77.000 dollari sono stati raccolti per le tre università di Gaza tramite l’iniziativa Isnad della associazione palestinese Taawon. Lo annuncia soddisfatto Rashid Khalidi, Edward Said Professor Emeritus of Modern Arab Studies di Columbia University, durante la terza lezione del corso gratuito sulla storia della Palestina al People’s Forum di New York – reperibile online. Khalidi – di cui in italiano sono disponibili il recente Palestina. Cento anni di colonialismo, guerra e resistenza (Laterza) e Identità palestinese. La costruzione di una moderna coscienza nazionale (Bollati Boringhieri) – era andato in pensione ma avrebbe dovuto tenere un ultimo corso nella propria università. Le linee guida sull’antisemitismo adottate da Columbia, sovrapponendo la critica al sionismo all’odio anti-ebraico, glielo avrebbero reso impossibile. E così ha proposto al People’s Forum di farle lì, aperte a tutti. Il primo giorno, il 30 settembre, 100 persone erano in fila fuori dalla sede dell’evento. Ogni lezione ha avuto circa 400 persone accalcate tra i due piani dell’edificio. Online sono state registrate 6000 presenze.
La prima lezione si concentra sui falsi inizi della storia della «guerra contro la Palestina». A differenza di quanto detto da Trump, il conflitto non è millenario, non inizia con Masada nel 73 d.C., né con il sionismo cristiano evangelico di Lord Shaftesbury nella prima metà dell’’800. Non inizia nemmeno con le prime migrazioni di ebrei a fine ’800, né con il sionismo politico di Theodor Herzl, né con la nascita della coscienza nazionale palestinese. L’inizio è la Dichiarazione Balfour del 1917 con cui l’amministrazione britannica riconosce diritti nazionali e politici agli ebrei (allora una minoranza in Palestina) e li nega alla maggioranza palestinese. La discesa in campo di una potenza imperiale, scegliendo una parte contro l’altra, modifica gli equilibri. La ragione era strategica: gli inglesi non erano certo benevoli verso gli ebrei a cui avevano impedito, attraverso l’Aliens act (1905), di migrare in Inghilterra quando fuggivano dai pogrom in Russia e nell’Europa dell’Est.
In prevalenza studenti, nel pubblico ci sono diversi anziani – «sono una ragazza degli anni ’60» dice una signora con la spilla per Zohran Mamdani. Leo, 21 anni, ha appena finito il college e lavora in un’azienda che si occupa di energia. È qui grazie al passaparola, per curiosità. Nirmala è attiva in uno dei vari collettivi che usano il People’s Forum per organizzarsi, formarsi, e protestare. È venuta perché interessata ad un punto di vista palestinese, essendo stata fino ad ora esposta a quello occidentale, «manipolatorio» e «contrario ai diritti umani».
Khalidi, alla fine di ogni lezione, raccoglie diverse domande. Ad una ragazza che lo interroga sulle ragioni della forza del sionismo, Khalidi risponde spiegando come il sionismo sia stato un movimento estremamente abile a muoversi tra le diverse potenze del tempo – oltre che tra gli stessi ebrei presso i quali, fino all’avvento di Hitler, era stato minoritario – per avanzare la propria causa. È grazie a questa forza accumulata che, nel ’48, gli israeliani vincono la guerra e – adottando le tecniche di contro-insurrezione apprese dai britannici – espellono 750.000 palestinesi. Chi resta verrà sottoposto ad un regime militare fino al 1966. A causa dalla repressione della grande rivolta del ’36, i palestinesi erano invece deboli. Le varie forze arabe fingevano di avere a cuore la loro causa, ma, in particolare, la Giordania di Abdullah – parzialmente manovrata dagli inglesi – mirava solo ad espandersi.
Un’altra domanda si concentra sul ruolo delle grandi potenze. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, a causa delle proprie promesse inconciliabili a sionisti e palestinesi, l’Inghilterra è esausta. Le Nazioni Unite non erano effettivamente rappresentative di tutte le nazioni ma soprattutto delle potenze egemoniche: nel ’45 sono Stati Uniti e Unione Sovietica. Per ragioni diverse, entrambe sostengono la partizione nel 1947. L’Urss inizialmente era antisionista, dopo la guerra appoggia la nascita dello Stato di Israele – anche per ragioni di contrasto agli USA e dei paesi arabi controllati dall’Inghilterra e per cercare di portare nella propria sfera un paese socialista – ma presto lo abbandona. Fino a metà anni ’60 gli Stati Uniti sono freddi verso Israele che frenano quando vuole agire troppo autonomamente – in particolare a Suez nel ’56. Successivamente, la politica degli Stati Uniti cambia.
Un signore chiede del ruolo delle lobby sioniste: secondo Khalidi, è falsa l’idea che Israele manipoli la politica estera degli Usa. Chi comanda è il centro imperiale statunitense, che agisce per i propri interessi strategici, e ciò si vede dai diversi conflitti avuti tra i due stati – ad esempio quando Kissinger impedì all’esercito israeliano di arrivare al Cairo nel ’73 o quando Obama ha negoziato sul nucleare con l’Iran (2015) ignorando le obiezioni israeliane.
Le lezioni di Khalidi si svolgono poco dopo la settimana dell’assemblea generale alle Nazioni Unite e si sovrappongono alla tregua trumpiana. Il professore non si sofferma sull’attualità ma fa spesso alcuni caustici riferimenti. Gli statunitensi, come gli inglesi, sono sempre stati dei mediatori ingannevoli. Khalidi ha partecipato alla delegazione palestinese nel 1991 a Madrid – che racconta anche imitando i vari politici e diplomatici coinvolti allora –, e ne parla in Brokers of Deceit (Beacon Press 2014). L’intero processo di pace è stato una trappola. Arafat era troppo debole per tirarsene fuori – aveva appoggiato l’invasione di Saddam Hussein del Kuwait nel ’91 alienandosi la simpatia del mondo arabo. I delegati palestinesi, inoltre, non erano sufficientemente preparati. Lì, con la finta sovranità in Cisgiordania, sono state gettate le basi dell’attuale situazione. Parallelamente, Hamas cresce proprio quando l’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) perde forza e Israele trova nel fondamentalismo islamico un utile alleato contro i nazionalisti e i socialisti palestinesi – Netanyahu ha permesso che il Qatar finanziasse Hamas fino a prima del 7 Ottobre.
Layan Fuleihan, tra le organizzatrici del Forum, racconta al manifesto la genesi del corso e il suo legame con la «capitolazione di Columbia» all’amministrazione Trump.
Il Forum è pensato, oltre che per ospitare i movimenti della città, per i diversi docenti universitari che sentono la morsa della repressione. Lo spazio è la «casa politica di chiunque lotti contro guerra, oppressione e imperialismo” – nella libreria campeggiano libri di e su Chavez, forse non il più fulgido esempio dei leader socialisti a cui ispirarsi. Fuleihan ci tiene ad ogni modo a specificare che la loro politica, pur se marxista, è «non settaria perché l’unità è la cosa più importante e lo spazio serve a superare le differenze e organizzarsi».
Anche per Khalidi, per uscire dal vicolo cieco, servono pragmatismo, coalizioni e alleanze: la politica della purezza è destinata al fallimento. E i palestinesi non possono permetterselo.