Alessandro Barbero - La scuola che fu di Salvemini e la riformetta targata Renzi

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Sergio Brasini

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Aug 31, 2015, 5:49:34 AM8/31/15
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Intervento pubblicato oggi da il Fatto Quotidiano.

La scuola che fu di Salvemini e la riformetta targata Renzi

Tra gli inizi del Novecento e il 2015 poco è cambiato: “In quell’Italia gli insegnanti si sentivano abbandonati e presi in giro proprio come oggi. E la politica? Non c’era da aspettarsi neanche allora nulla di buono”

"Per il grosso pubblico, che non vive nella scuola, l’insegnante non è un uomo, che mangia, dorme e veste panni: è un essere astratto indipendente dalle leggi fisiologiche della nutrizione, collocato in un mondo ideale, dove non ha bisogni, non ha preoccupazioni, non ha dolori e si nutre solo di bacche d'alloro e di cipresso”. Che l’opinione pubblica sia colpevolmente indifferente davanti al modo in cui vengono trattati gli insegnanti nel nostro Paese, si è capito da un pezzo; ma questo non è lo sfogo di un precario indignato per l’ennesima uscita governativa sulla cosiddetta buona scuola. È una constatazione di Gaetano Salvemini, che nel 1901, a ventott'anni, professore all’università di Messina, si ricordava ancora fin troppo bene gli anni precedenti, in cui aveva fatto il professore di liceo; ed era ben deciso a continuare la sua battaglia a favore della scuola pubblica, in un’Italia in cui gli insegnanti si sentivano abbandonati e presi in giro proprio come oggi.
Salvemini aveva fatto la gavetta che era allora normale: per quattro o cinque anni aveva girato l’Italia, professore incaricato al ginnasio di Palermo, poi a Faenza, poi a Lodi, poi a Firenze, a tappare ogni anno i buchi - proprio come adesso, verrebbe da dire, salvo che allora questa gavetta si faceva a vent’anni e con la certezza del posto di ruolo. Toccando con mano le condizioni della scuola, il giovane intellettuale di Molfetta, socialista rivoluzionario e meridionalista accanito, si era messo le mani nei capelli: quello che vedeva era la mancanza di risorse, la miseria delle retribuzioni, l’indifferenza del governo, e, appunto, l’incomprensione e l’ostilità dell’opinione pubblica. Gaetano inclinava a credere che il disastro della scuola rispondesse a un disegno preciso, e facesse comodo a molti. Certo, l’Italietta d'inizio Novecento era un Paese ufficialmente laico, non esisteva l’ora di religione e non s’erano mai visti crocifissi nelle aule; anzi, qualcuno contestava addirittura il diritto di aprire scuole private cattoliche. Salvemini era un anticlericale convinto, eppure non ebbe mai nessun dubbio: guai se lo stato pretendesse il monopolio dell’istruzione vietando l’esistenza di scuole confessionali, sarebbe un sopruso odioso quanto il monopolio della stampa. Ma al tempo stesso era sicuro che la laicità dello stato era solo una facciata, imposta dalla tradizione risorgimentale, e che in fondo le classi dirigenti italiane erano contente di vedere la scuola pubblica andare in malora. Il disegno, scrisse, era chiaro: “Deprimere la scuola pubblica, non far nulla per migliorarla e più largamente dotarla; favorire le scuole private confessionali con sussidi pubblici, e con sedi d’esami, con pareggiamenti; rafforzata a poco a poco la scuola privata confessionale e disorganizzata la scuola pubblica, sopprimere al momento opportuno questa e presentare come unica salvatrice della gioventù quella”. Il lettore può giudicare quanto l’Italia del 2015 sia progredita rispetto a quella 1907.
Ma cosa volevano, dunque, questi benedetti insegnanti? Salvemini non si vergognò a dirlo: volevano stipendi decenti, e avevano ragione, perchè tutto partiva di lì. La povertà degli stipendi era la piaga che distruggeva le illusioni e l’idealismo dei professori. Si comincia con tanto entusiasmo! Poi “passano gli anni e scemano le forze e la croce diventa sempre più grave: e si lotta fin che si può fra il bisogno e il dovere, e finalmente si cede. E allora l'insegnante va a scuola non più per creare anime, ma a guadagnarsi lo stipendio: muore il maestro e non resta che il mestierante, gretto, arido, sfiaccolato, non sempre scrupoloso, che si risparmia più che può, perché deve ancora lavorare nelle lezioni private”.
Dal governo, ammonì, non c’era da aspettarsi nulla, soltanto belle parole. L’unica soluzione era la lotta: e nel 1902 Salvemini fondò il primo sindacato degli insegnanti. In un mondo in cui i sindacati erano ancora una novità malvista da molti, a mala pena legale e che comunque veniva associata agli operai e alle loro agitazioni sovversive, spiegò agli insegnanti che l’unico modo per far valere i loro diritti era di unirsi; che il loro sindacato non doveva essere “una confraternita di pitocchi”, doveva rinunciare ai metodi tradizionali di chi in Italia vuole ottenere qualcosa (“il piagnisteo e il salamelecco”), ma imporre con la forza all’opinione pubblica, e quindi a una classe politica riluttante, di risolvere i problemi della scuola. Salvemini, diciamolo, era uno che si illudeva facilmente: non riusciva a persuadersi che le cose chiare come il sole possono essere ignorate e le verità più ovvie sbeffeggiate. Certo non poteva immaginare che nell’anno di grazia 2015 un ministro avrebbe dichiarato che se la scuola non funziona, è colpa dei sindacati. Come se dopo un secolo si fosse tornati al punto di partenza, in attesa che fra i giovani del terzo millennio nasca il nuovo Salvemini.

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