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La tassa a favore dei giovani peggiorerebbe il nostro fisco
La proposta si colloca all’interno di un modello ormai ricorrente di politica fiscale, fondato sulla costruzione di benefici mirati che istituzionalizzano la competizione tra gruppi sociali, per accreditarsi ora con l’uno ora con l’altro
È stata chiamata “Start Tax”. Si tratta della recente proposta di riforma dell’Irpef che prevede una tassazione agevolata dei redditi in base all’età anagrafica, con aliquote ridotte per i più giovani. Rilanciata in questi giorni nelle assise di Italia viva, intende arginare l’emigrazione giovanile e dare risposta a un disagio reale e diffuso. Si inserisce effettivamente in un sistema di tassazione delle persone fisiche che grava in modo sproporzionato sui redditi da lavoro e che fatica a offrire ai giovani prospettive credibili. Tuttavia, proprio perché il problema è strutturale, la proposta appare fragile sul piano sistemico e discutibile su quello dei principi. Ciò di cui il nostro sistema di imposizione personale non ha bisogno è l’ennesima eccezione al regime ordinario.
Un impianto eroso
L’Irpef nasce come imposta generale, progressiva e unitaria, fondata sul concorso di tutti alle spese pubbliche in ragione della capacità contributiva di ciascuno. Negli ultimi tempi questo impianto è stato letteralmente eroso dal moltiplicarsi di regimi sostitutivi, cedolari e agevolazioni varie, che hanno frammentato la base imponibile e indebolito la funzione redistributiva dell’imposta.
E purtroppo anche la “Start Tax” si colloca in questo solco. Non ricostruisce l’Irpef, ma aggira i problemi esistenti, introducendo un ulteriore criterio di differenziazione, questa volta basato sull’età anagrafica. In questo senso, si ripete l’errore commesso con la tassazione forfetaria del reddito delle partite Iva. Anche in quel caso, di fronte a problemi reali si scelse di intervenire creando un regime separato e più conveniente. Il risultato non è stato solo una distorsione redistributiva, ma una vera e propria frattura sociale, con effetti sul piano dell’equità orizzontale e la percezione di crescenti ingiustizie.
Il regime forfetario discrimina i lavoratori dipendenti rispetto agli autonomi. La Start Tax rischia di produrre un effetto analogo, alimentando però un conflitto generazionale: giovani e meno giovani vengono posti in una relazione competitiva dall’accesso a benefici fiscali selettivi. Così, la Start Tax più che la riforma strutturale di cui ci sarebbe bisogno rischia di apparire orientata a intercettare consenso presso una determinata categoria di elettori, rinviando ancora una volta il nodo di una revisione complessiva dell’imposizione personale.
È qui che emerge il profilo più critico. La proposta si colloca all’interno di un modello ormai ricorrente di politica fiscale, fondato sulla costruzione di benefici mirati che istituzionalizzano la competizione tra gruppi sociali, per accreditarsi ora con l’uno ora con l’altro. In questo schema, il fisco non è più lo strumento con il quale si realizza il concorso di ciascuno alla vita della comunità, ma un’arena in cui da una parte si susseguono le promesse e dall’altro si rivendicano trattamenti differenziati.
Credibilità fiscale cercasi
Il modello disegnato dall’articolo 53 della Costituzione è diametralmente opposto. Si fonda su un progetto di comunità che trae risorse da un prelievo fiscale in cui la capacità contributiva e la progressività sono espressione di un dovere di solidarietà. Ogni iniziativa che frammenta l’imposta personale e mette in competizione i contribuenti allontana da questo progetto, non ricostruendo la società ma concorrendo a disarticolarla.
Insomma, la Start Tax prende le mosse da un disagio reale ma lo traduce in una risposta che aggrava le distorsioni già esistenti. Se si vuole restituire credibilità al patto fiscale e rafforzare la coesione sociale, la strada non è l’ennesima deroga, ma una riforma organica dell’Irpef che ne ricomponga l’unitarietà e rafforzi la progressività effettiva.
Il miglior “regalo” che si possa fare ai giovani, se davvero si vuole convincerli a non scappare all’estero, non è alimentare conflitti, né promettergli scampoli di privilegio. È, piuttosto, prospettare loro una società più giusta, in cui il fisco non divida, ma unisca, in cui il concorso alle spese pubbliche sia percepito come partecipazione a un progetto condiviso, non come il risultato di una competizione permanente tra categorie o addirittura tra generazioni.