Commento al Vangelo della VI Domenica di Pasqua, 5 aprile 2013

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Alberto Marsiglio

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May 3, 2013, 11:49:17 AM5/3/13
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Carissimi tutti,
vi invio il consueto commento alla liturgia della Parola della prossima Eucarestia domenicale, sempre a cura di don Walter Magni.
Buona Domenica!
don Alberto

VI DOMENICA DI PASQUA

Anno C - Rito Ambrosiano – 5 maggio 2013

 

Popoli tutti, lodate il Signore, alleluia!

 

 

“Quando verrà lui, lo Spirito della verità…”

 

 

LETTURA: Atti degli Apostoli 21,40b–22,22

SALMO 66 (67): Popoli tutti, lodate il Signore, alleluia!

EPISTOLA: Lettera agli Ebrei 7,17-26

VANGELO: Giovanni 16,12-22: In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai discepoli: 12«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 16Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete». 17Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos’è questo che ci dice: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”, e: “Io me ne vado al Padre”?». 18Dicevano perciò: «Che cos’è questo “un poco”, di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire». 19Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”? 20In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. 21La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. 22Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia».

Cari amici e care amiche,

in queste domeniche il Vangelo di Giovanni - in modo particolare alcuni passaggi dei capp. 13-17 – ci sta aiutando ad approfondire il significato della Pasqua. Gesù, prima della Sua morte e risurrezione, sente l’urgenza di spiegare il senso degli eventi che di lì a poco avrebbero dato compimento alla Sua esistenza, parlando ai Suoi del Padre, dell’amore vero, di gloria/glorificazione e, in modo particolare oggi, dello Spirito (VI domenica di Pasqua, 5 aprile 2013).

 

Davanti al Maestro

 

Davanti al mistero di Dio che si è rivelato in Gesù dobbiamo imparare a sentirci più ignoranti. Perché il fatto è che ignoriamo e non sappiamo molte cose: Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”. Per stare alle parole di Gesù: mentre Lui ha molte cose che ci vorrebbe dire, noi di fatto non ne sapremmo portare il peso. Fidarci  di Lui, accettando di non sapere, di ignorare, è l’inizio di un buon cammino spirituale: “Principio della sapienza è il timore del Signore” (sl 111,10).  C’è una sorta di peccato originale nel nostro modo di accostare il mistero di Dio così come si è voluto rivelare, una supponenza e una presunzione della ragione che vorrebbe ignorare e travalicare i suoi limiti: pretendere di capire prima di stare davanti a Lui, in umile silenzio, in un ascolto obbediente come quello di Maria. Presi da un razionalismo esasperato, vorremmo com-prendere, circuendo l’altro, costringendolo nelle nostre categorie mentali. Invece Lui, che è l’altro per eccellenza, ha ancora “molte cose” da dire al nostro cuore, ma sa bene che non saremmo “capaci di portarne il peso”. Ci sono dei tempi del sapere e del conoscere l’altro che, in rapporto a Gesù, diventano gli stessi rapporti e gli stessi ritmi che intercorrono tra il discepolo e il Suo Maestro. Anche a Pasqua. Così, infatti, Maria di Magdala chiama Gesù, dopo che s’era sentita chiamare presso il sepolcro vuoto: “rabbuni” (Gv 20,16); Come davanti al Suo Maestro sta anche Maria di Betania, tutta rannicchiata ai Suoi piedi (Gv 12,13); così pure sta il discepolo amato, mentre posa la sua testa sul Suo cuore (Gv 13,25).

 

L’umiltà di Dio

 

Anche Gesù sa essere umile davanti al compiersi del Suo mistero: Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future”. Gesù non è un Maestro che presuntuosamente sa tutto e tutto spiega. Quello che sa l’ha imparato dal Padre ed è consapevole che si dà compimento all’esistenza prima coi fatti che con le parole. In questo senso Si affida per primo allo Spirito Santo che verrà dopo. “Spirito di verità” che solo sa guidare alla pienezza della verità: “tutta la verità”. L’umiltà nostra, dunque, ma soprattutto l’umiltà Sua, l’umiltà stessa di Dio. Come la capacità propria dell’amore autentico che dà precedenza all’altro per essere pienamente se stesso. In questo anche Gesù trova il Suo compimento. Gesù che è anzitutto principiato (“generato, non creato”, diciamo nel Credo) dal Padre, dalla Sua volontà; Gesù che alla fine trova la Sua pienezza regalandoci lo Spirito Santo. Quella di Gesù non è l’umiltà della precarietà, ma è l’umiltà propria dell’amore, che ama da Dio perché mette l’altro al primo posto, al suo posto. L’umiltà di Dio, la sua stessa spiritualità, è ciò che fa dell’altro non solo un’urgenza o un bisogno del cuore, ma una necessità per essere semplicemente Se stesso. La cosiddetta modernità liquida di Zygmunt Bauman, è fatta di uomini senza legami, la cui esistenza e le cui relazioni sono diventate fluttuanti, in continua sperimentazione, simili a una navigazione a vista, senza una rotta prestabilita, in un mare pieno di scogli. L’altro per Gesù non è uno scoglio, ma lo spazio e il luogo della Sua stessa realizzazione.

 

Spiritualità del compimento

 

Ma i Suoi discepoli si mettono invece a disquisire:  “Che cos’è questo ‘un poco’, di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire”. Dobbiamo imparare a lasciarci guidare docilmente dallo Spirito, come Gesù per primo ha fatto, giungendo alla pienezza della Sua verità sulla Sua morte e risurrezione. Davanti all’umiltà di Gesù, davanti all’umiliazione della Sua morte e alla gloria della Sua risurrezione, è l’esempio di una donna che ci fa comprendere e che ci insegna i termini reali di una spiritualità del compimento: “La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia”. Così l’altro, generato dall’amore, diventa motivo di grande gioia: Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,34-35). “le tue parole, mio Dio, non son fatte per rimanere inerti nei nostri libri, ma per possederci e per correre il mondo in noi, permetti che, da quel fuoco di gioia da te acceso, un tempo, su una montagna, e da quella lezione di felicità, qualche scintilla ci raggiunga e ci morda, ci investa e ci pervada. Fa’ che, abitati da esse,  come ‘fiammelle nelle stoppie’, corriamo per le vie della città, e fiancheggiamo le onde della folla, contagiosi di beatitudine, contagiosi della gioia” (Madeleine Delbrel, La gioia di credere). 

 

don Walter Magni

 

 

“Mai senza l’altro”

Ermes Ronchi, Commento al Vangelo - V di Pasqua, in Avvenire del 28/4/2013

 

Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri. Sì, ma di quale amore? Parola così abusata, parola che a pronunciarla male brucia le labbra, dicevano i rabbini. Noi confondiamo spesso l'amore con un'emozione o un'elemosina, con un gesto di solidarietà o un momento di condivisione. Amare sovrasta tutto questo, perché contiene il brivido emozionante della scoperta dell'altro, che ti appare non più come un oggetto ma come un evento, come colui che ti dà il gusto del vivere, che spalanca sogni, che ha la forza dolce delle nascite, che ti fa nascere, con il meglio di te. Per amare devo guardare una persona con gli occhi di Dio, quando adotto il suo sguardo luminoso divento capace di scoprirne tutta la bellezza e grandezza e unicità. E da questo si sprigiona fervore, meraviglia, incanto del vivere. Io vado dall'altro come ad una fonte, e mi disseta. Allora lo posso amare, e nell'amore l'altro diventa il mio maestro, colui che mi fa camminare per nuovi sentieri.

Allo stesso modo anche i due sposi devono amarsi come due maestri, ciascuno maestro dell'altro, ciascuno messo in cammino verso orizzonti più grandi. Lasciarsi abitare dalle ricchezze dell'altro, e la vita diventa immensamente più felice e libera. Allo stesso modo anche il povero che incontro o lo straniero che bussa alla mia porta li posso guardare come fossero i «nostri signori» (san Vincenzo de Paolis), e imparare quindi a dare come faceva Gesù: non come un ricco ma come un povero che riceve, come un mendicante d'amore. E pensare davanti al povero: sono io il povero, fatto ricco di te, dei tuoi occhi accesi, della tua storia, del tuo coraggio. 

Vi do un comandamento nuovo. Non si tratta di una nuova ingiunzione, ma della regola che protegge la vita umana, dove sono riassunti del destino del mondo e la sorte di ognuno: «abbiamo tutti bisogno di molto amore per vivere bene» (Maritain). Dove sta la novità? Già nell'Antico Testamento era scritto ama Dio con tutto il cuore, ama il prossimo tuo come te stesso. La novità del comando sta nella parola successiva: Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 

Non dice quanto vi ho amato, impossibile per noi la sua misura, ma come Gesù, con il suo stile unico, con la sua eleganza gentile, con i capovolgimenti che ha portato, con la sua creatività: ha fatto cose che nessuno aveva fatto mai. I cristiani non sono quelli che amano (lo fanno in molti sotto tutte le latitudini) ma quelli che amano come Gesù: se io vi ho lavato i piedi così fate anche voi, fatelo a partire dai più stanchi, dai più piccoli, i vostri signori...  Come Lui, che non solo è amore, ma esclusivamente amore.

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