Michel Croce (Università di Genova) - L'affaire De Gregori. Non si deve scambiare l’eco del microfono per la voce della verità

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Sergio Brasini

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Jun 4, 2026, 1:33:46 PM (3 days ago) Jun 4
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Non si deve scambiare l’eco del microfono per la voce della verità

Le polemiche intorno alla rivendicazione del cantautore della libertà di non schierarsi offrono un’occasione. Distinguere lo sconfinamento dalla sensibilizzazione restituisce al dibattito la possibilità di essere un dibattito, non un mero scontro di slogan

Nel 1976 Francesco Guccini incideva L’avvelenata, un’invettiva contro chi pretendeva di dirgli cosa e come cantare. Rivendicava la libertà di scrivere ciò che voleva, senza confini alla creatività. Cinquant’anni dopo, Francesco De Gregori rivendica una libertà quasi opposta: quella di non schierarsi e di provare persino imbarazzo per chi lo fa. Direzioni contrarie, con una radice comune: l’autonomia di chi sta davanti a un pubblico. La polemica scatenata dalle parole di De Gregori è interessante perché in quelle frasi si cela una tensione tra due concetti che, nel clamore mediatico della vicenda, rischiano di passare in secondo piano. 

Due concetti diversi 
Il primo concetto è quello che possiamo chiamare sconfinamento: parlare al di fuori del proprio campo, mostrando un’autorità che non si possiede, magari presentando come indiscutibile ciò che è controverso. Su come si risolva una crisi internazionale o su questioni scientifiche, l’opinione di chi ha microfono e platea non vale quanto quella di chi ha studiato per decenni. Qui la domanda «Che titoli hai?» è legittima, e il degregoriano invito ad analizzare ogni cosa «con estrema cura» è una virtù, non certo una scusa. Un artista che pontifica sugli equilibri militari di un conflitto fa una cosa diversa da un esperto che li analizza, e fingere il contrario sarebbe disonesto. Il secondo concetto è di tutt’altra natura. Un artista che usa la propria visibilità per sensibilizzare il pubblico a una causa non avanza una pretesa di sapere. Quando Bruce Springsteen canta contro gli agenti dell’Ice che uccidono per strada, non si proclama esperto di politica americana: offre una testimonianza e mobilita un sentimento. Per questo non servono credenziali. Non è un atto di conoscenza. È un atto civile, alla portata di chiunque abbia una convinzione e qualcuno con cui condividerla. Chiedere «Che titoli hai?» a chi sensibilizza è un po’ come chiedere un attestato per indignarsi o un brevetto per schierarsi: un errore di categoria. È pretendere il rigore dell’esperto da chi esercita il diritto del testimone. 

Confondere i piani 
Il dibattito si incendia (anche) perché i due piani non vengono tenuti separati. Da una parte c’è chi difende il pubblico dallo sconfinamento. E ha ragione: nessuno è esperto di tutto, e la certezza gratuita di chi ha raggiunto la celebrità può fare danni. Dall’altra c’è chi difende il diritto di un cittadino, sia pure famoso, a schierarsi per ciò in cui crede. E ha ragione anche lui: nessuna laurea è richiesta per prendere posizione su ciò che si ritiene giusto. Le due posizioni non si contraddicono; usano parole simili per dire cose diverse, ed è anche per questo che non si capiscono. Il diritto di sensibilizzare non dipende dalla bontà della causa, né dalla competenza. Dipende dall’essere cittadini in uno spazio comune, liberi di esprimersi e coinvolgere gli altri. Chi ha un palco non possiede un diritto diverso, ma lo stesso diritto con una portata enormemente maggiore. E con quella portata arriva una maggiore responsabilità. Perché il megafono non rende più vero ciò che si dice, ma ne moltiplica gli effetti. Come ogni medaglia, anche questa ha il suo rovescio. Chi rimprovera a De Gregori il suo imbarazzo non gli riconosce soltanto la libertà di parlare: gliela impone, come se il silenzio su certe cose equivalesse per forza a un’omissione. Può darsi. Ma quando quella pretesa viene imposta dall’esterno torna a valere la regola del megafono: una presa di posizione estorta non è più vera di un silenzio, è solo più rumorosa. Questo ragionamento ha una conseguenza scomoda. Se si fonda sulla cittadinanza, il diritto di sensibilizzare vale anche per le celebrità le cui convinzioni troviamo detestabili: difenderlo solo quando ci piace ciò che viene detto significa non averlo capito. Così il problema si sposta dove davvero abita: il punto non è tanto se gli artisti possano o debbano parlare, perché possono e lo fanno, ma cosa facciamo noi, dal pubblico, della loro parola amplificata. Se ci spetta un compito critico, non è zittire, né arruolare, chi sale sul palco. Piuttosto, è quello di non scambiare l’eco di un microfono per la voce della verità. È a questo livello che i due piani della vita democratica, informarsi ed esprimere la propria opinione, si intrecciano senza confondersi. Per tornare a De Gregori, dubito che la polemica ci consegni una lezione generale. Ma distinguere lo sconfinamento dalla sensibilizzazione restituisce al dibattito la possibilità di essere un dibattito, non un mero scontro di slogan. Per chi vuole ascoltare, direbbe il Maestrone “avvelenato”.
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