La mannaia delle denunce e dei provvedimenti giudiziari, affilata dei decreti sicurezza e dalle norme che colpiscono i conflitti sociali, questa volta cade a Pisa. Sono 140 i capi di imputazione contestati e 54 le denunce notificate ad altrettanti attivisti che nei mesi scorsi hanno partecipato alle manifestazioni cittadine contro la guerra e in solidarietà con la Palestina.
TRA GLI EVENTI sotto accusa c’è in particolare il blocco dell'autostrada A12 e dell’aeroporto in occasione dello sciopero generale per la Global Sumud Flotilla del 3 ottobre scorso. E poi l’azione del 13 marzo alla stazione ferroviaria, quando i treni vennero fermati per qualche ore. Altri episodi contestati riguardano l’invasione dei binari alla stazione centrale il 4 settembre e alla stazione di Pisa San Rossore il 24 dello stesso mese fino all’invasione della Firenze-Pisa-Livorno il 22 settembre nei pressi dello svincolo dell’aeroporto.
IERI, APPENA avuto il tempo di leggere le carte sulla chiusura dell’indagine, i solidali con Gaza hanno convocato una conferenza stampa per spiegare le loro ragioni e dare la loro chiave di lettura di fronte alle manovre della procura. A partire dall’ampio spettro sociale che ha partecipato alle mobilitazioni degli scorsi mesi. «Questi provvedimenti hanno colpito studenti, dottorandi e ricercatori – affermano – E poi lavoratrici del mondo della sanità, delle pulizie, del turismo e dei servizi, mamme che erano presenti alle manifestazioni con i loro figli, driver della logistica, abitanti dei quartieri popolari, sindacalisti, pensionati, consiglieri comunali. In questo procedimento si mettono tutti insieme, tentando di criminalizzare, episodi differenziati nel tempo, nelle modalità, nei luoghi e nei protagonisti. Questi provvedimenti sono il riflesso di una dinamica repressiva che attraversa tutto l’Occidente: l’establishment imperialista euroatlantico si è mobilitato in difesa di Israele e della sua ideologia razzista e suprematista, che da oltre s anni arma l’esercito sionista contro il popolo palestinese e arabo».
CI SONO CIRCA una ventina di sigle coinvolte nell’indagine: sindacati di base e comitati contro la guerra, spazi sociali e gruppi studenteschi insieme a i rappresentanti di Una città in comune, la lista che raccoglie civici ed esponenti della sinistra pisana (tra i denunciati c’è anche Ciccio Auletta, storico esponente dei movimenti pisani e due volte candidato a sindaco). «I recenti decreti sicurezza rappresentano un ulteriore salto di qualità in questa deriva repressiva, rafforzando strumenti che limitano il dissenso e criminalizzano il conflitto sociale – fanno sapere dalla coalizione Diritti in comune, cui aderiscono Città in comune e Rifondazione – È il segnale di una crescente pressione autoritaria da parte di governi che affrontano così le profonde questioni sociali, economiche e democratiche che attraversano il paese. Siamo di fronte a una grande questione democratica sulla quale nessuno può tacere e rispetto alla quale occorre mobilitarsi. La maxi-indagine di Pisa non è un caso isolato, come abbiamo visto recentemente anche a Massa e ora in altre città contro il movimento».
QUELLO CHE colpisce del procedimento è anche la sua estensione temporale: il fatto cioè che scandagli diversi episodi distribuiti in momenti differenti, oltre che «nelle modalità, nei luoghi e nei protagonisti», commentano ancora gli attivisti. Compare quindi l’interruzione di una lezione all’università da parte di alcuni studenti e studentesse per parlare di Palestina, il blocco di massa dei binari della stazione nelle giornate per la Flotilla, l’occupazione del Rettorato dell’Università di Pisa. E poi si cita un presidio davanti al rettorato, che fece pressione agli organi accademici e ottenne che si interrompessero gli accordi quadro tra l’università pisana e due università israeliane. «Quel risultato – rivendicano i pisani – è stato raggiunto nel corso di due anni di mobilitazioni». Gli studenti, a questo proposito, criticano anche la scelta del rettore Riccardo Zucchi: avendo sporto denuncia contro «ignoti» per le proteste studentesche, gli viene contestato di avere «aperto le porte dell’ateneo alla polizia, venendo meno al suo ruolo».