Mariano Croce (Università La Sapienza) - La simbologia del Dragone contro la decadenza yankee

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Sergio Brasini

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May 15, 2026, 1:30:14 PM (yesterday) May 15
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La simbologia del Dragone contro la decadenza yankee

Dalla citazione della “trappola di Tucidide” alle complesse ritualità di benvenuto: l’obliqua autorappresentazione di Pechino è quella di un attore consapevole che intende farsi carico della responsabilità di sostituirsi a chi, logoro e indebolito, prima o poi dovrà cedere il passo. Il tutto in evidente contrasto con le messinscene scomposte di un capo carismatico che vorrebbe riscrivere a piacimento le regole della politica globale

Nella complessa grammatica dei cerimoniali diplomatici si trova spesso la chiave per comprendere gli equilibri della politica internazionale. Il vertice tra Donald Trump e Xi Jinping, in effetti, offre un plastico raffronto tra due modalità antitetiche di esercizio del potere, segnate oggi da un crescente squilibrio. Da una parte, le messinscene esorbitanti e scomposte di un capo carismatico che vorrebbe riscrivere a piacimento le regole della politica globale. Dall’altra, un’articolata struttura politico-burocratica che esercita una dominanza placida e trae la propria forza dalla pianificazione e dalla disciplina organizzativa. Sicché, se una lettura superficiale dell’accoglienza riservata a Trump potrebbe far pensare a un dialogo tra pari, un’interpretazione più attenta sembra invece suggerire che la Cina abbia voluto dare implicito risalto alla progressiva asimmetria tra le due potenze. 
Il cerimoniale di benvenuto, in Cina, è carico di significati. La scenografia predisposta per Trump mostra all’apparenza tutti i marcatori di un’inequivocabile attestazione di stima e rispetto: la presenza del vicepresidente Han Zheng in giacca scura, la banda militare e i giovani in uniforme. Eppure, a ben guardare, proprio questi elementi potrebbero contenere un’ambiguità più sottile. In primo luogo, secondo alcuni analisti, Han Zheng ricoprirebbe oggi una carica prevalentemente rappresentativa, fuori dal Comitato permanente del Politburo e dunque, di fatto, privo di influenza effettiva sulle decisioni di governo. 
Primo segnale, quindi, di un vertice meno magnificente rispetto a quello del 2017, quando Trump all’arrivo fu accolto da una figura apicale del sistema, nell’ambito di un’organizzazione che contemplava una cena privata nella Città Proibita e una cerimonia nella Grande Sala del Popolo. 
Un altro vistoso indizio fa risaltare l’asimmetria tra le due parti: Xi ha evocato la “Trappola di Tucidide”, nozione elaborata dal politologo Graham Allison e resa celebre nel libro Destined for War (2017), con riferimento al timore di Sparta per la crescita del potere di Atene, che, secondo la tesi tucididea, avrebbe reso inevitabile la guerra tra le due potenze. Di particolare interesse è questo tipo di “appropriazione selettiva”, felpata ma ferma, attraverso cui la leadership cinese si presenta a una controparte che percepisce come decadente, di cui osserva le mosse per individuarne con maggiore precisione il punto di caduta. L’obliqua autorappresentazione di Pechino è quella di un attore consapevole che, entro un quadro di lungo periodo, intende farsi carico della responsabilità di sostituirsi a chi, logoro e indebolito, deve cedere il passo quale massima superpotenza. 
Certo, la Cina può permettersi un posizionamento di tale forza sul piano della scacchiera simbolica perché è dominata da una logica autocratica, che reprime le divisioni interne e occulta l’impatto delle crisi sociali ed economiche. Eppure, il suo investimento in una narrativa che la esalta come portatrice di una visione di lungo corso, punto di fuga dello scenario globale, ribadisce che la politica necessita innanzitutto dell’ambizione, al contempo realista e utopica, di proiettarsi sul futuro. All’opposto, l’attuale amministrazione statunitense è piagata dalle estemporaneità di una logica occasionalista, tipica delle trattative di mercato, che trova un incisivo affresco nella parata di amministratori delegati dell’industria americana. 
Dinanzi a tale squilibrio c’è da chiedersi se le democrazie liberali, travolte dalle contingenze dei cicli elettorali e dalle crisi di consenso, abbiano ancora gli strumenti istituzionali e culturali per competere con un avversario che ragiona in termini di predominio ideologico e culturale, prima ancora che militare e finanziario. L’attuale forza della Cina ribadisce che la politica vive innanzitutto delle risorse che vengono dalla capacità di immaginare l’avvenire e di approssimarlo con pazienza, capacità che l’Occidente ha smarrito e cui l’intelligenza artificiale delle big tech trumpiane è costitutivamente incapace di supplire. 
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