Sono giorni di accese proteste in Argentina, dove il governo ha deciso il taglio dei fondi all’istruzione e all’università e impugnato, bloccandola, la legge approvata dal parlamento che prevedeva aumenti salariali per i docenti universitari adeguandoli all’inflazione. Secondo i dati del Consiglio Interuniversitario Nazionale (CIN), da quando Milei si è insediato nel 2023, gli stanziamenti di bilancio per le università hanno subito un calo cumulativo del 45,6% e il bilancio per quest'anno destina alle università 4.800 miliardi di pesos (circa 3 miliardi di euro), a fronte dei 7.200 ritenuti necessari per mantenere le attività correnti.
La decisione dell’esecutivo è arrivata sia per dare seguito alla politica di tagli avviata dal presidente anarco-libertario, nemico giurato di qualunque forma di spesa pubblica, sia per esplicita avversione dell’esecutivo nei confronti dei campus e delle università che considera, in armonia con l’amico e alleato Donald Trump, fucine di teorie di sinistra e woke.
Nonostante i cittadini argentini non siano nuovi ai tagli draconiani decisi dall’esecutivo, il fatto che questa volta abbiano colpito l’università sembra aver toccato un nervo scoperto del Paese, fiero del suo sistema di istruzione, rimasto gratuito e di alto livello anche nei periodi peggiori delle numerosi crisi economche affrontate in passato. “Il sistema universitario pubblico- scrive AP- , pilastro della sua forza lavoro altamente qualificata e molto apprezzato dalla sua numerosa classe media, è gratuito dal 1949 e ha formato cinque premi Nobel”.
Da qui le numerose proteste che hanno portato a poderose manifestazioni a Buenos Aires e in tutte le città del Paese, tanto che si stima che, a sfilare, in tutto il Paese, siano stati più di un milione e mezzo di cittadini.
L'economia inceppata
Ora, però, le cose sarebbero cambiate e l’economia argentina sembra essersi inceppata di nuovo.
I tagli alla spesa hanno portato a un aumento della disoccupazione e della povertà, con conseguente avvitamento della domanda interna e degli investimenti. Secondo i dati riportati da Financial Times, “a febbraio l'economia si è contratta del 2,6% rispetto a gennaio, la maggiore contrazione mensile da quando il presidente Javier Milei si è insediato alla fine del 2023, a causa del peso che il suo programma economico per contenere l'inflazione ha avuto sui principali settori industriali. Il rallentamento, che segue una crescita del Pil del 4,4% nel 2025, suggerisce che il successo di Milei nello stabilizzare l'economia argentina, cronicamente volatile, non è ancora riuscito a rilanciare settori come quello manifatturiero e del commercio al dettaglio, che rappresentano i maggiori datori di lavoro del Paese”.
Una situazione che si ripercuote non solo sui mercati, ma anche sulle vite dei consumatori e dei cittadini argentini, tanto che Bloomberg riporta che “secondo i dati pubblicati questo mese dalla banca centrale, il numero di famiglie in ritardo con i pagamenti dei debiti è balzato all'11,5% del totale dei prestiti, il livello più alto degli ultimi 15 anni, a marzo, rispetto al 2,6% di fine 2024”. Numeri a cui, in modo quasi speculare, corrisponde un calo della popolarità del presidente che lo scorso marzo ha toccato il nuovo minimo storico del 36%.