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Smettiamola di fare i reazionari. Come “sostituire” i Promessi sposi
Un romanzo dovrebbe essere letto per intero alle superiori, non importa in quale anno – i romanzi hanno senso soltanto se vengono presi interi: i “passi scelti” non sembrano che poesie senza ritmo. E allora quale? Uno che non presenti difficoltà linguistiche: un romanzo del Novecento
La querelle che si è aperta sulla lettura integrale (o quasi) dei Promessi sposi nelle scuole superiori, se spostarla dalla fine del primo alla fine del secondo biennio, mi pare il tentativo di ricostruire un edificio cominciando dal tetto; essendo rimasto sempre, purtroppo o per fortuna, estraneo all’insegnamento secondario, ed essendo quindi inesperto del necessario lavoro di organizzazione degli orari, di come stringere il molto nel poco, il solo contributo che posso dare è un’opinione radicale su come invece si potrebbe tentare di rivedere alla base la questione del come e del perché proporre la letteratura ai ragazzi tra i 16 e i 19 anni.
Partiamo da un dato storico: quando negli anni Settanta dell’Ottocento i Promessi sposi entrarono a scuola, non fu soltanto perché erano considerati il più grande romanzo italiano, ma anche come esempio di lingua unitaria per educare i giovani avvezzi al dialetto e come utile meditazione morale (cattolica) nonché civile (liberale moderata). Senza contare il potere conquistato nei ministeri dai “manzoniani”, quelli che a sentir Carducci «tiravano quattro paghe per il lesso».
La lingua
Due su tre di queste motivazioni (potere a parte) sono ormai scadute. A un ragazzo nato tra il 2007 e il 2010 la lingua dei Promessi sposi appare antiquata e un po’ ridicola, forse non sempre comprensibilissima. Manzoni ha fatto un miracolo nel creare una lingua letteraria (modellata come si sa su un ipotetico “fiorentino parlato colto”) che certamente ancora oggi è meno invecchiata di quella delle quasi coetanee Operette morali leopardiane, ma per lui milanese il fiorentino era pur sempre una lingua da maneggiare con cautela; la tata toscana dei figli gli spiegava che i fagiolini non si chiamano «cornetti», lui prendeva nota ma poi non sapeva guardarsi dalle esagerazioni quasi parodistiche («la c’è la Provvidenza!»). In generale direi che, se si vuole insegnare ora ai teenager una corretta lingua di comunicazione e conversazione, affidarsi alla letteratura non è una buona idea: la letteratura tende a operare uno scarto rispetto alla lingua d’uso, a scopi espressivi o addirittura espressionistici. Se si vogliono evitare le scimmiottature, meglio offrire ai ragazzi come esempio una buona lingua giornalistica o saggistica, se ne trova ancora nonostante i tempi che corrono.
Educazione etica e civile
Quanto all’educazione etica e civile, l’esempio dei Promessi sposi è contraddittorio: è vero che contengono riflessioni ancora attuali sulle prevaricazioni che la lingua del potere opera sugli incolti (il «latinorum»); l’appunto sul nobile «buono» che sostituisce il defunto Don Rodrigo, abbastanza umile da servire a tavola i poveracci ma non abbastanza per sedersi a tavola con loro, è geniale; così la famosa distinzione tra buon senso e senso comune, o l’osservazione su Donna Prassede che si comporta con le idee come si dovrebbe fare con gli amici (ne ha poche, ma a quelle è molto affezionata); però è vero anche, come già Gramsci notava, che i personaggi davvero interessanti del romanzo non sono i poveri, ma gli appartenenti agli strati superiori della società. Manzoni non era un cuor di leone, una delle frasi più simpatetiche del libro è «Il coraggio, uno non se lo può dare». La Rivoluzione francese lo aveva attratto ma anche spaventato al punto da farne un analogo della peste. Insomma, è il libro complicato di un nevrotico.
Valore letterario
E qui veniamo al terzo punto, quello del valore letterario. Che sia il miglior romanzo italiano dell’Ottocento non c’è dubbio, ma proprio in grazia delle proprie stratificazioni, molto difficili da affrontare per adolescenti ancora a disagio con l’affermazione di sé. I tre romanzi che forse potrebbero fargli concorrenza (I Malavoglia di Verga, Le confessioni di un italiano di Nievo e Le avventure di Pinocchio di Collodi) sono più compatti dal punto di vista psicologico, più riassumibili in una sigla e in una tesi. Se proviamo a confrontare il romanzo definitivo con la sua prima redazione, il Fermo e Lucia, salta agli occhi la quantità di autocensure che Manzoni ha voluto o dovuto infliggersi: nella prima versione la Monaca di Monza è tortuosa, tra Lady Macbeth e una prefigurazione di Dostoevskij, nella versione definitiva è solo una vittima; le armoniche sessuali sono spietatamente castrate in nome di una ben cattolica pruderie.
Anche il proprio latente giansenismo ha dovuto tenersi nel cassetto, però l’ottimismo della Provvidenza gli stava stretto; tant’è vero che al lieto fine pretendeva dagli editori che facessero seguire, come parte integrante del testo, la Storia della colonna infame (atroce racconto di come il fanatismo ignorante possa torturare degli innocenti). Lo stesso genere letterario in cui si era sperimentato, il romanzo storico, non lo aveva mai del tutto convinto: come se ne vergognava all’inizio, così da vecchio scrisse un saggio impegnativo per dimostrare che il romanzo storico era un genere sbagliato, rinnegandosi. A me pare che un romanzo bello, sì, ma così in lotta contro il proprio autore sia roba tipicamente da adulti.
Leggere i romanzi
“Lasciateci almeno i Promessi sposi!”: mai grido fu più reazionario, come se le opere letterarie fossero l’eredità di nonno, o di zia; lo stesso qualcuno griderà a proposito della Commedia, che non solo è la più grande opera letteraria scritta nella nostra lingua ma uno dei maggiori capolavori universali (mentre Manzoni, a forza di sensi di colpa e paturnie linguistiche, ha finito per scrivere un solo romanzo degno di stare alla pari con le decine che intanto si scrivevano nel resto d’Europa) – c’è un piccolo particolare, che la Commedia è del tutto incomprensibile agli attuali adolescenti.
Se davvero volessimo ripensare dalle basi l’insegnamento della letteratura italiana alle superiori, credo che la prima cosa da fare sarebbe inserire nei programmi qualche ora settimanale di “italiano letterario” inteso come lingua straniera – è ormai così che i giovani la percepiscono.
Allo stesso modo credo che i nostri classici, almeno fino al Seicento, dovrebbero essere pubblicati con la traduzione a fronte in italiano contemporaneo; lo fanno i francesi con Chrétien de Troyes, gli inglesi con Chaucer e con Shakespeare, perché noi no con Dante o Petrarca? Più che nel loro caso, la nostra lingua letteraria è stata per secoli una lingua artificiale, immobile e facile a inamidarsi. (Quando ancora insegnavo, pure all’università venivano con un canto del Purgatorio chiedendomi «Dobbiamo tradurlo?» e il Decameron se lo sono goduto solo nella traduzione di Aldo Busi).
Resta comunque un problema: almeno un romanzo dovrebbe essere letto per intero alle superiori, non importa in quale anno – i romanzi hanno senso soltanto se vengono presi interi: i “passi scelti” non sembrano che poesie senza ritmo. E allora quale? Uno che non presenti difficoltà linguistiche, visto che le poche ore di eventuale tirocinio non basteranno all’impresa: quindi un romanzo del Novecento.
Magari non uno solo obbligatorio, ma una lista limitata che non conceda ai singoli docenti troppo spazio di bizzarria: perché non La coscienza di Zeno col suo italiano un po’ imparaticcio ma con tutta l’ironia tra Freud e Charlot, o Il barone rampante col suo bisogno di guardare la storia dall’alto e da lontano, dopo la delusione del 1956 in Unione sovietica? O L’isola di Arturo, con le ambiguità del sesso e la perdita dell’infanzia? Credo che perfino Manzoni ringrazierebbe, per il peso scrollato di dosso.
Dopotutto, se i romanzi non servono per imparare a scrivere in buon italiano o per “pensare giusto”, ai ragazzi sarebbe importante mostrare che cosa “può fare” la letteratura in termini di ambivalenza etica e di spessori di senso, e quanto sia un sintomo rispetto ai malesseri del vivere dentro e fuori di noi. Come non ce ne sono altri, forse. Bisognerebbe insegnare che cosa è bello in letteratura e che cosa è brutto (qualche ora di “denuncia del brutto” non sarebbe inutile); e se il romanzo scelto da leggere intero non fosse nemmeno italiano ma in buona traduzione, se fosse di Philip Roth o Emmanuel Carrère o Joyce Carol Oates o Han Kang, perché no? La letteratura italiana come istituzione “nazionale” è finita da quel dì.