I Re fanno la guerra coi nostri soldi
Marco Bersani
Il 26 gennaio scorso, la Commissione Europea ha proposto per l’approvazione del Consiglio Europeo (che ratificherà entro fine febbraio) la seconda parte dei piani di assistenza finanziaria per la difesa presentati da diversi Paesi.
Salgono così a 16 i Paesi che potranno accedere ai prestiti relativi al SAFE (Security Action For Europe), un fondo di 150 miliardi, prima tappa dei complessivi 800 miliardi che l’Unione Europea ha deciso di mobilizzare per dare vita al piano “Readiness 2030”, che dovrebbe portarci ad essere pronti a combattere fra quattro anni.
Fra questi Paesi c’è l’Italia, che entro marzo riceverà i 14,9 miliardi di euro richiesti.
Sempre a marzo è attesa dal governo italiano l’uscita dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, passaggio che permetterà al nostro Paese di aumentare le spese per armamenti nella misura del 1,5% del Pil all’anno per quattro anni in deroga al patto di stabilità.
Si tratta di due passi concreti per la transizione verso quell’economia di guerra, vista dall’Unione Europea come unico destino del continente.
Sono tuttavia due passi che, paradossalmente, fanno franare il castello di carte della narrazione liberista: nessuno potrà più raccontare la favola che “non ci sono i soldi”, né potrà più giustificare le politiche di austerità con l’inamovibilità del patto di stabilità.
Se si trovano centinaia di miliardi per le armi e se questi finanziamenti possono essere erogati fuori dal patto di stabilità, il terreno delle risorse e della loro destinazione diviene contendibile e parte essenziale del conflitto politico e sociale.
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