II DOMENICA DI AVVENTO
Anno A - Rito Ambrosiano – 21 novembre 2010
I figli del Regno

Giovanni Battista (particolare), Santuario della Madonna Salute degli infermi in Scaldaferro (Vicenza)
LETTURA Baruc 4,36–5,9; Sorgi, Gerusalemme, vedi i tuoi figli riuniti da occidente a oriente. Così dice il Signore Dio: 4,36«Guarda a oriente, Gerusalemme, osserva la gioia che ti viene da Dio. 37Ecco, ritornano i figli che hai visto partire, ritornano insieme riuniti, dal sorgere del sole al suo tramonto, alla parola del Santo, esultanti per la gloria di Dio. 1Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre. 2Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio, metti sul tuo capo il diadema di gloria dell’Eterno, 3perché Dio mostrerà il tuo splendore a ogni creatura sotto il cielo. 4Sarai chiamata da Dio per sempre: «Pace di giustizia» e «Gloria di pietà». 5Sorgi, o Gerusalemme, sta’ in piedi sull’altura e guarda verso oriente; vedi i tuoi figli riuniti, dal tramonto del sole fino al suo sorgere, alla parola del Santo, esultanti per il ricordo di Dio. 6Si sono allontanati da te a piedi, incalzati dai nemici; ora Dio te li riconduce in trionfo, come sopra un trono regale. 7Poiché Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio. 8Anche le selve e ogni albero odoroso hanno fatto ombra a Israele per comando di Dio. 9Perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria, con la misericordia e la giustizia che vengono da lui»
SALMO 99 (100) Popoli tutti, acclamate il Signore.
Acclamate il Signore, voi tutti della terra, servite il Signore nella gioia, presentatevi a lui con esultanza. R. - Riconoscete che solo il Signore è Dio: egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo. R.- Varcate le sue porte con inni di grazie, i suoi atri con canti di lode, lodatelo, benedite il suo nome; R.-
perché buono è il Signore, il suo amore è per sempre, la sua fedeltà di generazione in generazione. R.
EPISTOLA Romani 15, 1-13 Cristo è diventato servitore dei circoncisi per compiere le promesse dei padri; le genti invece glorificano Dio per la sua misericordia - Fratelli, 1noi, che siamo i forti, abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. 2Ciascuno di noi cerchi di piacere al prossimo nel bene, per edificarlo. 3Anche Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso, ma, come sta scritto: Gli insulti di chi ti insulta ricadano su di me. 4Tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché, in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza. 5E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù, 6perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo. 7Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio. 8Dico infatti che Cristo è diventato servitore dei circoncisi per mostrare la fedeltà di Dio nel compiere le promesse dei padri; 9le genti invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto: Per questo ti loderò fra le genti e canterò inni al tuo nome. 10E ancora: Esultate, o nazioni, insieme al suo popolo. 11E di nuovo: Genti tutte, lodate il Signore; i popoli tutti lo esaltino. 12E a sua volta Isaia dice: Spunterà il rampollo di Iesse, colui che sorgerà a governare le nazioni: in lui le nazioni spereranno. 3Il Dio della speranza vi riempia, nel credere, di ogni gioia e pace, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo.
VANGELO Lc 3,1-18 Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio - 1Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilene, 2sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. 3Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, 4com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia: Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! 5Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate. 6Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!
7Alle folle che andavano a farsi battezzare da lui, Giovanni diceva: «Razza di vipere, chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? 8Fate dunque frutti degni della conversione e non cominciate a dire fra voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. 9Anzi, già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco». 10Le folle lo interrogavano: «Che cosa dobbiamo fare?».. 11Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto». 12Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». 13Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». 14Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». 15Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, 16Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 17Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». 18Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.
Cari amici e care amiche,
l’Avvento è tempo di speranza. Ma la speranza cristiana non nasce dall'uomo. Non è un desiderio che dall’uomo si apre al futuro, frutto della sua coscienza che tende ad andare oltre se stessa, in attesa di un compimento.. Al contrario, è anzitutto una chiamata gratuita che parte dal cuore di Dio. Dalle attese più profonde e più belle che nutre nei nostri confronti. La speranza cristiana è più di un sentimento o di un’utopia. Ascoltando la Parola di Dio di questa II Domenica di Avvento (21 novembre 2010), siamo introdotti a comprendere come questa ci venga continuamente donata.
“Il Dio della speranza”
Paolo ci introduce in questa prospettiva, quando in modo chiaro afferma: “il Dio della speranza vi riempia, nel credere, di ogni gioia e pace, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo”. Poco sopra, infatti, aveva espresso un augurio altrettanto carico: “il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù”. Dunque, se da Dio anzitutto ci deriva speranza, perseveranza e consolazione, il frutto maturo di questi doni è l’amore tra noi secondo il cuore di Dio: “Ciascuno di noi cerchi di piacere al prossimo nel bene, per edificarlo. Anche Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso, ma, come sta scritto: Gli insulti di chi ti insulta ricadano su di me”; e ancora: “Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio”.
E tutto questo trova pienezza e compimento a partire dalla venuta di Gesù, Signore nostro. Come del resto ci ripete lo stesso Isaia, citato da Paolo: “Spunterà il rampollo di Iesse, colui che sorgerà a governare le nazioni: in lui le nazioni spereranno”. Mentre Isaia stesso ci ricorda nella prima lettura di questa liturgia: “Guarda a oriente, Gerusalemme, osserva la gioia che ti viene da Dio. Ecco, ritornano i figli che hai visto partire, ritornano insieme riuniti, dal sorgere del sole al suo tramonto, alla parola del Santo, esultanti per la gloria di Dio. Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre”.
“la parola di Dio venne su Giovanni”
Ma la speranza cristiana è stata anche fraintesa. Avendo cercato di raccordarla con i bisogni e i desideri che comprensibilmente sorgono dal cuore dell’uomo, la speranza cristiana è stata spesso ridotta, semplificata e svilita nella sua autentica portata. Determinante è, invece, accorgersi che la prospettiva della speranza cristiana, partendo anzitutto dal cuore di Dio, raggiunge così la nostra storia e, dunque, vivifica e rivitalizza anche tutti i nostri desideri e le nostre attese più profonde. E’ singolare l’immagine che proprio l’evangelista Luca ci regala, descrivendoci questo passaggio: “Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto”. Noi giustamente possiamo invocare da Dio il dono di una parola di speranza, ma proprio perché si tratta di una Parola che sgorga anzitutto dal cuore di Dio allora questa, raggiungendo la nostra storia e innestandosi in essa, è in grado di dare seriamente compimento alla nostra fame. Colmando così la sete di speranza che attraversa la storia degli uomini. Inserendosi nell’avvicendarsi dei nostri giorni, mentre gli uomini del potere si alternano nei loro regni, instaurando le loro politiche e le loro gerarchie: “la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto”.
Profezia pratica
Giovanni il Battista avrà modo più avanti, in questo tempo di Avvento, di farci notare che non è lui il Cristo. Egli è piuttosto uno che dà voce alla Parola di Dio che lo ha investito mentre stava nel deserto.. “Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”. Da parte di Giovanni non ci sono dubbi: lui è semplicemente la voce di uno che grida nel deserto, battezzando con acqua; mentre “colui che è più forte di me (…).. Egli vi battezerà in Spirito Santo e fuoco”. Allora qual è propriamente il senso della profezia? Già il filosofo I Kant aveva dedicato l’intera esistenza nel cercare di rispondere a tre domande fondamentali: che cosa sono in grado di sapere? Che cosa devo fare? Che cosa mi è lecito sperare? In questo senso la profezia – attenendoci propriamente al senso descritto dal brano evangelico odierno - si riassume nella capacità di suggerire alla gente che accorre, attratta dalla forza abbagliante della testimonianza, prospettive pratiche e operative. In Giovanni, folgorato dalla Parola di Dio che lo aveva investito, scatta una singolare capacità di rispondere in modo puntuale al grande bisogno di fare che attraversa ogni uomo: “Le folle lo interrogavano: ‘Che cosa dobbiamo fare?’. Rispondeva loro: ‘Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto’. Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: ‘Maestro, che cosa dobbiamo fare?’. Ed egli disse loro: ‘Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato’. Lo interrogavano anche alcuni soldati: ‘E noi, che cosa dobbiamo fare?’. Rispose loro: ‘Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe’”.
La profezia della misericordia
Dobbiamo essere onesti e sinceri: cosa manca oggi nelle nostre comunità cristiane? Ma cosa manca anche alla realtà socio-politica che ci avvolge e sempre meno ci convince? Lo slancio proprio della profezia. Facciamo forse molto, facciamo davvero tante cose, rischiando spesso però di non sapere perché operiamo. In quale prospettiva, in quale senso o direzione. Questa è propriamente una società in crisi o la crisi delle istituzioni. Ci troviamo nel pieno di una crisi di senso e di prospettiva. Che concretamente si traduce nel non sapere cosa fare perché non sappiamo da che parte andare. L’homo faber come l’homo oeconomicus ha perso la bussola. Ha smarrito la direzione. Si opera e si produce senza più sapere per chi e in vista di cosa. Abbiamo uno struggente bisogno di una profezia che, sempre più illuminata e sapiente, segnali all’uomo di oggi la mètà e i passi concreti per poterla raggiungere ancora. Anche "la Chiesa” - diceva Paolo VI – “ha bisogno della sua perenne Pentecoste, ha bisogno di fuoco nel cuore, di parola sulle labbra, di profezia nello sguardo". Lo stesso Giovanni era preoccupato di segnalare ai suoi interlocutori una misura praticabile. Ai controllori e ai soldati diceva: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”. Non viene negata la misura della legge, ma ricollocata in un orizzonte che, evangelicamente, si chiama misericordia.
Scrivendo ai Filippesi, Paolo, sentendo che ormai “Il Signore è vicino”, li invitava ad esercitarsi in qualcosa di simile: “La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti” (4,5-6). C’è un equilibrio nelle complesse relazioni umane – anche in quelle dell’economia e della finanza – che solo nel cuore di un Dio, buono e misericordioso come il nostro, trova ancora la sua ragione e il suo significato nella Chiesa e nel mondo.
don Walter Magni