VI DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE

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Alberto Marsiglio

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Oct 7, 2011, 5:52:10 AM10/7/11
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Carissimi,
vi invio il commento di don Walter Magni alla liturgia della Parola della prossima eucarestia domenicale.
 
Buona domenica a tutti.
don Alberto
 

VI DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE

Anno A - Rito Ambrosiano  - 9 ottobre 2011

Volgiti a me, Signore: ascolta la mia preghiera

«Il contadino, che lavora duramente, deve essere il primo a raccogliere i frutti della terra. Cerca di capire quello che dico, e il Signore ti aiuterà a comprendere ogni cosa» (2Tm 2,6-7)

LETTURA Giobbe 1,13-21 Il Signore ha dato, il Signore ha tolto

- 13Un giorno accadde che, mentre i suoi figli e le sue figlie stavano mangiando e bevendo vino in casa del fratello maggiore, 14un messaggero venne da Giobbe e gli disse: «I buoi stavano arando e le asine pascolando vicino ad essi. 15I Sabei hanno fatto irruzione, li hanno portati via e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato soltanto io per raccontartelo». 16Mentre egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «Un fuoco divino è caduto dal cielo: si è appiccato alle pecore e ai guardiani e li ha divorati. Sono scampato soltanto io per raccontartelo». 17Mentre egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I Caldei hanno formato tre bande: sono piombati sopra i cammelli e li hanno portati via e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato soltanto io per raccontartelo». 18Mentre egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I tuoi figli e le tue figlie stavano mangiando e
bevendo vino in casa del loro fratello maggiore, 19quand’ecco un vento impetuoso si è scatenato da oltre il deserto: ha investito i quattro lati della casa, che è rovinata sui giovani e sono morti. Sono scampato soltanto io per raccontartelo». 20Allora Giobbe si alzò e si stracciò il mantello; si rase il capo, cadde a terra, si prostrò 21e disse: «Nudo uscii dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!».

SALMO  16 (17) Volgiti a me, Signore: ascolta la mia preghiera.

1Ascolta, Signore, la mia giusta causa, sii attento al mio grido. Porgi l’orecchio alla mia preghiera: sulle mie labbra non c’è inganno. R.

2Dal tuo volto venga per me il giudizio, i tuoi occhi vedano la giustizia. 3Saggia il mio cuore, scrutalo nella notte, provami al fuoco: non troverai malizia. R.

6Io t’invoco poiché tu mi rispondi, o Dio; tendi a me l’orecchio, ascolta le mie parole, 7mostrami i prodigi della tua misericordia, tu che salvi dai nemici chi si affida alla tua destra. R.

EPISTOLA 2Timoteo 2,6-15, Sii come un lavoratore che non deve vergognarsi

- Carissimo, 6il contadino, che lavora duramente, dev’essere il primo a raccogliere i frutti della terra. 7Cerca di capire quello che dico, e il Signore ti aiuterà a comprendere ogni cosa. 8Ricòrdati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide, come io annuncio nel mio Vangelo, 9per il quale soffro fino a portare le catene come un malfattore. Ma la parola di Dio non è incatenata! 10Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. 11Questa parola è degna di fede: Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; 12se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; 13se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso. 14Richiama alla memoria queste cose, scongiurando davanti a Dio che si evitino le vane discussioni, le quali non giovano a nulla se non alla rovina di chi le ascolta. 15Sfòrzati di presentarti a Dio come una persona degna, un lavoratore che non deve vergognarsi e che dispensa rettamente la parola della verità.

VANGELO Luca 17,7-10, Dite: «Siamo servi inutili»

-  In quel tempo. Il Signore Gesù disse: 7«Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a
tavola”? 8Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? 9Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 10Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Cari amici e care amiche,

nelle domeniche passate ci si domandava, ascoltando la Parola di Dio: se Gesù è Figlio di Dio, chi è Dio? Quali le sue caratteristiche fondamentali a partire da Gesù Suo Figlio? La risposta più sintetica è stata: “Dio è amore” (1Gv 4,16). Con la VI Domenica dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore (9 ottobre 2011), la risposta si arricchisce, guardando a Gesù - amore di Dio “riversato nei nostri cuori” (Rm 5,5) – come Colui che serve Dio e gli uomini con una dedizione piena, una disponibilità totale e una gratuità assoluta.

Gesù, Servo per amore

La prima predicazione consisteva sostanzialmente nella notizia della passione e della resurrezione del Signore: “Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (1Cor 15,1.3-4). Tanto che le prima comunità trasformavano il keryhma in alcuni inni che venivano poi cantati nelle celebrazioni liturgiche: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina,/ non considerò un tesoro geloso/ la sua uguaglianza con Dio;/ ma spogliò se stesso,/ assumendo la condizione di
servo/ e divenendo simile agli uomini;/ apparso in forma umana,/ umiliò se stesso/  facendosi obbediente fino alla morte/e alla morte di croce” (Fil 2,5-11). Così venivano a comprendere che Gesù continuava a essere presente nelle loro comunità “come colui che serve” (Lc 22,27) per amore, in forza della sapienza sconvolgente della Sua croce; rinvenendola anche nei testi degli antichi profeti: “Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione? (…). Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire (…). Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità (…). Per le sue piaghe noi siamo stati guariti (…) il Signore fece ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti” (Is 53,1-6). Così che Paolo poteva concludere: “mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio» (1Cor 1,21-24).

“Siamo servi inutili: abbiamo fatto quanto dovevamo fare”

Si comprende, pertanto, in senso Cristologico quanto dice Gesù nel brano evangelico odierno a riguardo del servizio: “Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: ‘Vieni subito e mettiti a tavola’? Non gli dirà piuttosto: ‘Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu’? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: ‘Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare’”. Se Gesù chiede ai Suoi discepoli un servizio disinteressato è perché quello stesso servizio è ciò che meglio lo contraddistingue. Si tratta, infatti, dello stesso gesto che Gesù esprimerà in modo inequivocabile durante l’ultima cena: “si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto” (Gv 13,4-5). Quanto a considerarci in questo seno servi inutili – “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” – una precisazione va fatta. Inutile, infatti, potrebbe essere tradotto anche come non necessario, cioè gratuito. Proprio nel senso negativo col quale sempre più facilmente la nostra cultura intende il valore di un gesto che non comporta alcun ritorno, alcun guadagno: un
gesto gratuito, inutile, appunto. Come lo schiavo che, in ragione del servizio dovuto al suo padrone, fa semplicemente quanto deve fare. E’ un lavoro senza ricompensa mercantile o salariale: “abbiamo fatto quanto dovevamo fare”. Così Dio ci ha amati, così anche noi ci dobbiamo amare (Gv 15,9-17).

“Il mio servo Giobbe”

Anche il Primo testamento conosce l’idea dell’amore che serve, senza riserve e senza condizioni. Dio stesso, riferendosi a Giobbe lo chiama sempre servo: “Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male” (Gb 1,40, ma anche 42,7-8). Così la figura di Giobbe anticipa quella di Gesù. La prima lettura mette in evidenza ad esempio che Giobbe, dopo che aveva lavorato onestamente e accumulato un patrimonio considerevole, a un certo punto viene espropriato in modo violento di tutti i beni; privato di colpo di dieci tra figli e figlie; consumato infine dalla lebbra, la malattia più ripugnante. Anche davanti a esperienze così estreme, che avrebbero potuto sconvolgere l’esperienza religiosa più devota – “se sono ricco e felice è perché mi sono guadagnato tutto con onestà e Dio stesso lo ha riconosciuto, dandomene atto” –, Giobbe, risponde con un atto di fede che spiazza: “si alzò e si stracciò il mantello; si rase il capo, cadde a terra, si prostrò e disse: ‘Nudo uscii dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore
ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!’”.
Nelle nostre città non è difficile incontrare ancora oggi il volto di Giobbe. Basta un improvviso e imprevisto dissesto finanziario, ma soprattutto un terremoto affettivo o famigliare, ed ecco che già lo vedi col cappotto logoro, la barba lunga, i vestiti sporchi, alla ricerca di un po’ di ristoro da una mensa all’altra, quando non rovista nei cestini della spazzatura. Ma il suo volto ritorna insistente in certe camere d’ospedale: il volto rigato dalle lacrime, fissato in un silenzio a dir poco imbarazzante. Si potrebbe anche entrare nella cella di qualche carcere non lontano dalle nostre case, dove di notte certe urla diventano assordanti e vorrebbero superare qualsiasi barriera. Giobbe non è lontano da noi. Forse Giobbe ci sta accanto, quando forse non ce lo portiamo dentro. Come “il contadino, che lavora duramente”, come “Un lavoratore che non deve vergognarsi”

Con la preoccupazione di declinare il servizio evangelico, anche Paolo usa l’immagine suggestiva del “contadino, che lavora duramente” e che “deve essere il primo a raccogliere i frutti della terra”.  Aggiungendo: “Cerca di capire quello che dico, e il Signore ti aiuterà a comprendere ogni cosa. Ricòrdati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide, come io annuncio nel mio Vangelo, per il quale soffro fino a portare le catene come un malfattore. Ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. Per concludere ancora con l’immagine del lavoratore: “Sfòrzati di presentarti a Dio come una persona degna, un lavoratore che non deve vergognarsi e che dispensa rettamente la parola della verità”.  Ritorna l’espressione che anche papa Benedetto XVI ha usato all’inizio del suo pontificato: “Dopo il grande papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore”. Ma c’è anche un passaggio suggestivo in un testo di don Tonino Bello, pronunciato ai suoi preti un Giovedì santo di un po’ di anni fa, col quale commentava il gesto di Gesù che si alza da tavola durante l’ultima cena: “Chi sta alla tavola dell’eucarestia deve deporre le vesti. Le vesti del tornaconto, del calcolo, dell’interesse personale, per assumere la nudità della comunione. Le vesti della ricchezza, del lusso, dello spreco, della mentalità borghese, per indossare le trasparenze della modestia, della semplicità, della leggerezza. Le vesti del dominio, dell’arroganza, dell’egemonia, della prevaricazione, dell’accaparramento, per ricoprirsi dei veli della debolezza e della povertà, ben sapendo che pauper non si oppone tanto a dives, quanto a potens. Dobbiamo abbandonare i segni del potere, per conservare il potere dei segni” (in Stola e grembiule. Il diritto e il rovescio dell’unico panno di servizio sacerdotale”). Come ancora ci ripeterebbe Paolo: “abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5).

don Walter Magni

1. Non fare gran conto di chi ti sia favorevole o contrario; piuttosto preoccupati assai che, in ogni cosa che tu faccia, Dio sia con te. Abbi retta coscienza; Dio sicuramente ti difenderà. Non ci sarà cattiveria che possa nuocere a colui che Dio vorrà aiutare. Se tu saprai tacere e sopportare, constaterai senza dubbio l'aiuto del Signore. È lui che conosce il tempo e il modo di sollevarti; a lui perciò devi rimetterti: a lui che può soccorrerci e liberarci da ogni smarrimento.

2. Perché ci possiamo mantenere in una più grande umiltà, è sovente assai utile che altri conosca i nostri difetti e che ce li rimproveri. Quando uno si umilia per i propri difetti facilmente fa tacere gli altri e acquieta senza difficoltà coloro che si sono adirati contro di lui. All'umile Dio dona protezione ed aiuto; all'umile Dio dona il suo amore e il suo conforto; verso l'umile Dio si china; all'umile largisce tanta grazia, innalzandolo alla gloria, perché si è fatto piccolo; all'umile Dio rivela i suoi segreti, invitandolo e traendolo a sé con dolcezza. L'umile, fatto oggetto di contumelia e confusione, si sente pienamente in pace, avendo egli la sua dimora in Dio, e non nel mondo. Non credere di aver fatto alcun progresso spirituale, se non ti senti inferiore ad ogni altro.

(IMITAZIONE DI CRISTO – Lib. II: “Esortazione sulla vita interiore” Cap. II: L'umile sottomissione).

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