Piero Graglia (Università di Milano Statale) - Siamo soli, ma non da oggi. Le verità (tardive) di Draghi

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Sergio Brasini

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Siamo soli, ma non da oggi. Le verità (tardive) di Draghi

Mario Draghi parla, e il mondo si ferma. Peccato che parli tardi e che, soprattutto, prima di lui abbiano parlato tanti dicendo cose simili e rimanendo inascoltati. Scrivere storia è una delle pratiche più divertenti che esistano, ma scrivere la storia delle speranze europee e delle visioni mancate è francamente frustrante. Cosa ha detto Draghi, ricevendo il premio Carlo Magno? Che per la prima volta l’Europa è sola, che non possiamo più contare sulla garanzia della difesa Usa, che ci vuole un federalismo pragmatico perché non ci possiamo sempre muovere tutti e 27 insieme. 
Non è una novità ma, come si dice, repetita iuvant. Leggiamo allora cosa diceva un altro grande europeo, Altiero Spinelli, ricevendo nel marzo 1974 il premio Robert Schuman all’università Federico Guglielmo di Bonn, circa le difficoltà di una Cee che giungeva al suo diciottesimo anno di vita: «Che dire della pretesa “cooperazione di politica estera”, che trascina le sue riunioni di ministri e di direttori degli affari politici da una capitale all’altra e la cui principale attività sembra consistere nell’evitare d’affrontare a fondo i problemi scottanti proponendo solo riunioni più frequenti? Che dire infine delle conferenze dei capi di Stato e di governo, pomposamente definite summit (forse per applicare a ognuno di essi l’adagio goethiano «sopra ogni vetta… non senti un soffio di vento»), conferenze la cui sterilità sembra aumentare con la loro frequenza?» 

La solitudine europea 
Parole pronunciate nel 1974, 52 anni fa, e oggi ancora non abbiamo capito quanto siamo soli, imbelli, incapaci di costruire una vera cooperazione in politica estera e difesa. E, spiace dirlo a una persona attenta come Draghi, non è neppure vero che siamo soli per la prima volta. 
Forse che potevamo contare su Richard Nixon quando nel 1971 mandò all’aria il sistema monetario mondiale e alzò, il primo presidente a farlo come ripicca, i dazi agli europei? Forse che eravamo in buona compagnia quando Ronald Reagan inaugurava una nuova Guerra fredda nel 1981 senza minimamente consultarsi con la periferia dell’Impero? E che dire della distanza di Bill Clinton o di Barack Obama rispetto a scelte strategiche sull’area africana e Medio Orientale, o della assertività di George W. Bush che faceva guerra in giro per il mondo solo per staccare cedole azionarie? 
Il problema non è la solitudine conclamata che oggi sentiamo per l’Europa, ma la solitudine che non abbiamo sentito fino a prima di Trump, quando attendevamo dal Grande fratello di sporcarsi le mani al posto nostro; quando discutevamo senza fine di cooperazione in politica estera senza essere in grado di farla; quando pensavamo alla difesa europea spendendo tutti insieme tre volte il budget della difesa Usa ma essendo efficienti sul campo un decimo. 
Se il federalismo pragmatico di Draghi ci porta a forme di approfondimento dell’integrazione in settori finora lasciati all’arbitrio dei poteri nazionali, e se lo fa anche prevedendo raggruppamenti ristretti di Stati (l’Europa a più velocità degli anni Novanta), ben venga. Ma per favore smettiamola di salutare ogni ripetizione di scenari già visti come una grande novità. Questo non è solo un richiamo all’inutilità di noi storici, ma non depone a favore dell’intelligenza di tre generazioni di classe politica sulle quali l’esperienza è passata come acqua fresca. Mentre, invece, doveva essere acido che brucia. 

Piero Graglia è professore ordinario di Storia delle relazioni internazionali e presidente del corso di laurea in Scienze internazionali e istituzioni europee presso il dipartimento di Studi internazionali, giuridici e storico-politici dell’Università degli studi di Milano Statale


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