PRIMA DOMENICA
DOPO LA DEDICAZIONE
Anno C Rito Ambrosiano – domenica 27 ottobre 2013
Il mandato missionario

LETTURA - Lettura degli Atti degli Apostoli 13,1-5a
SALMO 95 (96) ® Annunciate a tutti i popoli le opere di Dio
EPISTOLA - Lettera di san Paolo apostolo ai Romani 15,15-20
VANGELO Lettura del Vangelo secondo Matteo 28,16-20 - In quel tempo. Gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che il Signore Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Cari amici e amiche,
celebriamo la Prima domenica dopo la Dedicazione (27 Ottobre 2013). Quest’ultima parte dell’anno liturgico, detta: dopo Pentecoste, è il tempo nel quale la Chiesa, consapevole di sé, accoglie dal suo Signore il mandato missionario (domenica del mandato missionario). Domenica scorsa nel rito romano si è celebrata la Giornata Missionaria mondiale, noi la celebriamo oggi. Non si tratta solo di una semplice esortazione pastorale. La tensione missionaria definisce intimamente e strutturalmente la realtà della Chiesa di sempre.
Oltre il proselitismo
Da papa Francesco non stiamo imparando cose nuove, ma il fatto che ci sta comunicando il Vangelo in modo nuovo, coerente e convincente. Domenica scorsa, spiegando alla gente che lo ascoltava in piazza S. Pietro il significato della Giornata Missionaria Mondiale, notava che la missione della Chiesa è “diffondere nel mondo la fiamma della fede, che Gesù ha acceso nel mondo: la fede in Dio che è Padre, Amore, Misericordia”. Precisando che “il metodo della missione cristiana non è il proselitismo, ma quello della fiamma condivisa che riscalda l’anima”. Merita ritornare su questa lettura negativa del proselitismo che nell’intervista a Scalfari (1/10/2013) papa Francesco aveva definito “una solenne sciocchezza”. Sempre in quella occasione affermava, infatti: “le nostre missioni hanno questo scopo: individuare i bisogni materiali e immateriali delle persone e cercare di soddisfarli come possiamo. Lei sa cos’è l’“agape”? È l’amore per gli altri, come il nostro Signore l’ha predicato. Non è proselitismo, è amore. Amore per il prossimo, lievito che serve al bene comune (…). Il Figlio di Dio si è incarnato per infondere nell’anima degli uomini il sentimento della fratellanza. Tutti fratelli e tutti figli di Dio (…). L’agape, l’amore di ciascuno di noi verso tutti gli altri, dai più vicini fino ai più lontani, è appunto il solo modo che Gesù ci ha indicato per trovare la via della salvezza e delle Beatitudini” (1/10/2013). Qualcuno ha criticato il fatto che il Papa si lasci intervistare da un giornalista ateo, ad un giornale che non è mai stato tenero con la Chiesa. Paolo nella Lettera ai Romani ci ricorda: “mi sono fatto un punto di onore di non annunciare il Vangelo dove era già conosciuto il nome di Cristo, per non costruire su un fondamento altrui”.
Con Gesù risorto
Come Gesù intende la missione della Chiesa? Nel brano evangelico odierno Gesù risorto invita i Suoi a compiere due movimenti: uno verso il monte e l’altro verso un mondo. Si dice, infatti, che “gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che il Signore Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono”. Dobbiamo quindi anzitutto andare là dove Gesù ci invita ad andare. Prima della Sua morte ci aveva già invitati a seguirLo prima sul monte degli Ulivi, poi sul Calvario. Ora, dopo che Si è trasfigurato sul monte Tabor, su un’altura della Galilea Gesù attende i Suoi e, dopo di loro, anche ciascuno di noi. Nel tempo della sua missione la Chiesa è chiamata essenzialmente ad annunciare la salvezza che deriva da Gesù morto e risorto. Vengono, tuttavia, evidenziati due atteggiamenti, apparentemente contrastanti: l’adorazione e il dubbio: “Essi però dubitavano”. Tanto l’adorazione dei discepoli dice il sincero desiderio del riconoscimento di Lui, quanto il dubbio descrive tutta la precarietà della loro condizione di partenza. Come se l’insieme delle domande e delle fatiche della missione non venissero meno per il fatto che i discepoli si trovino ad essere nell’orizzonte della vittoria di Gesù risorto sulla morte. Consola piuttosto notare che Gesù risorto Si trovi già nella “Galilea delle genti”, vera e propria periferia del mondo giudaico di allora. Proprio come l’angelo della resurrezione aveva detto a un gruppo di donne impaurite: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui (…) dite ai suoi discepoli e a Pietro: Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto” (Mc 16,6-7).
Andare
Gesù non è rattristato dai nostri dubbi e dalle nostre paure. Anzi, quando ci vede barcollare in questo stato ci viene incontro e ci consola. Piuttosto, ci prende così come siamo. Gli basta la nostra confidenza e un gesto di abbandono adorante e sincero. Come non ricordare, del resto, la tristezza di Pietro che, incalzato più volte da Gesù risorto, risponde: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo” (Gv 21, 15-19); ma anche lo stesso papa Francesco che, a chi gli chiede della sua reale identità (“ma chi è papa Bergoglio?”), confessa molto candidamente: “Chi sono? Un peccatore al quale il Signore ha guardato” (Intervista rilasciata a Civiltà Cattolica, settembre 2013). Da Simone Pietro a papa Bergoglio (perché “anche il papa ha peccati da farsi perdonare…”, 29/05/2013), Gesù risorto consegna un mandato: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato”. Sono queste le ultime parole di Gesù al termine del Vangelo di Matteo, che rispecchiano certamente la solennità del momento, ma che vanno messe in relazione col mandato eucaristico ai Suoi, durante l’ultima Cena: “fate questo in memoria di me” (Lc 21,19).
La Chiesa ha tradotto nel tempo in modo pratico/dottrinale il comandamento dell’amore nelle opere corporali (dare da mangiare agli affamati, dare da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti) e in quelle spirituali (consolare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare le persone moleste, pregare per i vivi e i morti). Sulla base comunque della certezza – che solo l’amore sa – d’essere sempre accompagnata dalla Sua inestimabile presenza: “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.
don Walter Magni
Signore Gesù,
non finiremo mai di stupirci e di renderti grazie
per l’amore di predilezione che hai per ciascuno di noi
e per il dono della salvezza che Tu offri all’umanità!
Venuto dal Padre, primo e fedele suo Testimone
hai annunciato alle folle disgregate il Vangelo del Regno,
ti sei chinato, compassionevole, su ogni umana sofferenza
hai aperto ogni cuore alla speranza del futuro di Dio.
Per prolungare la tua missione nel tempo
hai chiamato per nome i discepoli perché stessero con Te
e diventassero apostoli e testimoni della Tua risurrezione.
Oggi chiami per nome ciascuno di noi:
ci chiedi di andare per le strade e nelle case degli uomini,
liberi e poveri, senz’altra ricchezza che la Tua parola
per gridare ad ogni creatura che il Regno si è fatto vicino,
che ogni dolore può essere lenito, se riempito di senso,
e la pace può diventare patrimonio
di ogni persona e di tutti i popoli.
Donaci il fuoco dello Spirito, l’ardire dell’annuncio,
l’umiltà e la mitezza di cui Tu sei maestro,
il coraggio della profezia e la fede degli apostoli,
affinché la grande messe alla quale ci invii
possa fiorire tutta e portare frutti duraturi.
Amen.