IV DOMENICA DI PASQUA 15 maggio 2011

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Alberto Marsiglio

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May 13, 2011, 11:47:28 AM5/13/11
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Carissimi,
vi inoltro il commento alla liturgia della Parola dell'Eucaristia di Domenica prossima a cura di don Walter Magni.
Buon fine settimana a tutti.
don Alberto

IV DOMENICA DI PASQUA

Rito Ambrosiano – 15 maggio 2011

Benedite il Signore, voi tutti suoi servi

 

 

Salmo 22:

 

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia.

Mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni.

 

 

 

      “Io sono il buon pastore”

LETTURA At 6,1-7 L’istituzione dei Sette. - 1In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. 2Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. 3Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. 4Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola». 5Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. 6Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani. 7E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.

SALMO 134 (135) Benedite il Signore, voi tutti suoi servi

1Lodate il nome del Signore, lodatelo, servi del Signore, 2voi che state nella casa del Signore, negli atri della casa del nostro Dio. 4Il Signore si è scelto Giacobbe, Israele come sua proprietà. R..

3Lodate il Signore, perché il Signore è buono; cantate inni al suo nome, perché è amabile. 13Signore, il tuo nome è per sempre; Signore, il tuo ricordo di generazione in generazione. 14Sì, il Signore fa giustizia al suo popolo e dei suoi servi ha compassione. R.

19Benedici il Signore, casa d’Israele; benedici il Signore, casa di Aronne; 20benedici il Signore, casa di Levi; voi che temete il Signore, benedite il Signore. 21Da Sion, benedetto il Signore, che abita in Gerusalemme! R.

EPISTOLA Romani 10,11-15 Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato - Fratelli, 11dice la Scrittura: Chiunque crede in lui non sarà deluso. 12Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. 13Infatti: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. 14Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci? 15E come lo annunceranno, se non sono stati inviati? Come sta scritto: Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annuncio di bene!

 VANGELO Giovanni 10,11-18, Il buon pastore - In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai farisei: 11«Io sono il buon pastore.. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. 14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare.. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 17Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

 

Cari amici e care amiche,

Siamo alla IV domenica di Pasqua (15 maggio 2011). Il brano evangelico ci regala un’altra immagine suggestiva per ben identificare Gesù Cristo, morto e risorto, che stiamo celebrando nel tempo di Pasqua: l’immagine, la similitudine di Gesù, pastore buono e bello delle pecore.

 

 

“il pastore buono”

 

C’è continuità tematica tra la III e la IV domenica di Pasqua. Da Gesù, definito dal Battista “agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” a Lui che si autodefinisce “Pastore buono”, perchè porta al pascolo quelle pecore che ancora si lasciano attrarre dalla mansuetudine, dal Suo singolare modo di amare, fino al dono gratuito di Sé, inoltrandosi così nella Sua Pasqua.

“Io sono il buon pastore”, ma anche: “il pastore bello”. Buono e bello perché dà la vita per le pecore”. Infatti, “in questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui” (1 Gv 4,9). Questo è, dunque, il buon Pastore nella luce sfolgorante della Pasqua cristiana: Colui che insegna cos’è l’amore vero, proprio perché dona la Sua vita  per le pecore”. Di contro, invece, sta il mercenario che non regala la sua vita, ma la trattiene, la scambia e la calcola, pensando di trarne profitto immediato per se stesso.. A lui le pecore non suscitano alcuna compassione: “il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore”.

 

 

Conoscenza divina

 

Ma anche in altro senso Gesù è il Pastore buono, quando afferma: “Io (…) conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore”. Gesù accenna a una duplice conoscenza: la conoscenza reciproca tra Gesù e le Sue pecore, e la conoscenza –  più profonda e fondante che propriamente sussiste tra Gesù e il Padre Suo: “così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore”. Nella consapevolezza che il frutto che scaturisce da questa reciproca conoscenza col Padre è la Pasqua stessa di Gesù che semplicemente dà la Sua vita  “per le pecore”. A partire, infatti, dalla Pasqua Gesù ha rivelato tutto quello che ‘sapeva’ del Padre Suo. Non c’è più nulla da conoscere e da capire. Infatti, “in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10). Che cosa sanno ora le Sue stesse pecore che, prima d’averLo incontrato, non potevano sapere di Lui? Una sola e grande verità: che Dio ci ha amati per primo e che, per amarci così, “sino alla fine” (Gv 13,1), Egli, Gesù Cristo Signore, S’è fatto “vittima di espiazione per i nostri peccati”. 

 

 

“… altre pecore”

 

Poi Gesù accenna al fatto che ci sono anche altre pecore: “e ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore”. Se mai si è cercato di interpretare in modo intimistico e chiuso la vita delle nostre comunità cristiane, come anche della Chiesa in genere, quasi fosse una sorta di hortus conclusus, una cittadella fortificata e preoccupata di soprattutto di difendersi, davanti a queste parole di Gesù ci si accorge che abbiamo sbagliato: Gesù è un pastore buono appunto perché è sempre ‘inquieto’, che non Si dà pace nella misura in cui lungo tutta la storia del mondo sa di tante pecore che vagano disperse, senza pastore e senza mèta. Anche quelle pecore, che “non provengono da questo recinto (…), anche quelle io devo guidare”. L’inquietudine odierna della Chiesa non deve essere per sé, ma per le pecore che ancora mancano all’appello del Suo Pastore. L’invito è piuttosto a uscire continuamente dal recinto: “Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta” (Lc 15,3-6), esercitandoci ancora nella Sua stessa compassione: “Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose” (Mc 6,34).

 

 

“Vi è più gioia nel dare che nel ricevere”

 

A fronte di un mondo che mercanteggiando preferisce sempre prendere e ricevere, la differenza ultima la fa ancora – agli occhi dei giovani e agli occhi di tutti – dare, senza pretendere ritorni per sé: “Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio”. Il successo dell’evangelo di Gesù e della Sua Chiesa, che se n’è fatto carico su Suo mandato, non sta nelle mistica delle sue celebrazioni, nella sontuosità delle chiese, nell’eloquenza dei suoi discorsi. La credibilità immediata dell’evangelo si gioca anzitutto nel primato del dare sul ricevere. Anche Paolo lo ricorda, citando un detto di Gesù: “in ogni cosa vi ho mostrato che bisogna venire in aiuto ai deboli lavorando così, e ricordarsi delle parole del Signore Gesù, il quale disse egli stesso: ‘Vi è più gioia nel dare che nel ricevere’” (At 20,35), mentre Pietro ce ne dà la spiegazione, una vera e propria motivazione pasquale. Infatti: “Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime” (I Pt 2,24-25).

 

 don Walter Magni

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