VI DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE
Anno A - Rito Ambrosiano - 9 ottobre 2011
Volgiti a me, Signore: ascolta la mia preghiera
«Il contadino, che lavora duramente, deve essere il primo a raccogliere i
frutti della terra. Cerca di capire quello che dico, e il Signore ti aiuterà a
comprendere ogni cosa» (2Tm 2,6-7)
LETTURA Giobbe 1,13-21 Il Signore ha dato, il Signore ha tolto
- 13Un giorno accadde che, mentre i suoi figli e le sue figlie stavano
mangiando e bevendo vino in casa del fratello maggiore, 14un messaggero venne da
Giobbe e gli disse: «I buoi stavano arando e le asine pascolando vicino ad essi.
15I Sabei hanno fatto irruzione, li hanno portati via e hanno passato a fil di
spada i guardiani. Sono scampato soltanto io per raccontartelo». 16Mentre egli
ancora parlava, entrò un altro e disse: «Un fuoco divino è caduto dal cielo: si
è appiccato alle pecore e ai guardiani e li ha divorati. Sono scampato soltanto
io per raccontartelo». 17Mentre egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I
Caldei hanno formato tre bande: sono piombati sopra i cammelli e li hanno
portati via e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato soltanto
io per raccontartelo». 18Mentre egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I
tuoi figli e le tue figlie stavano mangiando e
bevendo vino in casa del loro
fratello maggiore, 19quand’ecco un vento impetuoso si è scatenato da oltre il
deserto: ha investito i quattro lati della casa, che è rovinata sui giovani e
sono morti. Sono scampato soltanto io per raccontartelo». 20Allora Giobbe si
alzò e si stracciò il mantello; si rase il capo, cadde a terra, si prostrò 21e
disse: «Nudo uscii dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha
dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!».
SALMO 16 (17) Volgiti a me, Signore: ascolta la mia preghiera.
1Ascolta, Signore, la mia giusta causa, sii attento al mio grido. Porgi l’orecchio alla mia preghiera: sulle mie labbra non c’è inganno. R.
2Dal tuo volto venga per me il giudizio, i tuoi occhi vedano la giustizia. 3Saggia il mio cuore, scrutalo nella notte, provami al fuoco: non troverai malizia. R.
6Io t’invoco poiché tu mi rispondi, o Dio; tendi a me l’orecchio, ascolta le
mie parole, 7mostrami i prodigi della tua misericordia, tu che salvi dai nemici
chi si affida alla tua destra. R.
EPISTOLA 2Timoteo 2,6-15, Sii come un lavoratore che non deve vergognarsi
- Carissimo, 6il contadino, che lavora duramente, dev’essere il primo a
raccogliere i frutti della terra. 7Cerca di capire quello che dico, e il Signore
ti aiuterà a comprendere ogni cosa. 8Ricòrdati di Gesù Cristo, risorto dai
morti, discendente di Davide, come io annuncio nel mio Vangelo, 9per il quale
soffro fino a portare le catene come un malfattore. Ma la parola di Dio non è
incatenata! 10Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché
anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria
eterna. 11Questa parola è degna di fede: Se moriamo con lui, con lui anche
vivremo; 12se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure
ci rinnegherà; 13se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare
se stesso. 14Richiama alla memoria queste cose, scongiurando davanti a Dio che
si evitino le vane discussioni, le quali non giovano a nulla se non alla rovina
di chi le ascolta. 15Sfòrzati di presentarti a Dio come una persona degna, un
lavoratore che non deve vergognarsi e che dispensa rettamente la parola della
verità.
VANGELO Luca 17,7-10, Dite: «Siamo servi inutili»
- In quel tempo. Il Signore Gesù disse: 7«Chi di voi, se ha un servo ad
arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito
e mettiti a
tavola”? 8Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare,
stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo
mangerai e berrai tu”? 9Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha
eseguito gli ordini ricevuti? 10Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello
che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto
dovevamo fare”».
Cari amici e care amiche,
nelle domeniche passate ci si domandava, ascoltando la Parola di Dio: se Gesù è Figlio di Dio, chi è Dio? Quali le sue caratteristiche fondamentali a partire da Gesù Suo Figlio? La risposta più sintetica è stata: “Dio è amore” (1Gv 4,16). Con la VI Domenica dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore (9 ottobre 2011), la risposta si arricchisce, guardando a Gesù - amore di Dio “riversato nei nostri cuori” (Rm 5,5) – come Colui che serve Dio e gli uomini con una dedizione piena, una disponibilità totale e una gratuità assoluta.
Gesù, Servo per amore
La prima predicazione consisteva sostanzialmente nella notizia della passione
e della resurrezione del Signore: “Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che
anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le
Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture e
che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (1Cor 15,1.3-4). Tanto che le prima
comunità trasformavano il keryhma in alcuni inni che venivano poi cantati nelle
celebrazioni liturgiche: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina,/ non
considerò un tesoro geloso/ la sua uguaglianza con Dio;/ ma spogliò se stesso,/
assumendo la condizione di
servo/ e divenendo simile agli uomini;/ apparso
in forma umana,/ umiliò se stesso/ facendosi obbediente fino alla morte/e
alla morte di croce” (Fil 2,5-11). Così venivano a comprendere che Gesù
continuava a essere presente nelle loro comunità “come colui che serve” (Lc
22,27) per amore, in forza della sapienza sconvolgente della Sua croce;
rinvenendola anche nei testi degli antichi profeti: “Chi avrebbe creduto alla
nostra rivelazione? (…). Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che
ben conosce il patire (…). Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si
è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e
umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre
iniquità (…). Per le sue piaghe noi siamo stati guariti (…) il Signore fece
ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti” (Is 53,1-6). Così che Paolo poteva
concludere: “mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza,
noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i
pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo
Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio» (1Cor 1,21-24).
“Siamo servi inutili: abbiamo fatto quanto dovevamo fare”
Si comprende, pertanto, in senso Cristologico quanto dice Gesù nel brano
evangelico odierno a riguardo del servizio: “Chi di voi, se ha un servo ad arare
o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: ‘Vieni subito e
mettiti a tavola’? Non gli dirà piuttosto: ‘Prepara da mangiare, stringiti le
vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e
berrai tu’? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli
ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato
ordinato, dite: ‘Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare’”. Se
Gesù chiede ai Suoi discepoli un servizio disinteressato è perché quello stesso
servizio è ciò che meglio lo contraddistingue. Si tratta, infatti, dello stesso
gesto che Gesù esprimerà in modo inequivocabile durante l’ultima cena: “si alzò
da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla
vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli
e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto” (Gv 13,4-5). Quanto a
considerarci in questo seno servi inutili – “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto
quanto dovevamo fare” – una precisazione va fatta. Inutile, infatti, potrebbe
essere tradotto anche come non necessario, cioè gratuito. Proprio nel senso
negativo col quale sempre più facilmente la nostra cultura intende il valore di
un gesto che non comporta alcun ritorno, alcun guadagno: un
gesto gratuito,
inutile, appunto. Come lo schiavo che, in ragione del servizio dovuto al suo
padrone, fa semplicemente quanto deve fare. E’ un lavoro senza ricompensa
mercantile o salariale: “abbiamo fatto quanto dovevamo fare”. Così Dio ci ha
amati, così anche noi ci dobbiamo amare (Gv 15,9-17).
“Il mio servo Giobbe”
Anche il Primo testamento conosce l’idea dell’amore che serve, senza riserve
e senza condizioni. Dio stesso, riferendosi a Giobbe lo chiama sempre servo:
“Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo
integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male” (Gb 1,40, ma anche 42,7-8). Così
la figura di Giobbe anticipa quella di Gesù. La prima lettura mette in evidenza
ad esempio che Giobbe, dopo che aveva lavorato onestamente e accumulato un
patrimonio considerevole, a un certo punto viene espropriato in modo violento di
tutti i beni; privato di colpo di dieci tra figli e figlie; consumato infine
dalla lebbra, la malattia più ripugnante. Anche davanti a esperienze così
estreme, che avrebbero potuto sconvolgere l’esperienza religiosa più devota –
“se sono ricco e felice è perché mi sono guadagnato tutto con onestà e Dio
stesso lo ha riconosciuto, dandomene atto” –, Giobbe, risponde con un atto di
fede che spiazza: “si alzò e si stracciò il mantello; si rase il capo, cadde a
terra, si prostrò e disse: ‘Nudo uscii dal grembo di mia madre, e nudo vi
ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore
ha tolto, sia benedetto il nome
del Signore!’”.
Nelle nostre città non è difficile incontrare ancora oggi il
volto di Giobbe. Basta un improvviso e imprevisto dissesto finanziario, ma
soprattutto un terremoto affettivo o famigliare, ed ecco che già lo vedi col
cappotto logoro, la barba lunga, i vestiti sporchi, alla ricerca di un po’ di
ristoro da una mensa all’altra, quando non rovista nei cestini della spazzatura.
Ma il suo volto ritorna insistente in certe camere d’ospedale: il volto rigato
dalle lacrime, fissato in un silenzio a dir poco imbarazzante. Si potrebbe anche
entrare nella cella di qualche carcere non lontano dalle nostre case, dove di
notte certe urla diventano assordanti e vorrebbero superare qualsiasi barriera.
Giobbe non è lontano da noi. Forse Giobbe ci sta accanto, quando forse non ce lo
portiamo dentro. Come “il contadino, che lavora duramente”, come “Un lavoratore
che non deve vergognarsi”
Con la preoccupazione di declinare il servizio evangelico, anche Paolo usa l’immagine suggestiva del “contadino, che lavora duramente” e che “deve essere il primo a raccogliere i frutti della terra”. Aggiungendo: “Cerca di capire quello che dico, e il Signore ti aiuterà a comprendere ogni cosa. Ricòrdati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide, come io annuncio nel mio Vangelo, per il quale soffro fino a portare le catene come un malfattore. Ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. Per concludere ancora con l’immagine del lavoratore: “Sfòrzati di presentarti a Dio come una persona degna, un lavoratore che non deve vergognarsi e che dispensa rettamente la parola della verità”. Ritorna l’espressione che anche papa Benedetto XVI ha usato all’inizio del suo pontificato: “Dopo il grande papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore”. Ma c’è anche un passaggio suggestivo in un testo di don Tonino Bello, pronunciato ai suoi preti un Giovedì santo di un po’ di anni fa, col quale commentava il gesto di Gesù che si alza da tavola durante l’ultima cena: “Chi sta alla tavola dell’eucarestia deve deporre le vesti. Le vesti del tornaconto, del calcolo, dell’interesse personale, per assumere la nudità della comunione. Le vesti della ricchezza, del lusso, dello spreco, della mentalità borghese, per indossare le trasparenze della modestia, della semplicità, della leggerezza. Le vesti del dominio, dell’arroganza, dell’egemonia, della prevaricazione, dell’accaparramento, per ricoprirsi dei veli della debolezza e della povertà, ben sapendo che pauper non si oppone tanto a dives, quanto a potens. Dobbiamo abbandonare i segni del potere, per conservare il potere dei segni” (in Stola e grembiule. Il diritto e il rovescio dell’unico panno di servizio sacerdotale”). Come ancora ci ripeterebbe Paolo: “abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5).
don Walter Magni
1. Non fare gran conto di chi ti sia favorevole o contrario; piuttosto preoccupati assai che, in ogni cosa che tu faccia, Dio sia con te. Abbi retta coscienza; Dio sicuramente ti difenderà. Non ci sarà cattiveria che possa nuocere a colui che Dio vorrà aiutare. Se tu saprai tacere e sopportare, constaterai senza dubbio l'aiuto del Signore. È lui che conosce il tempo e il modo di sollevarti; a lui perciò devi rimetterti: a lui che può soccorrerci e liberarci da ogni smarrimento.
2. Perché ci possiamo mantenere in una più grande umiltà, è sovente assai utile che altri conosca i nostri difetti e che ce li rimproveri. Quando uno si umilia per i propri difetti facilmente fa tacere gli altri e acquieta senza difficoltà coloro che si sono adirati contro di lui. All'umile Dio dona protezione ed aiuto; all'umile Dio dona il suo amore e il suo conforto; verso l'umile Dio si china; all'umile largisce tanta grazia, innalzandolo alla gloria, perché si è fatto piccolo; all'umile Dio rivela i suoi segreti, invitandolo e traendolo a sé con dolcezza. L'umile, fatto oggetto di contumelia e confusione, si sente pienamente in pace, avendo egli la sua dimora in Dio, e non nel mondo. Non credere di aver fatto alcun progresso spirituale, se non ti senti inferiore ad ogni altro.
(IMITAZIONE DI CRISTO – Lib. II: “Esortazione sulla vita interiore” Cap. II: L'umile sottomissione).