Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo
9 novembre 2008

Matteo 25,31-46: [31]Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. [32]E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, [33]e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. [34]Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. [35]Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, [36]nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. [37]Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? [38]Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? [39]E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? [40]Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me. [41]Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. [42]Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; [43]ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. [44]Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? [45]Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me. [46]E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna.
Cari amici e care amiche,
domenica (9 novembre 2008) celebriamo la Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo. Sarà proposto il racconto di Mt 25,31-46. Gesù, che S’era già domandato: “quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8); ora, sta definitivamente seduto “sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti”, e, alla luce del grande principio dell’amore “separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra”.
Il Suo giudizio non deve indurci al timore, ma alla fiducia. Del resto, il fatto stesso di riconoscere che Gesù è Signore di questo nostro mondo ci introduce ad una visione positiva della realtà, convincendoci che il mondo non è affidato al caso, ma sta dentro un progetto che porta a Lui: “Centro verso cui tutto si muove, dolce come un cuore, ardente come una forza, intimo come una vita” (Teillard de Chardin).
Anche il nostro sguardo, che si sposta dalla terra al cielo, ci riporta ad una visione della Sua regalità non incombente e oppressiva, ma discreta e amante. Così come regale è la Sua croce. Regalità esercitata non con logiche di potere, ma con l’affabilità del pastore che afferma: “Io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine” (Ez 34,11-12).
Anzi, la presenza discreta di questo re si estende anche là dove mai l’avremmo potuto immaginare: “Signore, quando mai noi ti abbiamo visto”, dicono da destra e da sinistra del Suo trono. Noi, che avendo il dono della fede, Lo cerchiamo anzitutto dentro le nostre chiese, dobbiamo comprendere che Lui sta anzitutto dove c’è fame, sete, estraneità, nudità, sofferenza e ristrettezza carceraria: “ho avuto fame…ho avuto sete…ero forestiero… nudo… malato … carcerato”. Saltano le barriere sociali, culturali, etniche e religiose. L’altro non è più altrove e il carcerato non viene anzitutto giudicato, ma raggiunto nella pienezza della sua dignità umana.
Una regalità, dunque, che non si esprime nell’ostentazione dei segni della forza e del potere, ma in quelli della condivisione e addirittura dell’identificazione. Questo è propriamente eucaristico. Partecipare pertanto della Sua regalità significa esprimere un movimento di condivisione, fatta di gesti umili, carichi di pietà e misericordia.
Per quanto ci illudiamo di andare verso i poveri, è giunto il momento per imparare a riconoscere il primato della Sua continua presenza con noi, perché non è più possibile distinguere tra Gesù e i poveri. Se ai Suoi discepoli che faticavano a comprendere aveva detto : “I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me” (Gv 12,8), incontrare da credenti i poveri significa accorgersi, senza distinzioni ideologiche e retoriche, della Sua presenza in loro. È Lui che in loro ci viene a visitare. Se mai ci siamo illusi di beneficiare i poveri facendo della carità, è ora il momento per sentirci propriamente beneficiati da loro.
Per entrare, dunque, nel regno di Dio è decisivo l’esercizio dell’amore che si dimostra nei poveri. La sola cosa che porteremo nell’eternità – in questo senso la vita eterna è già cominciata – è ciò che avremo donato. Anche una fede cristiana fatta di appartenenza e di potere. Tanto che pure coloro che non hanno avuto il dono della fede possono partecipare alla salvezza. Anche se “non ti abbiamo mai conosciuto”, tuttavia ti abbiamo riconosciuto nell’amore. Infatti, “da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35).
don Walter Magni