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Lo strapotere globale Usa resta senza contrappesi
Non è così importante che il presidente americano raggiunga in Iran un qualche obiettivo, tra i tanti che ha variamente indicato: ha dimostrato che, se vuole, può colpire ovunque e arrecare danni enormi
L’idea che gli Stati Uniti siano in declino è forse un po’ esagerata, e la speranza che le medie potenze riescano a controbilanciarla – per quanto auspicabile – è rinviata al futuro. L’America vanta una tale supremazia militare e tecnologica da non avere competitor sullo scenario internazionale. Può operare su tutti i fronti con mezzi che nessun altro dispone. La Cina sta rafforzandosi ma non potrebbe mai inviare una portaerei nel Mediterraneo o nel Mare del Nord (finché non si sciolgono i ghiacci): il suo ambito di intervento è ancora limitato, e le sue connessioni tra Ai e sistemi d’arma non sono mai stati testate sul campo. Guerre locali come quella del Golfo servono anche a questo. Gli Stati Uniti continuano a vincere la sfida globale perché dispongono di una tale massa finanziaria (pubblica e privata) da poter continuare ad investire nell’Ia senza sosta. Tutti gli economisti prevedevano un contraccolpo forte sull’economia Usa a causa della politica dei dazi. Si sono dovuti ricredere, a loro avviso proprio per l’effetto dell’Ia sul sistema economico. A questi dati strutturali che insediano ancora gli Usa sul trono, si aggiunge chi occupa fisicamente quello scranno oggi. Finché ci sarà Trump, o in futuro un suo accolito, gli Usa seguiranno la via della forza e del più smaccato benefit economico di tipo neoimperialista. Il King di Washington ha lasciato la sua presa sulla Groenlandia perché gli creava troppi impacci, ma ha recuperato con il Venezuela. E sul rapimento di Maduro nessuno ha sollevato obiezioni. La tela del diritto internazionale, vanto dell’occidente come elemento civilizzatore dell’arena internazionale, era già stata strappata nel 2003: l’invasione dell’Iraq segna l’inizio dell’uso indiscriminato della forza nelle relazioni internazionali post 1945. E del parallelo declino delle Nazioni unite. Così come Israele passeggia sul corpo martoriato del Libano senza nemmeno curarsi dell’uccisione di caschi blu (i caduti hanno la sfortuna di non essere bianchi occidentali, e quindi passano inosservati), altrettanto Trump lancia zampate mortali in Iran. E all’ayatollah Khamenei è toccata una sorte ancor più ultimativa di quella occorsa a Maduro.
Non è così importante che il presidente americano raggiunga in Iran un qualche obiettivo, tra i tanti che ha variamente indicato: ha dimostrato che, se vuole, può colpire ovunque e arrecare danni enormi. Oggi è frenato dai suoi alleati del Golfo che temono reazioni, a tempo debito, degli sciiti, sia di quelli che hanno in casa, tra gli immigrati, che di quelli iraniani. Altrimenti, agli Usa non mancano gli strumenti per devastare quel paese. A fronte di uno scenario dominato da una potenza imperiale senza freni né remore, il primo ministro canadese aveva lanciato da Davos un appello a tutte le medie potenze affinché si coordinassero per bilanciare gli Stati Uniti. L’idea è suggestiva, quanto illusoria, nel breve termine. Se nemmeno l’Unione europea, che condivide tanta storia comune e una fitta trama di interessi, è riuscita ad ergersi come potenziale alternativa, è ben difficile che varie nazioni in giro nel mondo possano armonizzarsi a tal punto da costituire un polo attrattivo . Nel nostro continente si sono accumulati troppi ritardi, incomprensioni e fallimenti veri e propri per giocare un ruolo da primi attori. L’euro simboleggia tutto ciò: poteva incalzare il dollaro come moneta di riserva avviando un clamoroso riequilibrio con gli Usa, ma l’occasione è sfumata, prima per il rifiuto britannico di aderire, poi per la libidine punitiva nei confronti dei pasticci contabili greci: fecero capire quanto debole fosse l’architettura della moneta unica senza integrazione politica più stretta. Ci volle il «whatever it takes» di Draghi per frenare il precipizio. Oggi serve proprio una voce forte e autorevole come quella dell’ ex governatore Bce per guadagnare status internazionale e contrapporsi credibilmente all’arroganza trumpiana. Altrimenti, non abbiamo speranza di farci ascoltare, né tanto meno di dar vita a un concerto delle (medie) nazioni.