Intervista di Alessandra Ricciardi a Luigi Berlinguer pubblicata oggi da ItaliaOggi.
Merito, i docenti ora sono pronti
L'ex rninistro dell'istruzione apre alla riforma Renzi. La sua, con 1.200 mld di lire, fu bloccata. Berlinguer: serve condivisione e cultura del risultato
Sono passati 14 anni. Lui, ministro di sinistra, arrivò allo scontro frontale con i sindacati e con il suo partito pur di difendere l'introduzione del merito a scuola: «Il docente che vale di più deve avere di più». Battaglia persa, quella di Luigi Berlinguer, ministro della pubblica istruzione tra il 1996 e il 2000, che pure con il governo Prodi aveva trovato 1.200 miliardi di vecchie lire, circa 620 milioni di euro, per dare, tramite concorso, aumenti a un docente su cinque. Circa 6 milioni di lire l'anno a testa. Non bastò, il cosiddetto concorsone fu cancellato e Berlinguer perse il dicastero. Oggi l'ex ministro si dice certo che i tempi sono cambiati, «i docenti sono pronti».
Domanda. Il ministro dell'istruzione Giannini ha avviato il sistema nazionale di valutazione delle scuole. C'è la cultura della valutazione?
Risposta. La valutazione va fatta e non ci possono essere ragioni per rinviare. Va fatta bene. Serve un'oppurtuna formazione degli attori e dei destinatari, Invalsi e Indire non si devono limitare a dare indicazioni o fare paternali, ma devono promuovere forme di preparazione e di accompagnamento in cui chi deve imparare a valutare non sia investito da una cattedra superiore ma sia sollecitato a sperimentare e partecipare. E' decisiva poi l'attuazione pratica e anch'essa deve essere fatta sollecitando partecipazione. Nella scuola gli attori sono già professionisti ai quali non serve alcuna lezione, vanno rispettati ma soprattutto provocati nel loro senso di responsabilità.
D. Nel suo ultimo libro, Ri-creazione, lei parla della scuola che innova dal basso. Sulla valutazione ce la farà?
R. Sarò franco, senza coinvolgimento la valutazione non si può fare. Il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali è necessario ma guai a pensare che sia esaustivo perché bisogna anche attivare un coinvolgimento diretto del personale interessato. Insisto, la valutazione va di pari passo con la responsabilità. E la responsabilità non si impone, ma si costruisce sollecitando. La cultura della valutazione è cultura del risultato che manca nella scuola trasmissiva, fatta di interrogazioni ed esami. Nel caso della valutazione, e quindi della verifica del risultato, è l'intera funzione educativa che viene coinvolta.
D. Il governo punta molto anche sulla differenziazione dei salari dei docenti in base al merito. Lei su questo perse la sua battaglia.
R. Trovammo oltre mille miliardi di lire che avrebbero dato aumenti al 20% dei docenti. Non si capì che era una soluzione per il primo anno e quindi che proseguendo la platea avrebbe potuto aumentare. Si manifestò un rifiuto della tecnica del test ma anche culturale ed etico-professionale.
D. Cosa la colpì in quella vicenda?
R. Un professore, in una scuola durante un'assemblea infuocata, mi disse: «Caro ministro, qui dentro i voti li do io, non lei». Era considerato uno dei più bravi professori. Io chinai il capo di fronte al docente che dà i voti, l'ho fatto per 40 anni anch'io il professore, gli risposi con un mesto quesito: «Bravo, tocca a lei giudicare gli studenti, dare i voti, ma chi dovrà giudicare i docenti?».
D. E' cambiato qualcosa da allora?
R. Quella mentalità che allora era diffusissima, anche se c'erano eccezioni naturalmente, oggi permane ma in una dimensione molto meno estesa. Ci sono molti docenti che sono pronti, che gradiscono o addirittura esigono di essere valutati perché lavorano non solo bene, ma tanto e sanno che non tutti i loro colleghi si impegnano allo stesso modo. A costoro fa piacere che questo loro lavoro porti a risultati anche economici. Io poi sono personalmente convinto che la valutazione del lavoro, se fatta bene, migliora tutti.
D. Così come proposta nel testo del governo Renzi è fatta bene?
R. Non sono in grado di dare un giudizio definitivo, credo che si debba iniziare ma che si debba ancora discutere per migliorarla.
D. Il sindacato è cambiato? Con il governo i rapporti sono tesi.
R. Ai miei tempi il sindacato fu all'inizio consenziente, poi, vista l'aria che tirava nelle scuole, si adeguò a quel clima. Oggi la situazione è differente anche se il sottofondo di mentalità ogni tanto riemerge. La chiave di volta è diffondere nella scuola la cultura del risultato.
D. Il suo governo mise sul piano risorse aggiuntive. Oggi invece la riforma si fa a costo zero. E gli stipendi dei docenti italiani sono tra i più bassi d'Europa.
R. Mi rendo conto del problema, non vorrei però che tutti gli argomenti di perplessità, anche se ragionevoli, funzionassero da occasioni di rinvio. Siamo in carestia, governiamo in carestia, ma governiamo, basta rinviare.