di Paul KrugmanCronologia articolo5 maggio 2013Commenti (48)
La fede nell'austerity rende ciechi Quando si tratta di infliggere sofferenze ai cittadini delle nazioni debitrici, gli "austeriani" sono inflessibili: è un mondo crudele e bisogna fare scelte difficili. Ma quando gli "austeriani" o i loro amici finiscono sotto il fuoco delle critiche, improvvisamente scoprono i pregi dell'empatia e diventano sensibili.
Lo abbiamo visto nel caso di Olli Rehn, il vicepresidente della Commissione europea: i suoi amici a Bruxelles si sono sentiti oltraggiati, oltraggiatissimi, quando ho fatto notare, usando un linguaggio lievemente colorito, che il signor Rehn stava ripetendo una tesi di storia economica che era già stata sfatata più volte.
E lo abbiamo visto recentemente con l'articolo di Anders Åslund sul Financial Times in difesa degli economisti di Harvard Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff e contro la critica, definita "brutale", mossa nei loro confronti da alcuni economisti dell'Università del Massachusetts (sede di Amherst).
In un editoriale
pubblicato all'inizio di questo mese, Åslund, un economista svedese, ha elogiato
Reinhart e Rogoff per «aver fornito un importante correttivo all'idea che gli
stimoli di bilancio siano sempre giusti, una posizione molto diffusa tra gli
opinionisti economici angloamericani, in testa a tutti Paul Krugman del
New York Times».
È curioso che dica una cosa del genere, perché è una
pura e semplice bugia: come sa chiunque abbia letto quello che scriviamo io o
gli economisti Martin Wolf, Brad
DeLong, Simon Wren-Lewis e altri, la nostra tesi è sempre stata che gli stimoli
di bilancio sono giustificati solo quando ci si trova in una situazione di tassi
di interesse a zero. Non posso credere che Åslund questo non lo sappia: perché
allora si scredita da solo ripetendo una falsità facilmente confutata?
Ma
poi, perché definire "brutale" la critica degli economisti di Amherst? Il loro
articolo era un'analisi calma e ragionata di come la coppia Reinhart-Rogoff era
arrivata a determinare quella famosa soglia del 90%: se a Åslund ha dato
l'impressione di essere un'aggressione in piena regola è solo per il contrasto
eclatante fra gli elogi che avevano ricevuto i due professori di Harvard e la
natura indifendibile della loro analisi.
La mia opinione è che gli "austeriani" hanno scoperto di essere finiti in
trappola. Si sono gettati anima, corpo e reputazione personale in difesa dei
vari elementi della dottrina economica antikeynesiana: l'austerità espansiva, le
soglie critiche del debito pubblico e via discorrendo.
E come dice
l'editorialista Wolfgang Münchau, la cosa terribile è che le loro teorie di
politica economica sono state messe in pratica, con risultati disastrosi; come
se non bastasse, ora si scopre che i loro eroi intellettuali hanno i piedi
d'argilla, o magari di Silly Putty.
Per come la vedo io, l'enormità del
loro errore è tale che non sono in grado di fornire nessuna risposta ragionevole
alle critiche e sono costretti a menare colpi alla cieca, come possono, con
attacchi ad personam contro chi li critica o lamentandosi aspramente per la poca
urbanità dei loro contestatori.
Ed è da simili piccinerie che è governato il
mondo.
© 2013 THE NEW YORK TIMES
(Traduzione di Fabio Galimberti)