III DOMENICA DOPO PENTECOSTE
Anno C – Rito Ambrosiano – 9 giugno 2013
Il Signore è bontà e misericordia

Lettura del libro della Genesi 3,1-20 - In quei giorni. Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. Poi udirono il rumore dei passi del Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno, e l’uomo, con sua moglie, si nascose dalla presenza del Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato». Allora il Signore Dio disse al serpente: / «Poiché hai fatto questo, / maledetto tu fra tutto il bestiame / e fra tutti gli animali selvatici! / Sul tuo ventre camminerai / e polvere mangerai / per tutti i giorni della tua vita. / Io porrò inimicizia fra te e la donna, / fra la tua stirpe e la sua stirpe: / questa ti schiaccerà la testa / e tu le insidierai il calcagno». / Alla donna disse: / «Moltiplicherò i tuoi dolori / e le tue gravidanze, / con dolore partorirai figli. / Verso tuo marito sarà il tuo istinto, / ed egli ti dominerà». / All’uomo disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato: “Non devi mangiarne”, / maledetto il suolo per causa tua! / Con dolore ne trarrai il cibo / per tutti i giorni della tua vita. / Spine e cardi produrrà per te / e mangerai l’erba dei campi. / Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, / finché non ritornerai alla terra, / perché da essa sei stato tratto: / polvere tu sei e in polvere ritornerai!». / L’uomo chiamò sua moglie Eva, perché ella fu la madre di tutti i viventi.
Salmo 129 (130) ® Il Signore è bontà e misericordia.
Lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5,18-21 - Fratelli, come per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti. La Legge poi sopravvenne perché abbondasse la caduta; ma dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia. Di modo che, come regnò il peccato nella morte, così regni anche la grazia mediante la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore.
Lettura del Vangelo secondo Matteo 1,20b-24b - In quel tempo. Apparve in sogno a Giuseppe un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: / «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: / a lui sarà dato il nome di Emmanuele, / che significa Dio con noi». Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore.
Cari amici e care amiche,
accanto a grandi figure il Vangelo racconta di un personaggio discreto e umile come Giuseppe (III domenica dopo Pentecoste, 9 giugno 2013), custode esemplare dell’umanità di Gesù, dopo che il peccato di Adamo l’aveva rovinata (Prima lettura). L’avvio di una umanità raggiunta dalla grazia di Gesù lo descrive Paolo nell’epistola ai Romani: “come per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti”.
L’annuncio a Giuseppe
Stando a una oleografia devozionale diffusa, ci siamo abituati a ritenere che Giuseppe doveva essere un vecchietto barbuto e bonario, che tiene in braccio un paffutello Gesù bambino. Giuseppe (= che Dio faccia crescere) era piuttosto un giovane sotto i vent’anni che, innamorato di Maria decide di sposarla. Discendente da un ramo decaduto della casa di Davide, non è un poveretto, ma un carpentiere apprezzato che, accortosi che la sua promessa sposa attende un figlio, non grida al tradimento, ma si lascia guidare dai segni che Dio pone sulla sua strada: “Apparve in sogno a Giuseppe un angelo del Signore e gli disse: ‘Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo’”. Comincia così a intuire che Dio non soffoca l’amore che sente per la sua donna. Piuttosto si lascia guidare in una avventura, umana e divina a un tempo, imprevedibile. Giuseppe non chiede alcuna spiegazione, ma accetta stupito di rimanere sulla soglia del mistero che gli si apre davanti, riconoscendo in Maria il divenire per opera di Spirito Santo del primato di Dio. Comunque siano andate le cose sul piano biologico e affettivo, Giuseppe è diventato soprattutto il padre umano della persona divina di Gesù. Imprimendo nella Sua carne e nell’anima alcuni tratti fisici e psicologici, la struttura del linguaggio, alcuni gusti e certe buone abitudini. Così Gesù bambino – non certo per scienza infusa – semplicemente guardando a Giuseppe, comincerà a dire balbettando un poco “abbà” (babbino mio), per rispondere, già adolescente dodicenne, a Sua Madre con tono più deciso e convinto: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,49).
Dio nei suoi sogni
Singolare è anche il modo nel quale Dio gli si manifesta. Mentre già si vedeva in coppia con Maria, ecco che Dio irrompe nei suoi progetti, proponendogli una strategia d’amore più grande di quello che già stava sperimentando. L’evangelo di Gesù non semplifica infatti le nostre speranze; neppure mortifica i nostri bisogni o azzera i nostri ideali più grandi. Solo ci invita, se accolto, a crescere andando al di là di noi stessi. Come Gesù che “cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2,52), Giuseppe, raggiunto e provocato direttamnte da Dio, inizia ad amare davvero dimenticandosi e superando se stesso. Imparando a leggere progressivamente e con grande attenzione quei segni che Dio dissemina lungo la sua esistenza.
Così, “quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore”. E sempre, ad ogni ritorno dell’angelo dentro i suoi sogni, Giuseppe si desta e si mette in viaggio, attuando, senza indugi e obiezioni, quanto gli viene chiesto di fare. Anzitutto prendendo con sé Maria. Tutta Maria, senza fare alcuna distinzione o prendendo chissà quali misure. Anzi, è in questa singolare reciprocità d’amore tra Giuseppe e Maria che Gesù prende casa, trova una tenda in mezzo a noi: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). “Lo sposo è la casa della sposa e la sposa è la casa dello sposo” (mistico musulmano). Forse Giuseppe aveva tentato di sognare anzitutto una casa stabile a Nazareth, ma dopo il primo annuncio dell’angelo del Signore, inizia un’itineranza che ha come unico scopo quella di custodire il Bambino e Maria Sua Madre.
La paternità secondo Giuseppe
Giuseppe è anzitutto un bravo ragazzo innamorato, ignaro della sorte che gli toccherà di vivere. Dio cade dentro la sua vita come una folgore inattesa, che per un verso lo illumina ma insieme lo sconvolge. Non tarderà poi molto ad accorgersi che Gesù non è proprio un figlio come gli altri. Guardando a Lui, progressivamente, s’accorgerà in cosa consiste veramente la sua paternità, frutto semplicemente di una obbedienza tenace, che, rimanendo in silenzio, matura il coraggio di essere sempre a disposizione. Anche Gesù, del resto, non si comporterà diversamente perchè, come dice la lettera agli Ebrei: “imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (5,8). Gesù stesso giungerà a darci ragione della paternità di Dio sottomettendoSi obbediente alla Sua volontà. Ma ci potremmo domandare quanto ha inciso, in questa Sua totale disponibilità, l’obbedienza silenziosa all’angelo del Signore che Giuseppe aveva cominciato a praticare. Di lui non sappiamo né quando né come sia morto perché l'unica morte che conta è quella che egli ha cercato di esercitare nei confronti di se stesso, in piena obbedienza all’angelo del Signore, accogliendo Maria e accogliendo Gesù suo Figlio, entrando a tutti gli effetti a far pienamente parte del piano di salvezza voluto da Dio per il mondo. Per questo forse, stando ad una devozione cara alla tradizione cristiana, Giuseppe è diventato anche patrono della buona morte. Anche alla sua paternità ci affidiamo perché ci insegni a ben esercitare la nostra nella chiesa del Figlio Gesù, nostro Signore.
don Walter Magni
GIUSEPPE, QUANDO HAI CONOSCIUTO MARIA?
Dimmi, Giuseppe, quand'è che hai conosciuto Maria? Forse un mattino di primavera, mentre tornava dalla fontana del villaggio con l'anfora sul capo e con la mano sul fianco, snello come lo stelo di un fiordaliso?
O forse un giorno di sabato, mentre con le fanciulle di Nazareth conversava in disparte sotto l'arco della sinagoga?
O forse un meriggio d'estate, in un campo di grano, mentre, abbassando gli occhi splendidi per non rivelare il pudore della povertà, si adattava all' umiliante mestiere di spigolatrice?
Quando ti ha ricambiato il sorriso e ti ha sfiorato il capo con la prima carezza, che forse era la sua prima benedizione e tu non lo sapevi; e poi tu la notte hai intriso il cuscino con lacrime di felicità?
Ti scriveva lettere d'amore? Forse sì; e il sorriso, con cui accompagni il cenno degli occhi verso l'armadio delle tinte e delle vernici, mi fa capire che in uno di quei barattoli vuoti, che orinai non si aprono più, ne conservi ancora qualcuna.
Poi una notte, hai preso il coraggio a due mani, sei andato sotto la sua finestra, profumata di basilico e di menta, e le hai cantato sommessamente le strofe del Cantico dei cantici: «Alzati, amica mia, mia bella e vieni! Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, e se n'è andata. I fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna. Il fico ha messo fuori i primi frutti e le viti fiorite spandono fragranza. Alzati, amica mia, mia bella e vieni! O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave e il tuo viso è leggiadro».
E la tua amica, la tua bella, la tua colomba si è alzata davvero. È venuta sulla strada, facendoti trasalire. Ti ha preso la mano nella sua e, mentre il cuore ti scoppiava nel petto, ti ha confidato lì, sotto le stelle, un grande segreto.
Solo tu, il sognatore, potevi capirla. Ti ha parlato di Jahvé. Di un angelo del Signore. Di un mistero nascosto nei secoli e ora nascosto nel suo grembo. Di un progetto più grande dell'universo e più alto del firmamento che vi sovrastava.
Poi ti ha chiesto di uscire dalla sua vita, di dirle addio, e di dimenticarla per sempre.
Fu allora che la stringesti per la prima volta al cuore, e le dicesti tremando: «Per te, rinuncio volentieri ai miei piani. Voglio condividere i tuoi, Maria. Purché mi faccia stare con te».
Lei ti rispose di sì, e tu le sfiorasti il grembo con una carezza: era la tua prima benedizione sulla Chiesa nascente. (...)
E io penso che hai avuto più coraggio tu a condividere il progetto di Maria, di quanto ne abbia avuto lei a condividere il progetto del Signore. Lei ha puntato tutto sull'onnipotenza del Creatore. Tu hai scommesso tutto sulla fragilità di una creatura. Lei ha avuto più fede, ma tu hai avuto più speranza. La carità ha fatto il resto, in te e in lei.
(Tonino Bello, SENTINELLE DEL MATTINO, pp. 22-24 Ed. La Meridiana)