Gent.mi tutti,
Inoltriamo, di seguito, con preghiera di diffusione e di discussione in tutti i luoghi ove ciò sarà possibile, il documento che abbiamo indirizzato alla Preside del Liceo Classico “G.B. Vico” di Napoli, che ha inviato alle famiglie e agli alunni delle classi interessate dalle prove Invalsi il prossimo 9 maggio, un comunicato, pubblicato sul sito dell’Istituto, nel quale si rende noto che gli studenti che si rifiuteranno di svolgere i test saranno sanzionati con l’esclusione da ogni attività extrascolastica, viaggi di istruzione compresi (delibera collegiale dell’11 aprile 2017).
Poiché, a supporto delle prove standardizzate predisposte dall’Invalsi, non è addotto, dalla dirigenza del Liceo “Vico”, alcun argomento tecnico didatticamente o pedagogicamente rilevante e valido, ma sono richiamate solo la “consuetudine” e la necessità, per la Scuola, di non perdere finanziamenti, e poiché siamo da sempre impegnati nel contrasto ai quiz Invalsi, sbocco mortificante dell’incostituzionale pratica del teaching to the test, abbiamo ritenuto opportuno e utile prendere spunto dal messaggio della Preside Paisio per invitare tutti i dirigenti scolastici e i colleghi napoletani a una riflessione più profonda sulle implicazioni ideologiche, sociali e culturali dei test, giustamente contestati da giovani che, in questa fase della storia nazionale, appaiono spesso assai più consapevoli e maturi, nel contestualizzare le riforme scolastiche e nel respingerle, dei loro docenti.
Teniamo a precisare che la lettera non vuole configurarsi come un attacco personale alla preside Paisio, ma che assume il comunicato emanato dalla stessa come spunto contingente di una più ampia discussione.
Grazie!
Marcella Raiola (Coordinamento Precari Scuola Napoli)
Alla Dirigente del Liceo Classico “G.B. Vico” di Napoli, Prof. Maria Clotilde Paisio, al Collegio Docenti,
e, per conoscenza, ai Dirigenti e Collegi di tutti gli Istituti di Napoli e Provincia
Sono passati due anni da quel 5 Maggio di speranza e di giusta ribellione in cui 650.000 docenti, presidi e lavoratori della Scuola pubblica scesero in piazza, paralizzando il paese, per difendere la propria dignità e il proprio ruolo educativo, dicendo “NO” ad una riforma che, per stroncare la mobilità sociale e trasformare un diritto inalienabile in una merce, ha stravolto la facies e la funzione della Scuola modellata sulle prescrizioni di quella Costituzione che pure da poco è scampata, grazie a un sussulto di coscienza popolare, al pericolo di essere cancellata.
Dopo quel moto non spontaneo, ma suscitato da chi ha continuato a postulare l’esigenza di respingere dalle fondamenta l’impianto classista e puramente economicistico della riforma sfociata nel varo della L. 107, senza edulcorarne i principi inaccettabili, la sacrosanta protesta, con la complicità dei sindacati concertativi, acquiescenti e compiacenti, è rientrata, e i docenti subiscono, oggi, gli effetti mortificanti di una riconversione disciplinare, didattica ed etica che non può essere accettata, ancorché “legalizzata”, perché manomette la coscienza, calpesta principi deontologici inderogabili, e, soprattutto, preordina i destini degli studenti e delle studentesse.
Le prove INVALSI costituiscono l’alfa e l’omega del processo di mercificazione del diritto all’istruzione e di asservimento della Scuola a interessi esterni ed estranei ai processi educativi: i test, infatti, da un lato stravolgono a monte le pratiche didattiche e la programmazione dei docenti, sopprimendo la libertà di insegnamento garantita dall’art. 33 della Costituzione; dall’altro, creano “a valle” un’antimetodica classifica - sulla base di indici tutt’altro che imparziali o “oggettivi” - degli studenti, dei docenti e delle Scuole, senza alcun riguardo per le specificità territoriali, contestuali, individuali.
Abbiamo letto, sul sito della Vs. Scuola, la comunicazione indirizzata alle famiglie a agli studenti delle classi interessate dai quiz (Prot. n. 3334/B1 del 29-09-2017), in cui si rende noto che queste asfittiche prove vengono considerate dalla Dirigenza come una prassi che ormai è diventata consuetudinaria: ci permettiamo di far presente che la consuetudine non può sostituire né surrogare il giudizio assiologico che la classe docente ha il dovere di esprimere sulle scelte pedagogiche che orientano la società; aggiungiamo, poi, che la reiterazione di un comportamento o di una pratica non ne configura la liceità né la bontà.
Ci rifiutiamo di pensare che la Scuola si lasci imporre uno strumento discutibile e che non ha contribuito a statuire; ci rifiutiamo di accettare la logica ricattatoria di istituzioni che pretendono di condizionare l’erogazione dei fondi per l’istruzione pubblica, che dovrebbero essere attinti alla fiscalità generale, alla totale rinuncia alla libertà di insegnamento e di apprendimento.
Abbiamo letto, anche, che il collegio docenti del Liceo “Vico”, il giorno 11 aprile, ha deliberato di comminare sanzioni agli studenti e alle studentesse che intendessero sottrarsi all’avvilente valutazione econometrica legata ai quiz INVALSI. La cosa ci intristisce non poco.
Come insegnanti (i presidi sono ex insegnanti), sappiamo che ci sono margini ineliminabili di soggettività in ogni valutazione, e sappiamo che la valutazione è un processo relazionale e ricorsivo, non sincronico e puramente meccanico. Come insegnanti, dovremmo pretendere il rispetto delle nostre competenze e prerogative di professionisti dell’educazione e formazione; come insegnanti, dovremmo credere che la nostra missione è quella di rendere indipendenti nel giudizio e critici nel pensiero i nostri studenti.
Come è possibile, dunque, che abdichiamo in modo così clamoroso al nostro precipuo dovere? Come possiamo cadere nel paradosso di punire gli studenti perché si rifiutano di essere conformisti, di essere schedati (è ormai palese e risaputo che i quiz INVALSI non sono affatto anonimi!) e selezionati su base economica? Come possiamo trovare giusto e normativo che vengano coartati nella libera interpretazione dei fatti e degli atti culturalmente connotati? Come possiamo biasimarli per aver compreso che i saperi non si trasmettono e non si misurano mettendo crocette a risposte preconfezionate? E’ coerente che si abusi, in ogni verbale, dichiarazione o documento, dell’espressione “pensiero critico” e si ricorra poi alle minacce quando gli studenti non obbediscono perinde ac cadaver a un diktat che offende la Scuola e perverte l’insegnamento?
Ci chiediamo e vi chiediamo che stima possano avere di noi questi ragazzi, della cui indisciplina ci lamentiamo spesso, vedendo che non sappiamo reagire neppure alla violenza di chi ci trasforma in addestratori, mandandoci in classe un valutatore esterno e concorrenziale, abilitato ad applicare parametri slegati dalla didattica praticata e vissuta in aula.
Ci chiediamo e vi chiediamo che rispetto possano avere di noi questi ragazzi, una volta che abbiano constatato e capito che la loro carriera scolastica e universitaria sarà determinata dai risultati INVALSI e non dalle prove di verifica da noi pensate per loro.
Ci chiediamo con che grado di verosimiglianza, coerenza e maturità professionale si possa interdirli da attività che costituiscono non momenti ludici e accessori, ma parte integrante dell’azione didattica.
Ci chiediamo quali possano essere le forme alternative di protesta suggerite agli studenti che rifiutano i quiz, se non forme addomesticate e perfettamente integrate nella logica di un sistema che giustamente essi vogliono evellere, avendone compreso e sperimentato l’iniquità.
Ci chiediamo e vi chiediamo, infine, che idea i nostri ragazzi e le nostre ragazze si possano fare di noi come cittadini e come intellettuali, vedendoci rinunciare con tanta facilità e pavidità alla libertà, alla dignità, all’essenza del nostro lavoro, alla nostra passione per l’insegnamento libero e creativo e alla collegialità democratica, che ne è il presupposto e il riflesso.
Vi sollecitiamo a ritirare i provvedimenti deliberati contro i ragazzi renitenti ai test; vi chiediamo di considerare gli effetti sperequatori e discriminanti delle prove INVALSI, ormai noti, e le conseguenze di un atteggiamento di pronità a questo vero e proprio sistema di controllo sociale e ideologico, conseguenze che, ben vagliate da istituti di grandissimo prestigio come il Liceo Mamiani di Roma, hanno portato a deliberare il rifiuto permanente del “teaching to the test” e della “somministrazione” dei quiz.
Chi vuole distruggere la Scuola sostiene che essa debba “prendere atto” di cambiamenti che vengono presentati come inevitabili, quasi metafisici, e che invece sono il frutto di esiziali e regressive scelte economico-politiche.
Noi sosteniamo che la Scuola non debba prendere atto, ma debba prendere posizione su quanto la coinvolge e rischia di travolgerla, anche e, anzi, soprattutto se il cambiamento assume le vesti e la cogenza di un provvedimento legislativo.
A tal proposito, ci è grato condividere con Voi questo calzante e illuminato pensiero di Don Milani: “Bisognerà dunque accordarci su ciò che è scuola buona. […] La scuola […] siede tra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. E’ l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità […], dall’altro la volontà di leggi migliori, cioè il senso politico […]. Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è di obbedirla. Posso solo dire loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché vengano cambiate”.
Ill.ma Preside, cari Colleghi: abbiamo un’enorme responsabilità, in questa triste congiuntura politica, che usa la crisi come un alibi per azzerare diritti faticosamente conquistati: quella di resistere a chi vuole renderci ridicoli ed esautorarci di fronte alla generazione che sta crescendo. Eludere la responsabilità significherebbe deludere un’intera generazione. Nessuna paura, per chi insegna, dovrebbe essere più forte.
Coordinamento Precari della Scuola di Napoli
Docenti in lotta contro la 107
Cobas Scuola Napoli
Firmatario aderente: Prof. Giuseppe Aragno, storico della Resistenza.