La dibattuta circolare ministeriale sul “divieto degli smartphone”, recentemente esteso agli studenti del secondo ciclo di istruzione, muove in direzione (ostinata e) contraria alle metodologie didattiche più avanzate, molte delle quali basate non a caso sulla formula Byod (Bring Your Own Device, utilizza in classe il tuo dispositivo): modelli progettati a partire dai cambiamenti profondi degli stili cognitivi e di apprendimento degli studenti nativi digitali.
La modalità cognitiva tipica delle generazioni “Zeta” e “Alpha” è infatti quella che N. Katherine Hayles chiama iperattenzione. L’iperattenzione è radicalmente diversa dalla cosiddetta “attenzione profonda” su cui si basano le modalità trasmissive della didattica tradizionale. È la capacità di mantenere l’operatività seguendo diverse fonti di stimolo senza dare priorità a nessuna: distribuire l’attenzione sulle variazioni costanti delle fonti in termini di informazione, svolgendo parallelamente attività e compiti di ricerca.
Una condizione comunicativa che Sherry Turkle chiama «la magia dell'altrove sempre disponibile»: una molteplicità di messaggi e informazioni in tempo reale che permette di rivolgere l'attenzione sempre a qualcosa di emergente, senza sentirsi mai annoiati o a disagio, tornando sul “compito principale” senza perdere il “contatto con il mondo”.
Benché tale modalità cognitiva sia considerata dispersiva rispetto agli obiettivi didattici e condannata dai vertici ministeriali, spesso è così che i ragazzi elaborano le loro idee più originali: nelle “divagazioni” connettive che integrano ai compiti didattici in corso.
Il più profondo “digital divide” generazionale si manifesta dunque nel conflitto tra il modello dell’attenzione profonda e quello dell’iper-attenzione. L'attenzione profonda, nella didattica scolastica, implica la concentrazione su un singolo oggetto per lunghi periodi (un problema matematico, l’analisi di un testo letterario, ecc.), ignorando gli stimoli esterni a favore di un unico flusso di informazioni. L'iperattenzione preferisce i flussi di informazioni multipli e la ricerca consapevole di un alto livello di stimolazione e interazione con i contenuti: ha scarsa tolleranza alla “noia operativa”, che compensa con il passaggio da un compito all'altro.
Come ricorda Hayes, l'attenzione profonda è un lusso culturale, basato sulla cooperazione di gruppo per creare un ambiente sicuro in cui non dover essere all'erta per evitare pericoli estemporanei (calamità naturali, predatori, ecc.).
Le istituzioni educative del XIX secolo hanno standardizzato nella scuola-fabbrica contesti senza interferenze esterne, in una liturgia didattica basata su compiti che necessitano di attenzione profonda per essere svolti. L’attuale passaggio generazionale dall'attenzione profonda a quella iperattiva provoca inevitabilmente un’incompatibilità tra le aspettative degli educatori e le modalità esecutive degli studenti.
Non è questione di “cattive abitudini”, pigrizia mentale, incapacità a concentrarsi: i “nativi digitali” che crescono in ambienti iperstimolati dai media hanno una sinaptogenesi diversa da quella degli “immigrati digitali”, cresciuti senza sviluppare l’iperattenzione.
In assenza di una didattica che permetta una sintesi costruttiva delle due modalità cognitive e una revisione profonda dei metodi educativi il gap è destinato ad aumentare, e l’Intelligenza Artificiale generativa a sostituire in maniera silenziosa e privata il mancato ruolo di coinvolgimento attivo dei docenti.
I pericoli della “tossicità” digitale sono di tutt’altra natura. Bernard Stiegler indicava i rischi di natura socio-politica non nello strumento digitale in sé, ma nel suo essere parte dell’ecosistema di “economia delle piattaforme” che attua una continua sollecitazione consumistica tesa allo sfruttamento economico dell’iperattenzione digitale. Stiegler definiva gli ambienti progettati per catturare e monetizzare l'attenzione "psicotecnologie”, il cui uso quotidiano può affievolire il pensiero critico fino alla proletarizzazione cognitiva che conduce alla “miseria simbolica”.
Per questo richiamava alla necessità di rendere l’agire digitale un "pharmakon” che trasformi il veleno della pervasività in un rimedio: progettando “nootecnologie”, dispositivi che contrastino i cortocircuiti indotti dalla logica del consumo e trasformino la cultura dell'immediatezza e dell'impegno superficiale in una rinnovata capacità di pensiero riflessivo.
La conoscenza che emerge dalle interazioni tra studenti, dalle condivisioni, dagli artefatti digitali e dalle dinamiche sociali dell'ambiente di apprendimento, è il presupposto essenziale della ricerca didattica futura, per realizzare una nuova intelligenza “individuale e collettiva” in grado di reincantare il mondo: sottraendo la produzione di “dati” al progetto industriale e al calcolo economico, socializzandoli e trasformandoli nel propellente di una rinnovata azione sul mondo.