Caschi da lavoro liquefatti, infradito recuperate nel deserto, proiezioni di una Venezia cancellata dalle mappe. E ancora, gli ultimi impollinatori in una teca, oggetti salvati dal fango, bollette con cifre da capogiro. Sono alcuni dei reperti consegnati al futuro fantascientifico – ma non troppo – ambientazione di GEA 2076, la nuova installazione-museo sulla crisi climatica realizzata dall’artista Alessandro Calizza per Greenpeace Italia.
L’OPERA, IN QUESTE SETTIMANE nelle piazze italiane, è una macchina del tempo che catapulta i visitatori in avanti di mezzo secolo per mostrare loro – con l’espediente dell’iperbole – come gli impatti del cambiamento climatico, l’inerzia dei governi e la sete di profitto delle aziende inquinanti potrebbero condurci verso una realtà distopica. Attraverso un originale percorso immersivo, Greenpeace mette in mostra i rischi e gli impatti presenti e futuri degli eventi meteo estremi, evidenziati anche nel suo ultimo report dal titolo Quanto costa all’Italia la crisi climatica?
IL CONTO CHE NE VIENE FUORI è salatissimo. Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente (AEA), tra il 1980 e il 2024 gli eventi estremi legati al tempo atmosferico e al clima hanno causato perdite economiche per 822 miliardi di euro nell’UE: l’Italia è al secondo posto, dopo la Germania, tra i Paesi membri che in 45 anni hanno registrato i danni più elevati, con 145 miliardi persi, di cui oltre la metà (74) soltanto tra il 2015 e il 2024.
ELABORANDO I DATI DEL DIPARTIMENTO della Protezione Civile, Greenpeace si è concentrata sugli eventi meteo-idrogeologici e idraulici nella penisola: tra il 2015 e il 2024, si stimano oltre 19 miliardi di euro di danni soltanto per frane e alluvioni, con Emilia-Romagna, Sicilia, Lombardia, Piemonte e Veneto in vetta alla classifica delle Regioni più colpite dagli eventi meteo-idro estremi e, ancora Emilia-Romagna, Campania, Veneto, Abruzzo e Sicilia tra quelle che hanno registrato i maggiori danni economici.
DANNI INGENTI A CUI, TUTTAVIA, non corrispondono adeguati stanziamenti per i territori. Nei dieci anni considerati, infatti, i governi che si sono succeduti in Italia hanno trasferito alle regioni 3,1 miliardi di euro, coprendo appena il 17% dei danni totali.
NON VA MEGLIO SUL FRONTE della prevenzione del dissesto idrogeologico cui, nello stesso arco di tempo, sono stati destinati complessivamente 10,5 miliardi di finanziamenti, osservando però dal 2021 una progressiva diminuzione delle risorse stanziate e tempi lunghi di realizzazione degli interventi, soprattutto al Sud. Guardando alle protezioni assicurative, nonostante dal 2024 sia diventato obbligatorio per le aziende assicurarsi contro le catastrofi naturali, le polizze Cat-Nat base escludono per il momento il rischio di mareggiate, che continuano quindi a rimanere scoperte, come osservato di recente con il ciclone Harry.
IN PERICOLO LA VITA DELLE PERSONE, le loro case, ma anche il patrimonio culturale e il tessuto produttivo del Paese. Le ultime stime di Ispra ci dicono che il 94,5% dei Comuni contiene zone a rischio per frane, alluvioni, valanghe e/o erosione costiera. Circa 1,28 milioni di italiani vivono in aree a rischio frana, 6,8 milioni in zone soggette al rischio di alluvione, con le popolazioni di Emilia-Romagna, Toscana, Veneto, Campania, Lombardia e Liguria maggiormente esposte a rischio idrogeologico. Ancora, oltre 84 mila industrie e servizi e 14 mila beni culturali si trovano in aree a pericolosità da frana elevata, più di 640 mila industrie e servizi e circa 34 mila beni culturali sono invece esposti a un medio pericolo di alluvione.
LA CRONACA PIU’ RECENTE, CON IL CASO della frana di Petacciato in Molise e dell’Italia «divisa in due» ha del resto messo in evidenza – per l’ennesima volta – la fragilità infrastrutturale del Paese, riportando al centro il tema del costo crescente della gestione emergenziale rispetto alla prevenzione. «Il divario tra danni e risorse per il risanamento, il calo dei fondi spesi per la prevenzione, il ritardo nell’applicazione del Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) e il definanziamento delle misure contro le alluvioni nel PNRR sono tutti gravi segnali di allarme che non possiamo ignorare», commenta Federico Spadini di Greenpeace Italia. «Interventi per il ripristino dei territori e la riduzione del consumo di suolo devono essere potenziati, perché permettono di risparmiare denaro e di proteggere vite umane. Parallelamente, è necessaria un’accelerazione della transizione energetica verso le fonti rinnovabili, per garantire sostenibilità ambientale ed economica e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili».
RESTA, NEL FRATTEMPO, LA DOMANDA su cosa attendersi nel breve periodo. Scenari che somigliano già a quelli di GEA. «Se da una parte il clima è destinato a diventare più secco, dall’altra ci si attende una maggiore frequenza e intensità delle piogge estreme – spiega Paola Salvati, ricercatrice del CNR – Una tendenza che si traduce in un aumento di piene lampo (flash floods) e frane superficiali, le più pericolose perché si verificano in tempi molto rapidi e sono spesso difficili da prevedere». Ancora, a meno di un taglio delle emissioni inquinanti, il rapporto 2025 Paesaggi sommersi della Società Geografica Italiana stima che nel 2100 il 4,7% del territorio italiano potrebbe essere inondato dal mare in maniera permanente o periodica. E, secondo lo studio Mediterranean Cyclones in a Changing Climate (2025), in un Mediterraneo in cui i cicloni tendono a diventare più intensi perché il mare più caldo fornisce maggiore energia e umidità alle perturbazioni, si prevedono precipitazioni più violente e mareggiate più distruttive: una minaccia diretta per le comunità costiere e la loro economia.
IN ALTRE PAROLE: NON E’ LA FINE del mondo, ma ciò che appariva lontano è oggi realtà quotidiana, anche in Italia, non più trascurabile. È questo uno dei messaggi che intende restituire GEA 2076, lasciando però aperti spiragli sul futuro più prossimo e dando la possibilità ai visitatori di scrivere un passato, e dunque un presente, alternativo. Perché, anche tra migrazioni climatiche, caro energia, frammentazione degli ecosistemi e perdita di territori, concreto è il margine di cambiamento possibile. Ed è proprio dalla consapevolezza che può nascere l’azione: dalle scelte pubbliche alla partecipazione dei cittadini, esiste ancora uno spazio reale per ridurre i rischi e costruire un futuro più sicuro e meno apocalittico.