IV DOMENICA DI AVVENTO
Anno C - Rito Ambrosiano – 9 dicembre 2012
L’ingresso del Messia
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Beato Angelico, Fuga in Egitto (Firenze, Museo di S. Marco)
LETTURA Isaia 4,2-5. Verrà il Signore sul monte Sion come una nube. In quei giorni, Isaia disse: 2«In quel giorno, il germoglio del Signore crescerà in onore e gloria e il frutto della terra sarà a magnificenza e ornamento per i superstiti d’Israele. 3Chi sarà rimasto in Sion e chi sarà superstite in Gerusalemme sarà chiamato santo: quanti saranno iscritti per restare in vita in Gerusalemme. 4Quando il Signore avrà lavato le brutture delle figlie di Sion e avrà pulito Gerusalemme dal sangue che vi è stato versato, con il soffio del giudizio e con il soffio dello sterminio, 5allora creerà il Signore su ogni punto del monte Sion e su tutti i luoghi delle sue assemblee una nube di fumo durante il giorno e un bagliore di fuoco fiammeggiante durante la notte, perché la gloria del Signore sarà sopra ogni cosa come protezione».
SALMO 23 (24): Alzatevi, o porte: entri il Re della gloria.
3Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? 4Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli, chi non giura con inganno. R.
5Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza. 6Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe. R.
7Alzate, o porte, la vostra fronte, alzatevi, soglie antiche, ed entri il re della gloria. 8Chi è mai questo re della gloria? Il Signore degli eserciti è il re della gloria. R.
EPISTOLA Ebrei 2, 5-15. Avendo sottomesso a lui tutte le cose, nulla ha lasciato che non gli fosse sottomesso - Fratelli, 5non certo a degli angeli Dio ha sottomesso il mondo futuro, del quale parliamo. 6Anzi, in un passo della Scrittura qualcuno ha dichiarato: Che cos’è l’uomo perché di lui ti ricordi o il figlio dell’uomo perché te ne curi? 7Di poco l’hai fatto inferiore agli angeli, di gloria e di onore l’hai coronato 8e hai messo ogni cosa sotto i suoi piedi. Avendo sottomesso a lui tutte le cose, nulla ha lasciato che non gli fosse sottomesso. Al momento presente però non vediamo ancora che ogni cosa sia a lui sottomessa. 9Tuttavia quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti. 10Conveniva infatti che Dio – per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria – rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza. 11Infatti, colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli, 12dicendo: Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli, in mezzo all’assemblea canterò le tue lodi; 13e ancora: Io metterò la mia fiducia in lui; e inoltre: Eccomi, io e i figli che Dio mi ha dato. 14Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, 15e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita.
VANGELO Luca 19, 28-38 Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. - In quel tempo. 28Il Signore Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme. 29Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli 30dicendo: «Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno. Slegatelo e conducetelo qui. 31E se qualcuno vi domanda: “Perché lo slegate?”, risponderete così: “Il Signore ne ha bisogno”». 32Gli inviati andarono e trovarono come aveva loro detto. 33Mentre slegavano il puledro, i proprietari dissero loro: «Perché slegate il puledro?». 34Essi risposero: «Il Signore ne ha bisogno». 35Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. 36Mentre egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada. 37Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, pieni di gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutti i prodigi che avevano veduto, 38dicendo: «Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!».
Cari amici e care amiche,
la liturgia ci ripete che il Signore sta per venire. Gesù è già entrato nella nostra storia, nascendo a Betlemme, come diremo a Natale; poi noi siamo sempre in attesa dei frutti di salvezza che la Sua morte e risurrezione comportano; infine Lo aspettiamo alla fine dei tempi, come diciamo nella liturgia: “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa della tua venuta”. A tutto questo ci riporta anche la Parola della IV Domenica di Avvento (9 dicembre 2012).
Fare festa secondo la liturgia
Caratteristica fondamentale di una celebrazione liturgica è la festa. La domenica è festa perché è giorno del Signore (dies Domini), nel quale ci si ritrova con gioia a celebrare l’Eucaristia. Ma la liturgia distingue addirittura nell’arco dell’anno tra la festa domenicale e solennità come Natale, Epifania, Pasqua e Pentecoste, sino a proporci alcune solennità in onore di Maria, la madre del Signore o anche fissando lo sguardo su qualche importante santo patrono. Se solo ci attenessimo alla liturgia di questi giorni, tra venerdì 7 e domenica 9 dicembre, dovremmo celebrare tre feste di fila: S. Ambrogio, l’Immacolata e la IV Domenica di Avvento. Tralasciando Non il tema della partecipazione dei fedeli all’Eucaristia domenicale e nelle feste infrasettimanali (il cosiddetto precetto festivo secondo il can. 1246 del Codice di diritto canonico), la questione è un’altra: i cristiani percepiscono ancora oggi la gioia e la bellezza di partecipare all’Eucaristia nel giorno del Signore? La perdita del senso della domenica e delle altre feste cristiane è evidente. Si è sfilacciato il senso dell’appartenenza ad una comunità che celebra l’Eucaristia nel giorno del Signore, mentre avanzano abitudini diverse anche tra i cristiani nel vivere i giorni della festa. Come giornate di riposo e di relax, rispetto ad una settimana sin troppo occupata da impegni di lavoro, cercando di ricomporre relazioni trascurate o volendo respirare un’aria e un clima diverso, più libero e sciolto.
“il Signore Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme”.
Si affaccia pertanto una domanda: cos’era la festa per Gesù? Come viveva la festa? Atteniamo semplicemente al vangelo ascoltato. Sta per essere celebrata l’annuale festa ebraica di Pasqua e Gesù per questo si reca a Gerusalemme: “il Signore Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme”. Gesù sta sempre davanti e giunto alle porte della città, fa scattare i preparativi della Sua festa, avviando una vera e propria ritualità: “Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo: ‘Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno. Slegatelo e conducetelo qui. E se qualcuno vi domanda: Perché lo slegate? risponderete così: Il Signore ne ha bisogno’”. Perché Gesù si preoccupa tanto dei preparativi? Sarebbe per questo importante recuperare un aspetto significativo della liturgia che ci invita a far festa, quello dei riti introduttivi o preparatori espressi dai cosiddetti giorni della novena. Nove giorni di preparazione alla celebrazione del cuore della festa vera e propria. Oltre a cogliere il valore pedagogico che questa preparazione potrebbe comportare, più semplicemente ci facciamo una domanda: quali sono quest’anno i riti con i quali ci stiamo introducendo a celebrare il prossimo Natale del Signore?
“Il Signore ne ha bisogno”.
I due discepoli che dovevano predisporre la festa, eseguono puntualmente il loro mandato: “Gli inviati andarono e trovarono come aveva loro detto. Mentre slegavano il puledro, i proprietari dissero loro: ‘Perché slegate il puledro?’. Essi risposero: ‘Il Signore ne ha bisogno’”. Curioso è anzitutto il fatto che Gesù chieda loro, semplicemente, di eseguire con precisione delle azioni che forse neppure avevano comprese e che certamente non risultavano chiare ai proprietari del puledro. Tutto sembra piuttosto sottostare alla risposta che Gesù stesso suggerisce loro e essi puntualmente ripetono: “Il Signore ne ha bisogno”. Nella misura in cui ci si mette dalla parte di Gesù, diventando Suoi discepoli, non tutto chiede d’essere immediatamente compreso e neppure spiegato. L’appartenenza concede al Maestro, al proprio Signore, un affidamento previo e non calcolato. Carico anzitutto di affetto e di fiducia, capace di attendere e di sperare. A riguardo dei preparativi della grande festa del Signore – la Sua Pasqua - merita saper stare dentro un’ obbedienza sincera e schietta a quelle che sono le Sue esigenze e le Sue necessità. Senza accampare scuse. Perché non tornare semplicemente a Lui anche in questo Natale? Attenendoci alla Sue Parola che salva?
Ha bisogno di un asino
Forse il Signore ha bisogno anche di me per celebrare la festa del Suo Natale, del Suo ingresso nel mondo. Del resto, sorprende che possa avere bisogno proprio di un asino, nel contesto di questi preparativi meticolosi. L'asino palestinese è certo un animale vigoroso. Ha certamente dei pregi: sopporta il caldo, si nutre di cardi, ha una forma di zoccoli che rende sicuro il suo incedere e costa anche poco mantenerlo. I suoi difetti sono certamente la caparbietà, come anche una certa pigrizia. Forse anch’io “vado avanti come quell'asino di Gerusalemme, che, in quel giorno della festa degli ulivi, divenne la cavalcatura regale e pacifica del Messia. Io non sono sapiente, ma una cosa so: so di portare Cristo sulle mie spalle e la cosa mi rende più orgoglioso che essere borgognone o basco. Io lo porto, ma è lui che mi guida: io credo in lui, lui mi guida verso il suo regno. Chissà quanto si sente sballottato il mio signore, quando inciampo contro una pietra! Ma lui non mi rinfaccia mai niente. È così bello percepire quanto sia buono e generoso con me: mi lascia il tempo di salutare l'incantevole asina di Balaam, di sognare davanti a un campo di spighe, di dimenticarmi persino di portarlo. Io vado avanti in silenzio. È strano quanto ci si capisca anche senza parlare! La sua sola parola, che io ho ben capito, sembra essere stata detta apposta per me: Il mio giogo è facile da sopportare e il mio peso leggero (Mt 11,30). Fede d'animale, come quando, una notte di Natale, allegramente portavo sua madre verso Betlemme. lo vado avanti nella gioia. Quando voglio cantare le sue lodi, io faccio un baccano del diavolo, io canto stonato. Lui allora ride, ride di cuore e il suo riso trasforma le strettoie del mio vecchio cammino in una pista da ballo e i miei pesanti zoccoli in sandali alati. Io vado avanti come un asino che porta Cristo sulle sue spalle. Dio pesa come la felicità” (da C’è qualcuno lassù, Elledici 1993).
don Walter Magni
Ecco viene a te il tuo re, giusto, vittorioso, umile, cavalca un asino… Farà sparire il carro da guerra e il cavallo, e l’arco da guerra sarà spezzato. (Zaccaria, 9, 9-10)
Siamo abituati a connettere questo oracolo del profeta Zaccaria a una scena a noi familiare, quella dell’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme. Ed effettivamente Cristo avanza su un’asina accompagnata da un puledro e l’evangelista Matteo subito annota: «Questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta…» (21,4-5) e si fa seguire la prima parte del frammento che stiamo esaminando insieme. Ebbene, vorrei porre innanzitutto l’accento proprio su quella cavalcatura che ai nostri occhi risulta modesta, l’asino, e sull’altro animale che per noi sarebbe molto più degno di un sovrano, il nobile ed elegante cavallo.
Ora, si deve ricordare che l’asino era la cavalcatura dei principi e dei re in tempo di pace, mentre il cavallo col suo incedere potente e fulmineo era più adatto alle campagne militari. Di quest’ultimo Giobbe ci ha lasciato un ritratto folgorante: «Scalpita nella valle superbo, con impeto va incontro alle armi. Disprezza la paura, non teme né retrocede davanti alla spada. Su di lui tintinna la faretra, luccica la lancia e il giavellotto. Eccitato e furioso, divora lo spazio; al suono del corno non riesce a trattenersi. Al primo squillo nitrisce: Aah…! E da lontano fiuta la battaglia, le urla dei comandanti, il grido di guerra» (39,21-25).
Il re che Zaccaria tratteggia ha ormai i lineamenti messianici, e la sua non è un’opera di distruzione ma di pacificazione e per questo sceglie l’asino come cavalcatura. Significativi sono, infatti, due gesti che egli compie. Primo atto: abolisce l’esercito e gli armamenti, eliminando carri da guerra e archi da combattimento. È un po’ quello che sognava Isaia come ultima meta messianica: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, trasformeranno le loro lance in falci. Una nazione non alzerà più la spada contro un’altra, non ci saranno più esercitazioni militari» (2,4). C’è, però, anche un secondo atto che questo re atteso e sperato metterà nel suo programma di governo.
Egli darà il via a una diplomazia della pace, come si legge nella riga che segue il testo da noi citato: «Annuncerà la pace alle nazioni ». Si inaugura, così, un nuovo ordine di rapporti internazionali, «da mare a mare, dal Fiume ai confini della terra», ossia in tutta la mappa geopolitica di allora, dal mar Morto al Mediterraneo, dall’Eufrate fino all’attuale Gibilterra, considerata come la frontiera estrema della terra. Che questo sovrano sia ben diverso dai politici della storia – e quindi dagli stessi re di Giuda – appare dai tre titoli che il profeta gli assegna.
Il primo attributo è «giusto», non solo perché «renderà giustizia al popolo e ai poveri secondo il diritto» (Salmo72,2), ma soprattutto perché in lui brillerà la giustizia divina che è sinonimo di salvezza e benedizione. In secondo luogo egli è «vittorioso», in ebraico si ha la radice del verbo “salvare”, perché su di lui risiede la protezione divina che lo custodisce dal male che lo assedia.
Infine, il re messianico sarà «umile», in ebraico ’anî, cioè povero, semplice, lontano dall’arroganza e dalle prevaricazioni del potere, simile al «popolo umile e povero» (Sofonia 3,12). Quando all’orizzonte avanzerà un tale sovrano, si udrà un canto di gioia corale: «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme», dichiara infatti Zaccaria in apertura al nostro frammento biblico.
(Gianfranco Ravasi, in wwwfamigliacristiana.it, 30 giugno 2011)