II Domenica dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore, 8 settembre 2013

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Alberto Marsiglio

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Sep 8, 2013, 5:30:16 PM9/8/13
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Carissimi,
anche se a Domenica ormai inoltrata vi invio il consueto commento alla Liturgia della Parola dell'Eucarestia di oggi.
Il cambio di incarico pastorale e il trasloco che segnano questi miei giorni mi hanno purtroppo impedito di farlo prima.
Mi spiace. Spero comunque possa esservi ancora utile.
Buona settimana!!
don Alberto
 

II DOMENICA DOPO IL MARTIRIO

DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE

 

Anno C - Rito Ambrosiano – 8 settembre 2013

 

La vigna del Signore è il suo popolo

 

“Un uomo aveva due figli…”

 

Lettura del profeta Isaia 5, 1-7  

SALMO 79 (80) - ® La vigna del Signore è il suo popolo.

Lettera di san Paolo apostolo ai Galati 2, 15-20

Lettura del Vangelo secondo Matteo 21,28-32 – In quel tempo. Il Signore Gesù disse: 28«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. 29Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. 30Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. 31Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. 32Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

 

 

Cari amici e care amiche,

manca poco alla vendemmia e la Parola di Dio di questa domenica  - II dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore (8 settembre 2013) - ci parla di vigna e del grande lavoro richiesto per ottenere del vino buono. Isaia nella prima lettura canta l’amore del Signore per la Sua vigna; il salmo responsoriale ricorda che “la vigna del Signore è il suo popolo” e il Vangelo racconta di un padre che invita i figli ad andare a lavorare nella sua vigna, ottenendo da loro risposte diverse.

 

 

Il frutto della vite

 

Impiantare una vigna chiede molto lavoro. Vite e tralci danno subito l’immagine di qualcosa che cresce, serpeggiando e infoltendosi col tempo, mentre pretende grande attenzione e condizioni climatiche particolari. Tanto il tronco sembra debole e i tralci secchi vanno accuratamente tolti, quanto ciò che conta è riuscire a raccogliere un’uva di qualità per ottenerne un vino di pregio. Non è casuale che la Bibbia parli almeno 200 volte di vigna, di vite e di vino buono. Come il profeta Isaia, che nell’immagine di una vigna sintetizza tutta la storia, complessa e contorta, del popolo di Israele: “Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate; in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, acini acerbi”. Colpisce la cura meticolosa e intensa che il Signore mette in atto per avere una vigna capace di dare il suo frutto. Quasi profetizzasse già quanto lavoro chiede giungere a produrre quella vite speciale che, nella storia d’Israele rappresenta Gesù di Nazaret che un giorno giungerà a dire: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me ed io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5).

 

Tra il dire e il fare

 

Così si giunge alla parabola di Matteo che narra di un padre che, avendo una vigna abbisogna delle mani dei figli per poterla lavorare. Per la vendemmia sarebbero bastati dei salariati a giornata (“Andate anche voi a lavorare nella mia vigna”, Mt 20,4), ma per la potatura e la legatura serve uno sguardo esperto, un insieme di attenzioni particolari, proprie di chi sente la vigna come propria e la cura e la ama, proprio come diceva il profeta Isaia della vigna del Signore. Così questo padre chiede ai figli di condividere la sua stessa passione. Dire no al lavoro nella vigna è come rifiutare lui e ciò che più gli sta a cuore, mentre accettare significa avviarsi a condividerne l’amore. Gesù coinvolge subito i suoi interlocutori: Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: ‘Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna’. Ed egli rispose: ‘Non ne ho voglia’. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: ‘Sì, signore’. Ma non vi andò”. Se un adolescente oggi rispondesse come il primo figlio ai genitori (“non ne ho voglia!”) probabilmente la passerebbe liscia, ma ai tempi di Gesù questo era una vera e propria offesa all’autorità paterna. Inspiegabilmente, però, il padre lascia correre. L’altro figlio risponde subito in modo un po’ militaresco: Sì, signore”. Se nel linguaggio comune l’impressione dice rispetto e cortesia, nella Bibbia Signore” indica il riferimento all’unico Dio e Signore. Come se Gesù alludesse alla verbosità della preghiera di chi nel Tempio invoca Dio, senza che alle parole  corrispondano le intenzioni più vere del cuore. Come dice il proverbio: “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Infatti, “Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: ‘Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me’” (Mt 7,6).

 

Guadagnare la semplicità evangelica

 

Le risposte dei due figli, rapportate al loro comportamento conseguente, danno un’immagine di profonda incoerenza. Ciò che effettivamente sembra mancare in entrambe le risposte è la semplicità e l’abbandono evangelico: “Il vostro parlare sia sì, sì, no, no; il di più viene dal Maligno” (Mt 5.37). Così come anche ci esorta Giovanni: “Fratelli, non amate a parole, ma nei fatti e nella verità” (1Gv.3,18). In una immaginaria lettera a un bambino, J. Guitton scriveva: “I grandi ti insegneranno lo sforzo. Tu insegnerai loro l’atto dell’abbandono che si chiama grazia. Noi ti daremo le regole. Tu, in cambio, ci darai la tua fantasia, la tua innocenza. Ti imponiamo la nostra gravità, tu ci insegni l’allegria. Ti spieghiamo che tutto è più difficile di quanto tu creda. E tu insegni alle nostre fronti già coperte di rughe che tutto è più facile di quanto non si fosse creduto!” (Lettere aperte, Mondadori, Milano 1995, 40). Ma la semplicità di chi evangelicamente si abbandona non è solo una virtù infantile, è piuttosto la ricerca di un’infanzia ritrovata e riconquistata. Frutto di esercizio continuo di abbandono alla volontà del Padre, proprio come Gesù ci ha insegnato: Non chiunque mi diceSignoreSignore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli (Mt 7,21). Conta fare la volontà del Padre: “in verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”. Gesù non giustifica il peccato, ma ama da morire il peccatore che ha il coraggio di lasciarsi sorprendere dall’amore di Dio.

don Walter Magni

 

Gesù ha sempre fiducia in ogni uomo

Un uomo aveva due figli...

In quei due figli è rappresentato ognuno di noi, con in sé un cuore diviso, un cuore che dice «sì» e uno che dice «no», che dice e poi si contraddice: infatti non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio (Rm 7,15.19 ).

Il primo figlio che dice «no», è un ribelle; il secondo che dice «sì» e non fa, è un servile. Non si illude Gesù. Conosce bene come siamo fatti: non esiste un terzo figlio ideale, che vive la perfetta coerenza tra il dire e il fare. I due fratelli, pur così diversi, hanno qualcosa in comune: la stessa idea del padre come di un estraneo che impartisce ordini; la stessa idea della vigna come di una cosa che non li riguarda.

Qualcosa però viene a disarmare il rifiuto del figlio che ha detto no: «si pentì». Pentirsi significa «cambiare mentalità, cambiare il modo di vedere», di vedere il padre e la vigna. Il padre non è più un padrone da obbedire o da ingannare, ma il capo famiglia che mi chiama in una vigna che è anche mia, per una vendemmia abbondante, per un vino di festa per tutta la casa. E la fatica diventa piena di speranza.

Chi dei due ha fatto la volontà del padre? Questa volontà del padre, da capire bene, è forse di essere obbedito? No, è ben di più: avere figli che collaborino, come parte viva, alla gioia della casa, alla fecondità della terra.

La morale evangelica non è prima di tutto la morale dell'obbedienza, ma dei frutti buoni: «dai loro frutti li riconoscerete» (Mt 7, 16). Frutti di bontà, libertà, gioia, amicizia, limpido cuore, perdono.
L'alternativa di fondo è tra un'esistenza sterile e una che invece trasforma una porzione di deserto in vigna, e la propria famiglia in un frammento del sogno di Dio. Anche se nessuno se ne accorge, anche lavando in silenzio i piedi di coloro che ci sono affidati, nel segreto della propria casa. Se agisci così fai vivere te stesso, dice il profeta Ezechiele nella prima lettura, sei tu il primo che ne riceve vantaggio.

Gesù prosegue con una delle sue parole più dure e consolanti: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Dura la frase, perché si rivolge a noi che a parole diciamo «sì», ci diciamo credenti, ma siamo sterili di opere buone. Cristiani di facciata o di sostanza?
Ma consolante, perché in Dio non c'è ombra di condanna, solo la promessa di una vita rinnovata per tutti. Dio ha fiducia sempre, in ogni uomo; ha fiducia nelle prostitute e ha fiducia in noi, nonostante i nostri errori e i nostri ritardi. Crede in noi, sempre! Allora posso cominciare la mia conversione. Dio non è un dovere: è amore e libertà.

E un sogno di grappoli saporosi per il futuro del mondo.

(Commento di p. Ermes Ronchi, a Mt 21,28-32)

 

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