Paola Arrigoni (Università di Bologna) - La transizione alle energie rinnovabili è ostaggio di un’élite immutabile

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Sergio Brasini

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Jun 5, 2026, 1:56:58 PM (2 days ago) Jun 5
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La transizione alle energie rinnovabili è ostaggio di un’élite immutabile

Chi comanda l'energia italiana? Una ricerca svela chi sono, dove si sono formati, come circolano tra le poltrone delle grandi partecipate. Il caso Descalzi-Di Foggia è solo l'ultimo atto di un sistema consolidato

Il 7 maggio 2026, l’assemblea di Eni ha nominato Claudio Descalzi amministratore delegato per il quinto mandato consecutivo. Al suo fianco, nuova presidente, Giuseppina Di Foggia — che nelle settimane precedenti aveva fatto tremare Palazzo Chigi con una buonuscita da 7,3 milioni prevista dal suo contratto con Terna. Di Foggia rinuncia ai milioni, lascia Terna, e la presidenza Eni è sua. Descalzi, al timone dal 2014, resta dov’è. Dodici anni, cinque mandati. Le fonti energetiche cambiano, lentamente. Le persone che le gestiscono, molto meno. Parliamo di climate change, Green Deal, decarbonizzazione, rinnovabili. Il lessico pubblico si è trasformato radicalmente nell’ultimo decennio. Ma chi siede ai vertici del sistema energetico italiano racconta una realtà molto più stabile di quanto le narrazioni sulla “svolta verde” lascino immaginare. 
È la conclusione di una ricerca pubblicata sulla rivista Polis (Arrigoni e Lizzi, 2026), basata sulla ricostruzione biografica delle élite delle principali aziende energetiche italiane: gli incumbent, ossia i grandi dominanti del settore, quelli che contano abbastanza da condizionare anche le scelte dei governi. Sessantaquattro top manager — presidenti e ad — analizzati in tre fasi che scandiscono la transizione energetica italiana: le liberalizzazioni (1999-2008), la resistenza post crisi (2009-2018), e la svolta del Green Deal (2019-2024). In parallelo, la ricerca ha ricostruito il profilo delle otto aziende guidate da questi manager. Si tratta delle prime otto grandi aziende energetiche italiane per capitalizzazione di borsa — Enel, Eni, Snam, Terna, Edison, A2A, Italgas, Hera — un nucleo che nel 2023 produce oltre la metà dell’elettricità italiana e il 36,6 per cento della generazione rinnovabile del paese. Eni è il maggiore produttore e importatore nazionale di gas. Snam gestisce il 93 per cento delle reti di trasporto. Terna trasmette l’elettricità in regime di monopolio. Aziende strategiche con origini diverse ma tutte radicate nella sfera pubblica. 

Il profilo di chi comanda 
Chi sono questi 64 manager che hanno guidato il sistema energetico italiano nell’ultimo quarto di secolo? Sono quasi tutti uomini: 56 su 64. Le poche donne occupano soprattutto posizioni di presidenza, non di amministratori delegati. Vengono prevalentemente dal Nord-Ovest, si sono formati a Milano o Roma, laureati quasi tutti in economia (41 per cento) o ingegneria (26), con la Bocconi come primo ateneo del campione. La metà ha legami con il mondo accademico, come docenti o nei cda. 
Sul piano delle carriere, un terzo è radicato nel settore — oltre vent’anni nell’energia — un terzo è ibrido, tra energia e finanza o consulenza, e il restante 42 per cento è di passaggio: un solo incarico apicale, spesso una presidenza. 

La dozzina e una donna 
Tra loro, un sottogruppo di 13 persone è presente ai vertici del sistema energetico sia nella seconda fase della transizione (2008-2018) sia nella terza (2019-2024), cioè esattamente nel periodo in cui la pressione per la decarbonizzazione si è fatta più intensa. Sono i radicati e gli ibridi a formare il nucleo della magnifica dozzina, quelli che attraversano più fasi e più aziende. Persone come Claudio Descalzi (Eni), Carlo Malacarne (Snam-Eni), Marco Alverà (Snam), Francesco Starace (Enel), Paolo Scaroni (Enel e Eni), Catia Bastioli (Terna-Eni), Luigi Ferraris (Enel-Terna), Marc Benayoun (Edison), Luca Valerio Camerano (A2A), Giovanni Vallotti (A2A), Tomaso Tommasi di Vignano (Hera). 
Sono perlopiù ad, uomini, norditaliani, con una sola eccezione femminile, Bastioli. L’azienda più presente è Eni (6), seguita da Enel (4). Il settore con cui gli ibridi hanno più connessioni è la finanza. 
Il caso di Paolo Scaroni è esemplare: amministratore delegato Eni per quasi un decennio, poi deputy chairman Rothschild Group, poi presidente Enel nominato dal governo Meloni nel 2023, dopo essersi dimesso da Rothschild per evitare il conflitto di interessi. «Rothschild lavora anche per Enel, ho lasciato l’incarico per correttezza e perché era in conflitto di interessi», ha dichiarato. Un caso da manuale di come le reti di questi manager attraversino trasversalmente il confine tra settore pubblico, privato e finanziario. 

Doppia strategia 
Come è cambiato il posizionamento delle aziende da loro guidate rispetto alla transizione? 
Nella prima fase (1999-2008), gli incumbent sono impegnati a riposizionarsi dopo le liberalizzazioni e la privatizzazione. Le rinnovabili sono ancora una nicchia e non suscitano né il loro interesse né la loro opposizione. 
Nella seconda fase (2009-2018), dopo la crisi economica, arriva la resistenza. La caduta della domanda di energia, l’eccesso di capacità produttiva, la crescita delle rinnovabili sostenuta dai piccoli operatori: tutto questo danneggia economicamente le grandi aziende. Così gli incumbent italiani fanno lobby per rallentare gli incentivi alle rinnovabili. Nella terza fase (2019-2024), il Green Deal europeo, il Pnrr, la guerra in Ucraina e il conseguente aumento dei prezzi dell’energia creano un contesto favorevole. Gli incumbent adattano la posizione: ora sostengono le rinnovabili, investono in nuova capacità, fanno lobby per semplificare le autorizzazioni agli impianti. La capacità installata rinnovabile degli incumbent cresce del 65 per cento tra il 2019 e il 2023. Eni si distingue per un ingresso tardivo che non scalza, per ora, il suo core business fondato sul gas: nel suo piano strategico 2025 si indirizza verso una decarbonizzazione da cattura (carbon storage), aumento di biometano e biocarburanti: non propriamente una svolta verde. 

Transizione senza rivoluzione 
La transizione energetica italiana è lenta non solo per ragioni tecnologiche o finanziarie, ma per ragioni strutturali legate a quella che potremmo chiamare una doppia forma di incumbency. Da un lato, le otto grandi aziende analizzate occupano posizioni dominanti nel sistema energetico — quote di mercato, infrastrutture critiche, monopoli regolati, partecipazione statale — che le rendono difficilmente scalzabili e garantiscono loro un accesso privilegiato ai decisori politici. Dall’altro, i manager che le guidano beneficiano a loro volta di una posizione di incumbency personale: la loro longevità dipende dal fatto che guidano aziende incumbent, e le nomine governative, le reti relazionali, la circolazione interna al settore creano un sistema che tende a riprodursi. Le due incumbency si rinforzano a vicenda e producono una tendenza strutturale agli aggiustamenti incrementali piuttosto che ai cambiamenti radicali, non necessariamente perché i manager siano ostili alle rinnovabili, ma perché il sistema di cui fanno parte premia la continuità e penalizza le discontinuità. 
Gli incumbent italiani stanno investendo in rinnovabili più di prima: è un fatto. Ma lo fanno proteggendo al tempo stesso il valore degli asset fossili, spingendo per mantenere il gas nel mix energetico, rallentando dove possono le scadenze più ambiziose. La concentrazione del potere decisionale in un numero ristretto di persone e aziende rende il sistema poco permeabile a visioni radicalmente diverse. Del resto, non accade solo in Italia. Diversi studi internazionali mostrano come gli incumbent anche in alcuni paesi europei tendano a procedere per aggiustamenti incrementali e fasi. Il caso italiano conferma questa tendenza, con le specificità di un sistema in cui il peso delle partecipate statali e il ruolo diretto della politica nelle nomine rendono la doppia incumbency particolarmente visibile. 
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