Giorgia Serughetti (Università di Milano Bicocca) - La destra colpisce il dissenso per recuperare il consenso

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Sergio Brasini

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Apr 2, 2026, 1:28:16 PM (2 days ago) Apr 2
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La destra colpisce il dissenso per recuperare il consenso

In un momento di profonda incertezza e conti che non tornano, data la scarsità di opzioni sul tavolo, la cara vecchia carta della guerra ai “nemici interni” sembra la prima e la più facile da giocare. Ma non sarà la sicurezza l’unico terreno su cui il governo italiano proverà a ritrovare una connessione con l’elettorato perduto

Andare avanti, continuare a lavorare, dare risposte ai problemi del paese: è la linea pragmatica che ha scelto il governo Meloni dopo l’umiliazione del voto referendario e l’operazione di pulizia interna che ne è seguita. Ma avanti verso dove? 
Non è rassicurante lo scenario che potrebbe aprirsi ora, con una maggioranza in crisi di consenso a cui non resta, per recuperarlo, che tentare il tutto per tutto. Come una bestia ferita diventa più aggressiva per proteggere la sua vulnerabilità, così un governo malconcio e diviso, scopertosi non invincibile, potrebbe farsi più pericoloso, enfatizzando il lato autoritario del suo disegno di potere. 
La prima uscita pubblica di Giorgia Meloni, dopo il voto, è stata dedicata alla sicurezza, al fermo preventivo per i 91 anarchici che si erano ritrovati domenica per commemorare con cori e mazzi di fiori rossi e neri i due militanti Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, morti lo scorso 19 marzo a Roma mentre stavano fabbricando un ordigno esplosivo. L’operazione è stata rivendicata dalla presidente del Consiglio come una conferma del fatto che «il decreto Sicurezza funziona», e dell’importanza di andare avanti «con più strumenti per garantire sicurezza a tutti e più tutele per chi vuole manifestare pacificamente». Più strumenti, oltre alle misure liberticide già entrate in vigore? 

Fermo preventivo 
Il fermo preventivo, in particolare, si conferma una disposizione capace di incidere in misura nient’affatto irrilevante su alcune libertà fondamentali della persona. Incide, certamente, sulla libertà di riunione e di manifestazione del pensiero. Perché, a dispetto della versione rassicurante che ne offre Meloni («serve a garantire che le manifestazioni si svolgano in modo non violento»), l’identificazione di soggetti ritenuti «sospetti », e il loro accompagnamento e trattenimento (fino a dodici ore) in questura, per accertamenti (non si sa di quale natura), si basa sulla pura presunzione di pericolosità, a prescindere dall’esistenza di elementi oggettivi, e lascia dunque ampia discrezionalità alle forze di polizia. 
Possiamo immaginare, fin d’ora, quali saranno i soggetti colpiti da questi nuovi poteri speciali: attiviste e attivisti già noti alla polizia investigativa saranno sottoposti al fermo in occasione di ogni manifestazione pubblica di protesta. E ad essere tenute sotto osservazione saranno, naturalmente, le organizzazioni e sigle più radicali. Un’ingiustizia preventiva, dunque, e selettiva. 
Non casualmente, in questo clima post-referendario, alla ricerca disperata di nuove misure bandiera, la Lega di Matteo Salvini presenta un disegno per mettere fuori legge le organizzazioni “antifa”, i gruppi di «militanti antagonisti estremisti», classificandoli come «terroristici». L’iniziativa allineerebbe l’Italia agli Stati Uniti di Donald Trump e all’Ungheria di Viktor Orbán, dove disposizioni simili sono già entrate in vigore. 
Il «terrorismo antifascista» come nemico della nazione: è la narrazione che sta prendendo piede tra le file della destra radicale sulle due sponde dell’Atlantico. Nessun provvedimento, invece, sembra voler colpire le organizzazioni estremiste di destra, che in Italia come nel resto d’Europa manifestano sempre più indisturbate esibendo simboli fascisti e braccio alzato. 

L’elettorato perduto 
Non sarà la sicurezza, certo, l’unico terreno su cui il governo italiano proverà a ritrovare una connessione con l’elettorato perduto. Perché sa bene che le preoccupazioni di questo elettorato sono altre: costo della vita, energia, occupazione, welfare, venti di guerra. Ma in un momento di profonda incertezza e conti che non tornano, data la scarsità di opzioni sul tavolo, la cara vecchia carta della guerra ai “nemici interni” sembra la prima e la più facile da giocare. 
È, del resto, una regola piuttosto generale che i governi in crisi di consenso, quando non vogliono fare i conti con questa realtà e trarne le conseguenze, accentuino la propensione alla repressione del dissenso. Specialmente se, come il governo Meloni, con il dissenso non hanno mai voluto fare i conti: né nell’aula parlamentare, né nella società.
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