasciste, atroce ma ben architettato, era ricostruire la coscienza e la forma di vita di intere popolazioni europee. La furia distruttrice degli odierni neo-assolutisti, puerile e inconcludente, si fonda in parte sulla bizza, in parte sull’affarismo. E se persino Hitler riteneva di doversi avvalere di eminenti giuristi per legittimare il progetto nazista – al di là di Schmitt, Ernst Forsthoff, Karl Larenz – oggi l’insensibilità dei leader al pensiero va annoverata tra i segni più vistosi del rapido declino della civiltà. Per propiziare l’instaurazione di un ordine mondiale meno barbarico, la prima risposta dev’essere culturale e simbolica al contempo, come resistenza strenua alla politica del fatto compiuto di cui scrive Guolo: rifiutarsi nel modo più risoluto e inequivoco, come ha saputo fare la Spagna di Sánchez, di compartecipare al rituale funebre con cui si seppellisce il diritto internazionale. Insistere sull’inaggirabile dovere di giustificare le decisioni e motivare la condotta alla luce di norme già esistenti. Non cedere mai alla retorica della guerra come dato originario dell’umana natura, anche solo come testimonianza vivente, quantunque vana, di una storia futura alternativa e possibile.