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Uno dei cortei dei giorni scorsi |
UN DISAGIO profondo e generalizzato.
Che va ben oltre i contenuti della riforma Gelmini. Un disagio che riguarda
lo stato del sistema scolastico, che appare in profondo e continuo degrado,
da molto tempo. Ecco cosa c'è al fondo della protesta degli studenti. Il
rinvio del voto al Senato, in attesa della fiducia (o della sfiducia) al
governo, il prossimo 14 dicembre, non ha fermato la protesta contro la
riforma dell'Università, firmata dal ministro Gelmini. In molte città,
le occupazioni continuano. Nelle sedi universitarie ma anche nei licei
e negli istituti superiori. Non intendiamo entrare nel merito della riforma,
ma valutare il sentimento verso le politiche del governo, sull'università
e sulla scuola. Parallelamente, ci interessa l'atteggiamento della popolazione
nei confronti delle manifestazioni e delle polemiche che, da settimane,
agitano il mondo studentesco. A questi argomenti è dedicato il sondaggio
dell'Osservatorio sul Capitale Sociale di Demos-Coop, condotto nei giorni
scorsi.
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LE TABELLE 1
I dati suggeriscono che, al fondo della protesta, vi sia un disagio profondo
e generalizzato. Che va oltre, ben oltre i contenuti e i provvedimenti
previsti dalla riforma Gelmini. Un disagio che riguarda lo stato del sistema
scolastico nell'insieme, che appare in profondo e continuo degrado, da
molto tempo.
Circa il 60% del campione, infatti, ritiene che negli ultimi dieci anni
l'università italiana sia peggiorata. Lo stesso giudizio viene espresso
dal 70% (circa) riguardo alla "scuola" nel suo complesso. In
entrambi i casi, meno del 20% della popolazione sostiene il contrario.
Che, cioè, scuola e università negli anni 2000 sarebbero migliorate. Metà
degli italiani, peraltro, ritiene che la riforma delineata dal ministro
Gelmini peggiorerà ulteriormente la situazione, un terzo che la riqualificherà.
Naturalmente, i mali del sistema scolastico hanno radici profonde e una
storia molto lunga. Quanto all'università, è appena il caso di rammentare
che, dalla riforma avviata dal ministro Berlinguer, alla fine degli anni
Novanta (quindi da un governo di centrosinistra), è stata sottoposta a
un processo di mutamento continuo e non sempre coerente. Che ha prodotto
una moltiplicazione dei corsi di laurea e delle sedi assolutamente incontrollata.
È da allora che gli studenti - e, in diversa misura, anche gli insegnanti
- hanno cominciato a mobilitarsi. Oggi, però, il disagio ha superato il
limite di guardia. E la protesta si è riprodotta per contagio, un po' dovunque.
Per ragioni che vanno oltre la riforma stessa, lo ripetiamo. Perché è diffusa
e prevalente l'impressione che l'università e la scuola, nell'insieme,
ma soprattutto quella pubblica, abbiano imboccato un declino senza fine
e senza ritorno.
La fiducia nella scuola, negli ultimi dieci anni per questo, più che calata,
è crollata: dal 69% al 53%. Sedici punti percentuali in meno. Un quarto
dei consensi bruciato in un decennio. Per diverse cause e responsabilità,
secondo i dati dell'Osservatorio Demos-Coop. Due su tutte: la mancanza
di fondi e di investimenti (32%), lo scarso collegamento con il mondo del
lavoro (22%).
In altri termini: la scuola e l'università non attirano risorse e non promuovono
opportunità professionali. Anche i "baroni", secondo gli italiani,
hanno le loro colpe. Ma in misura sicuramente più limitata (9%) rispetto
a quanto vorrebbe la retorica del governo e del ministro. Peraltro, le
responsabilità dei "baroni" appaiono ulteriormente ridotte, nel
giudizio degli studenti e di coloro che hanno, in famiglia, uno o più studenti.
Il che (lo dice un "barone", personalmente, senza quarti di nobiltà
e con pochi poteri) appare fin troppo generoso.
Perché le colpe del corpo docente, all'Università, sono molte. Una fra
tutte: non aver esercitato un controllo di qualità nel reclutamento. E
nella valutazione dell'attività scientifica e didattica. Anzitutto della
propria categoria. (Anche per queste ragioni, forse, oggi appaiono perlopiù
silenziosi, di fronte alla riforma).
Ma ridurre il problema dell'Università - e della scuola - alla stigmatizzazione
dei professori, oltre a essere ingeneroso verso coloro - e sono molti -
che hanno continuato a operare con serietà e, spesso, con passione, risulta
semplicistico e deviante. Basti considerare, semplicemente, le risorse
pubbliche destinate all'Università e alla ricerca. Le più basse in Europa.
Basti considerare che, a questo momento, mentre sta finendo il 2010, il
governo non ha ancora stabilito (non si dice erogato) il finanziamento
(FFO) alle Università del 2010. Non è un errore di battitura. Si tratta
proprio dell'anno in corso, o meglio, tra poco: dell'anno scorso. Difficile,
in queste condizioni, discutere seriamente della riforma universitaria.
A non crederci, per primi, sono gli italiani. Anche così si spiega il largo
sostegno alla protesta contro la riforma Gelmini - maggioritario, nella
popolazione. Espresso dal 55% degli italiani, ma dal 63%, tra coloro che
hanno studenti in famiglia. E dal 69% fra gli studenti stessi. Il consenso
alla protesta studentesca diventa, non a caso, quasi unanime in riferimento
alla carenza di fondi alla ricerca (81%). Mentre è più circoscritto (per
quanto maggioritario: 53%) riguardo alle occupazioni. È significativa,
a questo proposito, la minore adesione che si osserva fra gli studenti
universitari stessi. Attori della protesta, ne sono anche penalizzati.
Vista la difficoltà di svolgere l'attività didattica e quindi di "studiare".
La riforma Gelmini, per queste ragioni, più che l'unico motivo della protesta
giovanile, appare la miccia che ha acceso e fatto esplodere un risentimento
profondo, che cova da tempo. Nelle famiglie, tra gli studenti, tra coloro
che lavorano nella scuola e nell'università (in primo luogo, fra i ricercatori,
categoria a esaurimento, secondo la riforma). "Risentimento"
e non solo "sentimento", perché scuola e Università sono un crocevia
essenziale per la vita delle persone. A cui le famiglie affidano la formazione
e la "custodia" dei figli. Dove i giovani passano una parte della
loro biografia sempre più lunga. Dove coltivano amicizie e relazioni. La
scuola e l'università: che dovrebbero prefigurare il futuro professionale
dei giovani. Non sono più in grado di svolgere questi compiti. Da tempo.
E sempre meno. Abbandonate a se stesse. In particolare quelle pubbliche.
Anche se solo una piccola quota di italiani vorrebbe privatizzarle maggiormente.
(Come emerge dal XIII Rapporto su "Gli Italiani e lo Stato",
di Demos-la Repubblica, sul prossimo numero del Venerdì). C'è questo ri-sentimento
alla base della protesta e del dissenso profondo verso le politiche del
governo nei confronti della scuola e dell'università.
Da ultimo: la riforma Gelmini. Non è un caso che i più reattivi non siano
gli universitari, ma i liceali. Gli studenti che hanno meno di vent'anni
e frequentano le superiori. Si sentono senza futuro. Una generazione sospesa.
Precaria di professione. Professionisti della precarietà. Tanto più se
nella scuola, nell'Università e nella ricerca si investe sempre meno. Questi
studenti (secondo una recente ricerca dell'Istituto Cattaneo e della Fondazione
Gramsci dell'Emilia Romagna) oggi appaiono spostati più a destra rispetto
ai giovani degli anni Settanta. E, quindi, ai loro genitori. Ma, sicuramente,
sono molto più incazzati di loro. A mio personale avviso, non senza qualche
ragionevole ragione.
Antonio
Inviato da iPhone
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