II DOMENICA DOPO PENTECOSTE 10 giugno 2012

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Alberto Marsiglio

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Jun 8, 2012, 7:03:35 AM6/8/12
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Carissimi tutti,
vi inoltro il consueto commento di don Walter Magni alle letture di domenica prossima.
don Alberto

II DOMENICA DOPO PENTECOSTE

 

Anno B - Rito Ambrosiano – 10 giugno 2012

 

Lodate il Signore dai cieli, lodatelo nell’alto dei cieli

 

http://www.copia-di-arte.com/kunst/vincent_van_gogh/field_of_poppies.jpg

Vincent van Gogh (1853-1890) - Campo di papaveri, Auvers-sur-Oise (1890)

LETTURA – Siracide 16,24-30: 24Ascoltami, figlio, e impara la scienza, e nel tuo cuore tieni conto delle mie parole. 25Manifesterò con ponderazione la dottrina, con cura annuncerò la scienza. 26Quando il Signore da principio creò le sue opere, dopo averle fatte ne distinse le parti. 27Ordinò per sempre le sue opere e il loro dominio per le generazioni future. Non soffrono né fame né stanchezza e non interrompono il loro lavoro. 28Nessuna di loro urta la sua vicina, mai disubbidiranno alla sua parola. 29Dopo ciò il Signore guardò alla terra e la riempì dei suoi beni. 30Ne coprì la superficie con ogni specie di viventi e questi ad essa faranno ritorno.

SALMO 148 - Lodate il Signore dai cieli, lodatelo nell’alto dei cieli.

2Lodatelo, voi tutti, suoi angeli, lodatelo, voi tutte, sue schiere. 3Lodatelo, sole e luna, lodatelo, voi tutte, fulgide stelle. R.

4Lodatelo, cieli dei cieli, voi, acque al di sopra dei cieli. 5Lodino il nome del Signore, perché al suo comando sono stati creati. R.

7Lodate il Signore dalla terra, mostri marini e voi tutti, abissi, 8fuoco e grandine, neve e nebbia, vento di bufera che esegue la sua parola. R.

9Monti e voi tutte, colline, alberi da frutto e voi tutti, cedri, 10voi, bestie e animali domestici, rettili e uccelli alati. R.

EPISTOLA Romani 1,16-218,1-9b: Fratelli, 16io non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo, prima, come del Greco. 17In esso infatti si rivela la giustizia di Dio, da fede a fede, come sta scritto: Il giusto per fede vivrà. 8Infatti l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia, 19poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha manifestato a loro. 20Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute. Essi dunque non hanno alcun motivo di scusa 21perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato né ringraziato come Dio, ma si sono perduti nei loro vani ragionamenti e la loro mente ottusa si è ottenebrata.

VANGELO – Luca 12,22-31 - In quel tempo. Il Signore Gesù 22disse ai suoi discepoli: «Io vi dico: non preoccupatevi per la vita, di quello che mangerete; né per il corpo, di quello che indosserete. 23La vita infatti vale più del cibo e il corpo più del vestito. 24Guardate i corvi: non séminano e non mietono, non hanno dispensa né granaio, eppure Dio li nutre. Quanto più degli uccelli valete voi! 25Chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? 26Se non potete fare neppure così poco, perché vi preoccupate per il resto? 27Guardate come crescono i gigli: non faticano e non filano. Eppure io vi dico: neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 28Se dunque Dio veste così bene l’erba nel campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, quanto più farà per voi, gente di poca fede. 29E voi, non state a domandarvi che cosa mangerete e berrete, e non state in ansia: 30di tutte queste cose vanno in cerca i pagani di questo mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. 31Cercate piuttosto il suo regno, e queste cose vi saranno date in aggiunta».

 

Cari amici e care amiche,

la Parola, rispondendo a una intenzione precisa del cuore di Dio (Parola di Dio), è sempre forte ed efficace. Imparare ad attenerci al senso, all’intenzione con la quale Dio l’ha pronunciata, è l’esercizio di ascolto autentico richiesto ai credenti di domenica in domenica. Giunti alla II Domenica dopo Pentecoste (10 giugno 2012), disponiamoci a un ascolto umile e docile.

 

 

“Io non mi vergogno del Vangelo”

 

Così inizia il brano del Siracide proposto in questa liturgia: “Ascoltami, figlio, e impara la scienza, e nel tuo cuore tieni conto delle mie parole”, mentre Paolo, scrivendo ai Romani, aggiunge: “io non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede”. Per un verso, la Parola va ascoltata come una “scienza” che Dio riversa nei nostri cuori; per un altro, una volta accolta, importa non vergognarsi di attenerci a essa, mettendo in pratica quanto ci chiede. Coniugare l’ascolto con la testimonianza conseguente è infatti sempre più urgente, tenendo conto oggi del grave sospetto di incoerenza che investe anche la Chiesa. Avere in alta considerazione la Parola (“In principio la Parola” affermava il card. Martini in una sua Lettera pastorale), comportandosi di conseguenza, non è compito solo di ciascun credente. La Parola proclamata nella liturgia domenicale è affidata anzitutto alla venerazione e alla custodia della Chiesa intera. Se ci si scandalizza di essa, se si inciampa nella Parola vergognandosene, è perché non si sta in ascolto con cuore puro. La Parola può certamente essere respinta in modo diretto, ma più facilmente da parte dei credenti potrebbe essere assoggettata ad altre preoccupazioni e ad altri interessi. Asservendola a strategie che non hanno nulla a che fare con le intenzioni di Dio. Non ci sono alternative: o ci si sottomette al vangelo o lo si calpesta. L’ascolto umile e paziente dei santi e dei martiri ci può ancora insegnare la coerenza e la parresìa di chi, ancora oggi non si vergogna come Paolo dell’Evangelo del Signore, donando semplicemente la propria vita come Lui ci ha insegnato.  

 

 

“Non preoccupatevi”

 

 

Un esempio di come evitare un ascolto non corretto della Parola ci è offerto dal brano evangelico odierno. Per diverse volte Gesù invita i discepoli a non preoccuparsi: non preoccupatevi per la vita, di quello che mangerete; né per il corpo, di quello che indosserete (…).Chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? Se non potete fare neppure così poco, perché vi preoccupate per il resto? (…), non state a domandarvi che cosa mangerete e berrete, e non state in ansia”. Una risposta non corretta a questa insistente indicazione evangelica potrebbe servirsi di queste espressioni per imbonire e consolare ingenuamente chi si dovesse trovare nel disagio e nella precarietà, stravolgendo l’Evangelo. A cosa ci esorta Gesù dicendo: “non preoccutevi (…) non state a domandarvi che cosa mangerete e berrete, e non state in ansia”? Gesù non vuole distoglierci dalle nostre responsabilità e neppure Lui Si è illuso nei confronti della libertà degli uomini, degli eventi della storia e delle stesse calamità naturali. Andando invece alla radice delle cose, ci indicato la strada realistica e paradossale delle beatitudini: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,perché saranno saziati. Beati …” (Mt 5,3s; Lc 6,20s). La povertà, la precarietà, il pianto e qualsiasi forma di disagio, non sono mai stati passivamente accolti, ma trasformati sempre in occasioni di santità e di grazia.

 

 

“Guardate… cercate piuttosto il regno”

 

Gesù non subisce affatto la pesantezza di certe situazioni e le avversità della vita. L’indicazione evangelica va piuttosto in una linea attiva e propositiva, che coinvolge sensi e intelligenza. Invitandoci a scavare, ad andare in profondità, senza rimanere in superficie, fermandoci alla prima impressione. Arrivare alla sostanza delle cose e alla radice dei fatti comporta un esercizio dello sguardo che è possibile imparare guardando anzitutto a Lui, diventando Suoi discepoli. Già attenersi a una distinzione dell’intelligenza di questo genere è un primo passo importante: infatti “la vita vale più del cibo e il corpo più del vestito”. Ma entriamo anche nella prospettiva di una capacità osservativa della natura e delle cose che non è solo di carattere scientifico e descrittivo: Guardate i corvi: non séminano e non mietono, non hanno dispensa né granaio, eppure Dio li nutre. Quanto più degli uccelli valete voi! (…).Guardate come crescono i gigli: non faticano e non filano. Eppure io vi dico: neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro”. Guardare in senso evangelico significa imparare a vedere la realtà delle cose come Gesù. Incanalando il nostro sguardo, indirizzandolo, calibrandolo sulla stessa lunghezza d’onda dello sguardo di Gesù. Guardando gli uomini e le cose come li guardava Gesù. Entrando nella Sua stessa compassione. Intuendo la trama di un disegno divino che ha i tratti di una provvidenza non scontata e autoreferenziale e di una sottomissione alla volontà del Padre Suo che prende le mosse anzitutto dalla logica dell’affidamento e non della contrapposizione.

 

L’espressione conclusiva diventa un programma: “Cercate piuttosto il suo regno, e queste cose vi saranno date in aggiunta”. Dopo averci esortato a guardare nella Sua prospettiva, Gesù ci spalanca davanti il senso ultimo della Sua vita, il Regno di Dio. Facendoci intuire persino una ricompensa: “queste cose vi saranno date in aggiunta”. Il centuplo evangelico non è un’astrazione. Uno specchietto per le allodole che ci illude su un dopo, un aldilà da fantasticare pieno di tutte quelle  soddisfazioni che non abbiamo avuto su questa terra. Le ideologie ottocentesche dei maestri del sospetto (P. Ricoeur si riferiva a Feurbach, Nietzshe, Marx) sono finite. Senza illusioni è, invece, decisivo riconoscere che stare dalla parte di Gesù, cercando anzitutto il Suo regno, ha le sue belle soddisfazioni. Provare per credere.

don Walter Magni

 

 

Nella malattia anche un prete diventa più credente

(don Romano Martinelli, AVVENIRE, 24 aprile 2011)

 

Per la settima volta, l’oncologa, esami alla mano, mi affronta con un certo disagio: «Deve essere operato per qualcosa di importante al pancreas. Il chirurgo è bravo. La sua equipe è di eccellenza. L’aspettiamo tra dieci giorni: il posto letto c’è!». Penso al drago (così lo chiamava padre Turoldo). Sono ancora malato e la bestia non guarda in faccia a nessuno (bambini, preti, madri di famiglia, giovani...), ma sembra che ce l’abbia con me. Non mi sono abituato all’aggressione. La mia vita da prete mi ha un poco addestrato a entrare nel tunnel e a vivere questa situazione, ma, quando sono aggredito dalla malattia, come tutti devo ricominciare da capo a credere. Penso alla devozione al Santo Chiodo e al cammino quaresimale della Diocesi. Mi sento “inchiodato” a una croce che non ho scelto, ma che va abbracciata con amore, perché è solo l’amore a vincere la morte, che intravedo sarcastica. Così attraverso di giorno in giorno l’incalzare degli stati d’animo più sgradevoli, come la confusione e il senso di impotenza.

 

Guardo i miei due compagni di stanza al I C del San Raffaele e ci parliamo con gli occhi. La malattia ci rende tutti uguali. Piano piano si solidarizza: avverto così l’affiorare di un filo di speranza e di coraggio che ci accomuna. Ci si prende cura gli uni degli altri. Sono un prete e si vede: non dal pigiama, ma da altro, da qualcosa di indefinibile. Mi chiedono talvolta di parlare di fede: «Sa, io credo in Gesù. Sono stato in Terrasanta. Ho visto dove è nato e dove è morto. Ma che sia Dio...». Intuisco dentro di me che è urgente vivere da credente, come se Gesù di Nazaret, morto e risorto, fosse il Vivente, per tutti e per ciascuno. Mi sono portato la corona del Rosario, la liturgia delle Ore e la Parola di Dio quotidiana. Al mattino presto, quando le prime luci dell’alba illuminano via Olgettina e c’è un silenzio intenso perché le infermiere si stanno organizzando, cerco di ascoltare la Parola, che accende “gli occhi del cuore”. In fondo la conversione e il cammino quaresimale non sono il ribaltamento di tutta la nostra comprensione del reale?

 

In questi momenti, molto pesanti, per un prete è decisivo cogliere la Presenza, come chance e opportunità, nonostante la malattia rimanga una profonda disgrazia e non sia per niente voluta dal Signore. «Beati quelli che soffrono» mi ricorda il Vivente. Se la beatitudine funziona, è perché Lui l’ha vissuta e la condivide con me. Don Martino, il cappellano, che mi sgrida amabilmente perché frequento troppo il suo ospedale, non mi lascia mai mancare l’Eucaristia. In effetti per un prete l’Eucaristia è tutto. Per la terza volta mi operano in prossimità della Pasqua. Un giorno, quando la febbre si alza, e la “candida” mi infetta leggo nella lettera agli Ebrei: «Pensate attentamente a Colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo» (12,3). La sua Pasqua entra naturalmente in queste lunghe giornate che non finiscono mai, passate nell’attesa che ti dicano: «Può tornare a casa».

 

In questa situazione speciale un prete si abitua a vedere la vita con lo sguardo degli altri: degli infermieri che vivono una dedizione indefinibile, degli operatori che ti portano il saluto dei loro parroci, delle alunne che stanno frequentando la scuola e imparano su di noi ad “avere cura”. E come tutti i preti ambrosiani si "attacca bottone" con molti operatori, tra una flebo e una medicazione: si parla dei figli, delle fatiche di ogni giorno, delle paure per il futuro e della voglia di cambiare le cose.

Abituato a vivere in uno stato continuo di vigilanza, ascolto e vedo molto, soprattutto la notte, quando, ad un minimo cenno, l’infermiere accorre, preciso, cordiale. Come prete imparo cosa significhi aver cura con prontezza dell’altro anche dei suoi bisogni più concreti e personali. Lo vedo anche nei chirurghi, i primi ad arrivare al mattino. Ti ascoltano nei dettagli più insignificanti, ti educano ad ascoltare il corpo, a rispettare la debolezza e la fragilità di questa stagione, a lottare... e non solo: uno di loro mi ha mandato una poesia sulla Passione.

 

Mi commuovo. Una Pasqua non imprevista, ma... importante!

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