Il fuoco amico contro la pedagogia. A sinistra è battaglia sul neoliberismo
Nel libro a cura di Mimmo Cangiano “Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti” c’è un attacco frontale alla pedagogia democratica, colpevole di usare le armi del padrone per contrastare il padrone. Finendo così per promuovere il discorso del capitalista. Le origini dello scontro e gli errori di prospettiva
Ci sono due difetti importanti nel libro appena uscito per Nottetempo a cura di Mimmo Cangiano sulla scuola neoliberale: non parla di quello che accade in classe, e se la prende in modo indistinto e insistito con tutta la pedagogia. Un indice della prima pesante mancanza sta nella (poca) bibliografia, schiacciata su studiosi uomini che sono più di settanta citati nel testo e in bibliografia; le donne quattro, cinque, di cui nessuna docente di scuola. Tenendo conto che la scuola italiana si fonda soprattutto sul lavoro delle donne, tenendo conto che la riflessione sull’educazione italiana e la classe ha, anche ormai ovvi, riferimenti al lavoro di studiose (da Dina Bertoni Jovine a Nora Giacobini, da Margherita Zoebeli alle maestre di Reggio Emilia, da Lea Melandri alle Cattive maestre, dall’Mce al gruppo degli Asini) intitolare un libro sulla resistenza alla scuola neoliberale senza prendere in considerazione come il dominio neoliberale sia anche un dominio di genere è sintomatico di un approccio che vede il genere come un costrutto poco significativo. Un’altra evidente assenza nei saggi che compongono il libro Contro la scuola neoliberale è la questione della cittadinanza: non c’è una riga sulla discriminazione e il dominio neoliberale nei confronti degli studenti stranieri, su come il suprematismo bianco e il neonazionalismo abbiano costruito l’ideologia politica funzionale a questo dominio, non solo in Italia ma anche e moltissimo in Italia.
Contro la pedagogia
La battaglia contro la pedagogia in generale è invece uno dei temi cardinali di quest’antologia, tanto che il titolo poteva essere cambiato in “Contro la pedagogia”: la pedagogia democratica, scrive Cangiano nell’introduzione, usa le armi del padrone per provare a contrastare il padrone e così finisce invece per promuovere il discorso del capitalista. Nei nove saggi (di Cangiano, Daniele Lo Vetere, Marco Maurizi, Marina Polacco, Rossella Latempa, Attilio Scuderi, Emanuela Bandini, Emanuele Ziniato, Roberto Contu) ogni riferimento alla pedagogia è mirato a attaccare la sua funzione mistificante: i pedagogisti democratici vengono citati tra virgolette per farne una macchietta e rubricarli come una sorta di casta; l’opposizione tra pedagogia democratica e autoritaria, tra riformismo e gentilianesimo sarebbe una guerra culturale a somma zero, utile solo a distrarre dai problemi strutturali; e poi: «La pedagogia di sinistra tende a negare l’idea stessa di un abbassamento del livello della scuola»; «la pedagogia progressista contribuisce involontariamente a delegittimare l’autonomia docente», «l’umanismo retorico della pedagogia di sinistra e l’aziendalismo burocratico del sistema scolastico finiscono per convergere», «la destra sovranista e l’ultrapedagogia di sinistra si alimentano a vicenda», «gli ultrapedagogisti di sinistra che si trastullano con l’idea di rendere più democratica la scuola hanno già perso: perché la democrazia reale, quella fuori dalla scuola, è stata manomessa da tempo e non viene minimamente scalfita dalla pseudodemocratizzazione dell’insegnamento – venendone, anzi, confermata», «anziché opporsi a queste dinamiche, la pedagogia di sinistra vi contribuisce attivamente, sostenendo, anche se indirettamente, le logiche produttive ministeriali e del capitalismo», il meccanismo neoliberale dell’Invalsi sarebbe lo stesso che quello dei «ricercatori di pedagogia e didattica» e dell’associazionismo educativo; eccetera. Si capisce che senso abbia ripescare Hannah Arendt (una delle poche studiose che dicevamo), che viene presa a modello con una lunga citazione dei suoi scritti del 1956 sulla crisi dell’educazione; su questi esiste una bibliografia notevole che critica radicalmente le posizioni di Arendt come sintomo di un conservatorismo pedagogico, vedi per esempio Gert Biesta (autore di un classico contemporaneo come Riscoprire l’insegnamento).
Nonostante Biesta sia praticamente l’unico studioso di pedagogia democratica che non viene stigmatizzato, proprio Biesta viene letto troppo poco (tranne nel saggio di Roberto Contu, che è anche il meno bilioso) e anche male (dal saggio di Lo Vetere, che è quello più approfondito ma anche uno dei più liquidatori nei confronti della pedagogia). Della critica di Biesta alla cosiddetta learnification viene fatto un ripetuto cherrypicking che poi viene allargato alla didattica democratica tout court. Non si fa cenno però al suo rapporto con John Dewey e con Jacques Rancière, che è alla base di queste critiche. Nel libro Dewey viene nominato quasi sempre come un cantore di un nuovo culto filoimperialista («gli apostoli di Dewey»), Rancière non viene mai nominato. Veniamo invece alla tesi principale del libro: la pedagogia si è fissata sui problemi che accadono a scuola, soprattutto nelle relazioni educative e non nella struttura del potere, perdendo di vista il contesto politico e sociale. Il contesto politico e sociale degli ultimi quarant’anni ha visto il progressivo affermarsi del neoliberismo, al quale occorre opporsi scartando le soluzioni della pedagogia democratica. È chiaro che in questi saggi manchino quindi i nomi di Bruno Ciari o di Mario Lodi, e che don Milani o bell hooks vengano chiamati in causa solo come riferimenti mistificati dai pedagogisti progressisti. Il saggio di Marina Polacco è particolarmente convinto di questa convergenza: in nome della didattica per competenze, le istanze di Giuseppe Valditara e Ernesto Galli della Loggia finiscono per associarsi a quelle di Simone Giusti o Federico Batini. Possiamo dire che c’è molta ingenerosità, soprattutto perché per corroborare queste tesi non si citano in alcun modo i testi di Batini e Giusti e li si fraintende insieme a quelli di Cristiano Corsini, altro pedagogista attaccato in modo virulento da Marco Maurizi nel suo saggio sulla valutazione, come se la sua riflessione sulla valutazione formativa fosse uno sciocco servilismo nei confronti del capitalismo.
Un interrogativo essenziale
Con tali problemi di fondo Contro la scuola neoliberale finisce così per vanificare il senso di una domanda che invece sta a cuore a tutti coloro che in modi diversi abitano il dibattito sulla scuola: perché la scuola dell’autonomia, nata in seno alle battaglie di sinistra degli anni Settanta, ha quasi del tutto mancato il suo obiettivo di emancipazione ed è stata invece in molti casi il grimaldello per l’aziendalizzazione della scuola italiana? Perché è andata così male? È colpa di Luigi Berlinguer? Di Moratti e Gelmini? È accaduto per eterogenesi dei fini, o già in seno a quel modello c’era una tara genetica che non è stata compresa, corretta, eliminata? È questa una domanda che ha un rilievo storico significativo – Monica Galfré qui su Domani se la poneva e viene ripresa nel libro – e che potrebbe far dialogare questo testo con altri usciti nell’ultimo anno, che in modo meno frettoloso e risentito ragionano sulla crisi della scuola come crisi della democrazia: Dipende dalla classe di Michele Arena, La scuola tradita di Mario Pomini (fa strano che il suo testo non venga mai citato, proprio perché sembra una sua importante premessa storiografica), Tra i banchi di scuola di Espérance Hakuzwimana, L’orientamento a scuola di Marco Pitzalis (a proposito di orientamento, così importante nella discussione sulla scuola neoliberale, non citare i lavori di Pitzalis e Marco Romito è un’occasione persa) e anche La fabbrica dei voti del frainteso e vituperato Cristiano Corsini, che ha una esplicita posizione anticapitalistica, quando discute della valutazione formativa e anche dell’Invalsi.
Perché? Guardandola in una prospettiva storica, l’idiosincrasia nei confronti della “pedagogia democratica” del gruppo messo insieme da Cangiano e di molti altri docenti e studiosi anche a sinistra viene da lontano, come ha ricostruito nel 2022 Vanessa Roghi in Il passeggero coraggioso. Da quando a metà degli anni Cinquanta a sinistra ci si è divisi fra chi pensava che la scuola avesse bisogno di una grande riforma che sarebbe stata anticapitalista e chi, nel frattempo, faceva in modo di adempiere al mandato costituzionale rendendo la classe una palestra quotidiana di democrazia.
Allora il Pci era scettico e ostile nei confronti dei docenti che leggevano Dewey (che era stato tradotto poco e male durante il fascismo e che veniva tacciato di essere un evangelizzatore del verbo capitalista – Luciana Bellatalla ricostruisce bene questa ricezione), finché nel 1955 Mario Alicata comprese che la battaglia non solo poteva essere comune ma come fosse proprio quella pedagogia democratica a indicare una visione politica anticapitalista. Ne venne fuori la migliore stagione della riflessione pedagogica italiana che – da Bruno Ciari in poi – ha tenuto insieme sindacati e partiti di sinistra, anche radicale, con un corpo docente innamorato della sperimentazione in classe.