VI DOMENICA DOPO IL MARTIRIO
DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE
Anno C Rito Ambrosiano –domenica 6 ottobre 2013
Chi spera nel Signore, non resta deluso

“Sto alla porta e busso…”
LETTURA 1Re 17, 6-16 Elia, ospitato dalla vedova di Sarepta.
SALMO Salmo 4 Chi spera nel Signore, non resta deluso.
EPISTOLA Eb 13, 1-8 Praticate l’ospitalità.
VANGELO Mt 10, 40-42 Chi accoglie voi accoglie me. Lettura del Vangelo secondo Matteo - In quel tempo. Il Signore Gesù disse: 40«Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 41Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. 42Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa»
Cari amici e care amiche,
la liturgia della VI Domenica dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore (6 ottobre 2013), affronta in modo evidente il tema tanto attuale dell’ospitalità. Il vocabolo latino hospes (ospite) pare risultare etimologicamente dalla composizione di hostia (soglia) e pes (piede). Pertanto l’ospite è colui che posa il piede vicino alla soglia, ma come? Per aprire la porta dall’interno o per essere accolto dall’esterno? E Dio, il nostro Dio, da che parte sta? È anzitutto colui che ci ospita o piuttosto attende d’essere ospitato?
L’ospite inquietante
È di qualche anno fa un libro intitolato: L’ospite inquietante (U. Galimberti, 2007), nel quale l’autore sosteneva che tra i giovani si aggira un ospite inquietante: il nichilismo. Troppo spesso gli adulti non riescono a fare chiarezza su episodi di una violenza inaudita messi in atto da ragazzi e da giovani dentro e fuori le loro case, accompagnati talvolta dal dilagare di sostanze stupefacenti e da un aumento di suicidi. Perché tanti delitti così efferati e violenti? Per una sorta di spegnimento dell’anima di molti ragazzi che perdono il senso della vita, della speranza, del loro futuro. Ragazzi che si trovano a sostenere un vuoto che riempiono di gesti assurdi, senza un movente. Gridando in questo modo un profondo bisogno di ascolto e di maggior considerazione. Mi piacerebbe, tuttavia, lasciandomi guidare dalla Parola di Dio di questa liturgia, recuperare una lettura più positiva e meno drammatica dell’ospitalità. Gli adulti forse ricorderanno l’espressione di una preghiera tradizionale allo Spirito santo che Lo definisce “Consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo”. Davvero, riusciamo ancora a percepire il nostro Dio come un ospite dolce, che raggiungendoci ci solleva dai nostri affanni e ci consola? L’immagine di un Dio giudice e controllore di certa predicazione del passato non andava in questa direzione, mentre ancora oggi permane una certa indifferenza nei confronti del Gesù predicato nelle nostre chiese. Quasi mancasse alle nostre parole capacità di suscitare stupore e meraviglia. Se Dio non è certo un ospite inquietante, resta invece piuttosto inatteso.
L’Inatteso
C’è anzitutto un’immagine che, collocata all’inizio del Primo testamento, mi piace ricordare: Abramo che sollecito accoglie il Signore che si presenta sulla soglia della sua tenda: “E si lasciò vedere il Signore da Abramo presso le querce di Mamre, dove Abramo sedeva all'ingresso della tenda, nelle ore calde del giorno. E levò (Abramo) gli occhi suoi ed ecco: vide tre persone che stavano presso di lui” (Gn 18,1-5). Il Dio nel quale crediamo è colui che per primo ci viene a visitare. Da sempre alla ricerca di una tenda tra gli uomini che Lo accolga e ripari. Certo l’uomo da sempre cerca Dio, ma è innegabile riconoscere che prima della nostra ricerca di Lui, c’è Lui che ci ha cercati per primo. Non ci dobbiamo meravigliare se di primo acchito ha il volto dello sconosciuto, perché è fatto così: solo nella calma e nell’intimità rivela il Suo volto. Preferendo nasconderSi a qualsiasi sguardo possessivo, indiscreto e superficiale. In questo Abramo si dimostra subito un osservatore acuto: non bada all’apparenza e riconosce, cioè ‘riconosce di nuovo’, ovverosia conosce in modo nuovo Dio a partire dalle fattezze sotto le quali gli Si presenta. Non partendo anzitutto dalle sue attese, ma imparando a scrutare chi si presenta sulla soglia per quello che è, accogliendolo cioè con stupore e premura. Senza rimanere impigliato nelle immagini della sua fantasia, lascia piuttosto che sia Dio a mostrarsi, ad esporsi, a rivelarsi. C’è una attesa profonda di Dio che si nasconde oggi sia in chi dice di non aspettare nessuno e poi comincia inaspettatamente a ragionare di Dio, come anche c’è una attesa profonda di Lui che sta prima di ogni nostra precomprensione o definizione religiosa o teologica di Dio. Come se, prima di voler identificare Dio dovessimo più semplicemente saperLo attendere. Lui, secondo i desiderio più profondi del Suo cuore, non mancherà certo di presentarSi alla porta della nostra casa.
Gesù bussa alla porta
E un’altra immagine mi piace ricordare, riferendomi però alla fine del Secondo testamento, al libro dell’Apocalisse, quando Gesù dice: “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (3,20). Perché Gesù bussa ancora alla mia porta? Non ha forse già bussato tante volte? Non è forse già entrato nella mia vita? Eppure la Scrittura, sino alla fine ci ripete che Lui sta alla porta e bussa ancora. Perché sa che abbiamo bisogno di Lui. Spesso ci vede stanchi, presi da ingranaggi fatti di abitudini; ci vede tristi, angosciati, spaccati dentro, carichi di problemi e incertezze. Così continua a bussare perché vuol entrare per risanarci. Perché ancora prova compassione di noi, vedendoci – anche dentro le nostre chiese – “come pecore senza pastore” (Mt 9,36). Bussa in modo discreto, a volte più deciso, senza mai sfondare la porta, perché vuole che Gli apriamo da dentro, senza costrizioni e in piena libertà. È la fantasia del Suo cuore a dettarGli i modi e i tempi più adatti. Tante volte aveva già bussato quando qualcuno ci ha parlato di Lui con la testimonianza della vita; quando un fratello ci ha chiesto e ancora ci chiede d’essere aiutato e soccorso o la Sua comunità ci domanda del tempo e un po’ di disponibilità per continuare la costruzione del regno di Dio. Comunque Gesù non bussa mai “una tantum” o una sola volta. Continua a bussare quotidianamente. In tutte le ore, in tutti i luoghi nei quali si distende la nostra esistenza. Importa saper percepire il tocco della Sua mano, aprendoGli la porta subito, come Zaccheo, che “in fretta scese e lo accolse pieno di gioia” (Lc 19,6).
La beatitudine dell’ospitalità
Siamo dunque al brano proposto dalla liturgia odierna: “Il Signore Gesù disse: ‘Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato’”. Forse già ci siamo accorti del fatto che il termine ospite, può indicare nel nostro linguaggio sia l’ospitante che colui che chiede d’essere ospitato. Questo ci aiuta a comprendere meglio l’identificazione che Gesù fa tra l’accogliere Lui e accogliere i Suoi: “Chi accoglie voi accoglie me”. Sapendo che Gesù annovera tra i Suoi amici, anzitutto i piccoli e i poveri. In genere proprio coloro che il mondo fatica ad accogliere ed amare. Impariamo, dunque, dalla Scrittura lo stile dell’ospitalità, se anche il Talmud afferma che lo stesso Abramo credeva che coloro che transitavano dalla sua tenda “fossero semplici arabi del deserto” (b. Qiddushin, 32b). La prima regola dell’ospitalità sta nel fatto che qualcuno accolga qualcun altro, senza etichette o qualifiche di appartenenza. Un atto di fiducia reciproca che non si lascia guidare da alcuna garanzia etnica, sociale, culturale o religiosa. Nella relazione con l’altro il Vangelo ci chiede d’essere semplicemente disarmati, aperti e disponibili con tutti. Così recita l’ospitato nella benedizione ebraica del pasto: “Il Misericordioso benedica questa tavola da cui abbiamo mangiato (...) affinché sia come la tavola di Abramo nostro padre: chiunque ha fame ne mangi, chiunque ha sete ne beva. Anche Dio” (in P. De Benedetti, Ciò che tarda avverrà, Qiqajon). Del resto, la Lettera agli Ebrei su questo punto è molto chiara: “l’amore fraterno resti saldo. Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli. Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere, e di quelli che sono maltrattati, perché anche voi avete un corpo”. Si farà strada così beatitudine evangelica dell’ospitalità, secondo la quale beati sono sia coloro che battono alla porta come pure coloro che la porta l’aprono senza timore, fidandosi dell’altro, affidandosi all’altro così come Gesù ci ha insegnato.
don Walter Magni
Siamo tutti ospiti Enzo Bianchi - La Stampa, 29 ottobre 2006
“L’ospite è come un fratello per l’uomo che abbia anche solo un poco di senno”, ricorda l’Odissea, e Platone nelle sue Leggi ammonisce: “Ogni mancanza verso l’ospite straniero, in confronto con quella che lede i diritti di un concittadino, è gravissima... Lo straniero infatti, isolato com’è dai suoi compagni e dai suoi parenti, è per gli uomini e per gli dèi oggetto di un più grande amore”. Ma oggi praticare l’ospitalità nei modi in uso nel mondo antico o presso le popolazioni semi-nomadiche del Medioriente, appare sempre più difficile: un’antica consuetudine, presente in tutte le culture come dovere sacro, si sta smarrendo soprattutto in quella che chiamiamo la civiltà “occidentale”. Le cause ditale fenomeno sono certamente molteplici. In primo luogo, il declino della prassi dell’ospitalità è provocato dal carattere consumistico di questa società. Il mercato oggi si è impadronito anche dell’ospitalità strappandola alla gratuità e facendone un affare commerciale, un business: le strutture ricettive e le diverse categorie di alberghi e hotel di fatto sono accessibili solo a chi ha possibilità economiche. Se non si possiede una carta di credito, non si può prenotare una stanza di albergo. A pochi passi dagli alberghi più o meno costosi, sulle panchine dei parchi e sui marciapiedi delle strade si trovano le sempre più folte schiere dei “senza casa”, che si riparano con un giornale o un cartone.
Bisogna inoltre mettere in conto la mutata tipologia della presenza degli stranieri nelle nostre società. Una presenza non più sporadica o stagionale ma consistente, stabile e, a differenza dei flussi migratori conosciuti a partire dal XIX secolo, “plurale”: gli stranieri giungono tra di noi da paesi, culture e mondi religiosi distanti da noi e tra di loro. Di conseguenza, molti degli “autoctoni” si sentono minacciati nella loro identità culturale e religiosa, oltre che in termini di occupazione e di sicurezza, così che gli stranieri finiscono per incutere paura. La paura di chi è diverso e il ripudio di forme culturali, morali, religiose e sociali lontane da noi finiscono per spingerci sempre più velocemente verso la sfera del “privato”, l’isolamento, la chiusura all’altro, magari mascherati da custodia della propria identità.
Va anche riconosciuto che, poco per volta, questo atteggiamento di diffidenza e di difesa tende a inquinare tutti i nostri rapporti, al punto che finiamo per non praticare più l’ospitalità neppure nei confronti di chi possiamo definire, letteralmente, il “prossimo”, cioè chi è “più vicino”, chi vive accanto a noi condividendo la stessa lingua e la stessa cultura. Così le nostre case assomigliano sempre più a fortezze protette da serrature, porte, cancelli, sistemi di allarme, telecamere, recinti e muri: siamo diventati progressivamente succubi di una mentalità che si restringe e si chiude a ciò che appare come “altro”, sconosciuto, nuovo, diverso. Finiamo allora per pensare l’ospitalità soltanto come indirizzata a coloro che invitiamo: ma l’invitato non è un ospite, né le attenzioni usate verso di lui sono ospitalità... L’altro, il vero altro, infatti, non è colui che scegliamo di invitare in casa nostra forse anche con il retropensiero di essere poi a nostra volta invitati bensì colui che emerge, non scelto, davanti a noi: è colui che giunge a noi portato semplicemente dall’accadere degli eventi e dalla trama intessuta dal nostro vivere, perché “l’ospitalità è crocevia di cammini”. L’altro è colui che sta davanti a noi come una presenza che chiede di essere accolta nella sua irriducibile diversità; poco importa se appartiene a un’altra etnia, a un’altra fede, a un’altra cultura: è un essere umano, e questo deve bastare affinché noi lo accogliamo. In altre parole, perché dare ospitalità? Perché si è uomini, per divenire uomini, per umanizzare la propria umanità. O si entra nella consapevolezza che ciascuno di noi, in quanto venuto al mondo, è lui stesso ospite dell’umano, o l’ospitalità rischierà di restare tra i doveri da adempiere: sarà magari tra i gesti significativi a livello etico, ma si situerà su un piano fondamentalmente estrinseco e non diverrà un rispondere alla vocazione profonda dell’uomo, un realizzare la propria umanità accogliendo l’umanità dell’altro.
Il considerarsi ospiti dell’umano che è in noi, ospiti e non padroni, può invece aiutarci ad avere cura dell’umano che è in noi e negli altri, a uscire dalla perversa indifferenza e dal rifiuto della compassione che, sola, può condurci a comprometterci con l’altro nel suo bisogno. Il povero, il senza tetto, il girovago, lo straniero, il barbone, colui la cui umanità è umiliata dal peso delle privazioni, dei rifiuti e dell’abbandono, del disinteresse e dell’estraneità, incomincia ad essere accolto quando io incomincio a sentire come mia la sua umiliazione e la sua vergogna, quando comprendo che la mortificazione della sua umanità è la mia stessa mortificazione. Allora, senza inutili e vigliacchi sensi di colpa e senza ipocriti buoni sentimenti, può iniziare la relazione di ospitalità che mi porta a fare tutto ciò che è nelle mie possibilità per l’altro.
Ma deve essere chiaro che l’ospitalità umanizza innanzitutto colui che la esercita: “Non ha ancora incominciato ad essere un vero uomo chi non ha vissuto la pietà per l’umanità ferita e svilita nell’altro” (Pierangelo Sequeri). Scriveva Jean Daniélou: “La civiltà ha fatto un passo decisivo, forse il passo decisivo, il giorno in cui lo straniero, da nemico (hostis) è divenuto ospite (hospes)... Il giorno in cui nello straniero si riconoscerà un ospite, allora qualcosa sarà mutato nel mondo”.
In effetti, il modo di concepire e vivere l’ospitalità è rivelativo del grado di civiltà di un popolo. Ospitare è uscire dalla logica dell’inimicizia, è fare del potenziale nemico un ospite. Dovremmo imparare a pensare il grado di civiltà in riferimento al livello dell’umanità e del rispetto dell’umanità dell’uomo, non in termini di tecnologia e di sviluppo. Nel praticare l’ospitalità si fa dunque più che mai opera di umanizzazione, come aveva compreso con molta intelligenza già Benedetto, il quale nella sua Regola chiede che il monaco mostri all’ospite “ogni umanità”, mostri dunque ciò che è proprio degli umani.
Ma come praticare l’ospitalità? Proprio l’esperienza della vita monastica che tanto insiste sull’ospitalità, fino a farne la sua diakonia più nobile e sempre all’opera, ci offre una deontologia dell’ospitalità e ci ricorda che ospitare significa creare uno spazio per l’altro, dare tempo all’altro.