Università ostaggio di Trump

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Sergio Brasini

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Mar 30, 2025, 1:56:03 PM3/30/25
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di Davide Longo

Università ostaggio di Trump

Un professore cinese del College of Florida viene licenziato: è cittadino di «paese straniero problematico», anche se è un dissidente. Intanto continuano le deportazioni di studenti

Lo scorso 12 marzo Kevin Wang, professore associato di lingua e cultura cinese al New College of Florida di Sarasota, si è visto recapitare una lettera di licenziamento: l’università comunicava che il provvedimento «non si basa su alcuna cattiva condotta e non costituisce un licenziamento per giusta causa o un’azione disciplinare».

Invece, l’università si è giustificata citando la SB 846, una legge dello stato della Florida in vigore dal luglio 2023 che impedisce alle università dello stato di assumere «qualsiasi persona che sia domiciliata in un foreign country of concern e non sia cittadino o residente permanente legale degli Stati uniti». Un foreign country of concern è un paese straniero i cui cittadini sarebbero soggetti a restrizioni delle libertà individuali secondo il segretario di Stato degli Stati uniti d’America. Fra gli altri, la lista include Corea del Nord, Cuba, Iran, Russia, Nicaragua e Cina.

PROPRIO LA CINA è il Paese di provenienza di Wang, ma qui il quadro si complica: il professore, infatti, in servizio da due anni nell’università di Sarasota, ha da tempo avviato le pratiche per essere riconosciuto come rifugiato politico. In altre parole, Kevin Wang è un dissidente politico cinese. Come ha dichiarato lui stesso presentando il proprio caso alla stampa, «ho dovuto affrontare la repressione politica del Partito Comunista Cinese per aver criticato Xi Jinping e la politica interna ed estera del Pcc, con la conseguente perdita della mia posizione di insegnante e della mia libertà di insegnare, fare ricerca ed esprimermi in Cina. Non mi sarei mai aspettato di incontrare una situazione simile negli Stati uniti».

IL NEW COLLEGE di Sarasota è noto per essere in prima linea nella guerra di Donald Trump contro la wokeness. All’inizio del 2023 il governatore della Florida Ron DeSantis ha riformato radicalmente il Consiglio di amministrazione dell’università, assumendo sei nuovi membri, tra cui Christopher Rufo, Matthew Spalding, Charles R. Kesler, Mark Bauerlein: tutti noti attivisti di destra che vivono fuori dallo stato. Subito dopo è arrivata la dichiarazione di Manny Diaz, commissario all’istruzione della Florida: «La nostra speranza è che il New College diventi una Hillsdale del Sud».

L’Hillsdale College è una università privata cristiana del Michigan che ha rifiutato i fondi federali per non dover sottostare al Title IX, una legge federale che proibisce la discriminazione basata sul sesso in qualsiasi scuola o altro programma educativo che riceva finanziamenti dal governo federale. Con queste credenziali, Il New College ha deciso di portare un attacco frontale alle politiche Dei (Diversità, Equità, Inclusione) ben prima dell’insediamento di Trump. Nel novembre del 2024 il college ha istituito un nuovo corso intitolato The ‘woke’ movement tenuto da Andrew Doyle, comico inglese e volto del canale di destra britannico GB News. Nella sua sinossi, il corso presenta la cosiddetta wokeness come «una sorta di culto i cui discepoli si sono insinuati in tutte le nostre principali istituzioni».

Il New College di Sarasota è certo un caso limite del panorama accademico americano, ma questa vicenda fa parte di un mosaico più ampio: l’attacco del nuovo establishment repubblicano contro le università statunitensi. Fin dal suo insediamento Donald Trump ha scatenato una guerra contro gli atenei statunitensi, combinando pressioni politiche e ricatti economici.

COSÌ, LA COLUMBIA University di New York si è vista recapitare una lettera di Trump nella quale venivano chieste misure drastiche – dalle sospensioni all’espulsione con revoca dei titoli accademici – per gli studenti che avevano partecipato alle proteste pro-Palestina. In contemporanea, la Columbia si è vista revocare fondi federali (già approvati dal Congresso) per 400 milioni di dollari, mentre l’Ice (Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia che si occupa del controllo dell’immigrazione e risponde direttamente al presidente statunitense, ha arrestato l’attivista Mahmoud Khalil, studente alla Columbia all’epoca delle proteste, che pur non avendo commesso alcun crimine è tuttora detenuto in un carcere della Louisiana.

Dopo questi fatti Katrina Armstrong, la presidente ad interim della Columbia, si è dimessa, e anche se ha dichiarato che questo non ha nulla a che fare con la gestione del rapporto fra Trump e l’università, molte voci dentro e fuori dall’ateneo affermano che il Consiglio d’amministrazione della Columbia non ritiene più Armstrong capace di condurre le trattative relative al taglio dei 400 milioni di fondi federali.

LA PREOCCUPAZIONE serpeggia in tutte le università. Meghan o’Rourke, professoressa di inglese a Yale, ha scritto sul New York Times un articolo dal titolo eloquente – La fine dell’università come la conosciamo – in cui afferma che «il taglio dei fondi alla Columbia e la minaccia di tagli futuri ha congelato (la libertà di opinione di, ndr) tutto il mondo accademico». Non potrebbe essere più vero: alla University of Pennsylvania molti professori e ricercatori si dicono preoccupati per la tenuta del proprio posto di lavoro, mentre l’università ha bloccato in via temporanea le assunzioni di nuovi docenti vista l’incertezza economica provocata da quanto accaduto alla Columbia.

INTANTO, l’Ice continua a compiere arresti e deportazioni in tutto il Paese: giovedì scorso uno studente della University of Minnesota è stato arrestato mentre si trovava nella sua residenza fuori dal campus. Mentre l’università non è ancora riuscita ad avere informazioni riguardanti l’arresto, e mentre del caso si è interessata anche Ilham Omar, deputata socialista al Congresso per lo Stato del Minnesota, cresce la paura fra i possessori di un visto e tra i residenti permanenti negli Stati uniti.

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