V DOMENICA DOPO IL MARTIRIO
DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE
Anno C - Rito Ambrosiano – 29 settembre 2013
Signore, conservo nel cuore le tue parole

“ a voi che ascoltate io dico …”
Lettura di Isaia 56, 1-7
Salmo 118 (119) - ® Signore, conservo nel cuore le tue parole.
Lettera di San paolo ai Romani 15,2-7
Lettura del Vangelo secondo Luca 6,27-38 - In quel tempo. Il Signore Gesù disse: 27«A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, 28benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. 29A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. 30Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro. 31E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. 32Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. 33E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. 34E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. 35Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. 36Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. 37Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. 38Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».
Cari amici e care amiche,
continuiamo a tenere il nostro sguardo fisso su Gesù (Eb 12.12). Nelle ultime domeniche era evidente il confronto con la testimonianza di Giovanni Battista; mentre con domenica scorsa emergeva forte l’esigenza di accogliere in pienezza l’identità eucaristica di Gesù: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo” (Gv 6,51). Con la parola di Dio proposta dalla liturgia della V domenica dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore (29 settembre 2013) l’attenzione si fa più precisa e dettagliata nei Suoi confronti.
“A voi che ascoltate io dico…”
Altro è sapere chi è Gesù, sapere di Lui, quello che ha fatto, che ha detto; altro è fare come Lui, riferendoci a quello che ha detto e che ha fatto e, soprattutto, ci ha invitato a fare. L’orizzonte del Vangelo odierno è più operativo, concreto. Altro è cercare di capire l’identità di Gesù:“I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: ‘Le folle, chi dicono che io sia?’. Essi risposero: ‘Giovanni il Battista; altri dicono Elia; altri uno degli antichi profeti che è risorto’. Allora domandò loro: Ma voi, chi dite che io sia?’” (Lc 9,18-20); altro è più ascoltarLo: “A voi che ascoltate io dico: amate …, fate… benedite…”. “Gli apostoli non hanno scritto sulla porta del Cenacolo: «Qui si parla di Gesù Cristo. Coloro che desiderano essere istruiti nella religione cristiana, possono presentarsi dall’ora tale all'ora tal’altra...». Sono usciti fuori. Sulla strada. Nelle piazze. Si sono mescolati agli uomini. La verità non si salva custodendola gelosamente sotto vetro, vigilata assiduamente da inesorabili cecchini dell’ortodossia. Ma portandola fuori, alla luce del sole, a contatto con la realtà di tutti i giorni. La verità non ha bisogno di essere rispettata. Chiede di essere amata. L’unico diritto che rivendica è quello di essere comunicata, di diventare proprietà di tutti” (A. Pronzato, Vangeli scomodi, 352). “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia” (Mt. 7,21-24).
La gratuità dell’amore
Mi sono messo a contare quanti verbi all’imperativo sono presenti nel brano di Luca proposto dalla liturgia odierna. In positivo e in negativo ne ho contati sedici. Un incalzare continuo di inviti da parte di Gesù a praticare il Vangelo, più che a discuterne e a dissertare a suo riguardo. Tra le diverse azioni indicate da Gesù ce n’è una che sembra sintetizzarle tutte con insistenza: amare senza pretendere il contraccambio. La gratuità dell’amore secondo Gesù: “amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro. E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta?”. Qui sta una evidenza evangelica che non ammette semplificazioni. O ci si mette umilmente per questa strada e poi diventa inevitabile fare delle distinzioni e delle chiarificazioni caso per caso, oppure nelle nostre comunità ci si mette anzitutto a disquisire e a distinguere e la portata evangelica viene semplificata e vanificata. Tutti cerchiamo l’amore, lo attendiamo, lo bramiamo. Ma quando poi l’amore non è corrisposto? Quando l’invito è ad andare oltre l’amore di sé, per sé, donando la vita, regalando amore senza nulla chiedere in cambio, è ancora un amore sostenibile? Realizzabile? In questa prospettiva ci lancia il Vangelo (E. Bianchi, Si può amare senza essere amati, La Stampa, 1 sett. 2013).
Disponibile a tutti
Non sta prima una comprensione astratta di quanto il Vangelo chiede ai discepoli del Signore e poi la messa in pratica conseguente. Gesù chiede anzitutto di fidarsi di Lui, della Sua persona e della Sua testimonianza, lasciando di conseguenza aperto in seguito lo spazio concreto di una comprensione sempre più acuta e intelligente del Suo pensiero. Così effettivamente si muove l’amore. In quanto si ama si comprende. In questo senso c’è un altro passaggio che merita da parte nostra una attenzione accogliente e molto pratica. Per un verso Paolo, scrivendo ai Romani, ripropone l’esemplarità di Gesù per descrivere l’amore che deve esistere all’interno di una comunità cristiana: “Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio”; per un altro Isaia, nella prima lettura, ci invita a guardare anche oltre i nostri confini ecclesiali: “Non dica lo straniero che ha aderito al Signore: ‘Certo, mi escluderà il Signore dal suo popolo!’. Non dica l’eunuco: ‘Ecco, io sono un albero secco!’”. Nessuno sarà mai escluso dalla possibilità di esprimere a suo modo – da eunuco o da straniero, cioè da esterno all’appartenenza ecclesiale – la gratuità dell’amore evangelico. La pratica dell’amore non è esclusiva dei cristiani. Dio in questo senso ha creato l’uomo rendendolo capace di amare perché lui è amore gratuito: “E Dio disse: ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini (…). Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò” (Gn 1,26-27). Ai discepoli del Vangelo resta la grazia incommensurabile, per il dono della fede, di constatare la verità grande dell’amore di Dio pienamente realizzata e possibile in Gesù, Salvatore nostro.
don Walter Magni
“Tre nomi per chiamare l'amore (e l'ultima parola non è di Eros)”
Al vertice di tutto sta l'«agàpe», il suo modello è Gesù.
Mons. Vincenzo Paglia, in Il corriere della Sera del 15/9/2013)
In un mondo segnato così profondamente dalla paura e dalla solitudine, e lacerato da conflitti bellici o di civiltà, l'amore resta l'unica via per immaginare un nuovo futuro. Si potrebbe dire: è il tempo dell'«agàpe», il tempo dell'amore per gli altri e non solo per se stessi. Appunto, un amore «agapico». Agàpe, una parola greca, fu scelta dagli autori del Nuovo Testamento per descrivere l'amore di Gesù. In quel tempo non era quasi per nulla usata poiché la cultura greca per dire l'amore preferiva i termini eros e philia. Gli autori sacri con il termine agape introducevano una nuova e impensata concezione dell'amore: un amore che non si nutre della mancanza dell'altro (eros) e che nemmeno semplicemente si rallegra della presenza dell'altro (philia), ma un amore, appena concepibile dalla ragione umana, che trova il suo modello culminante in Gesù: un amore per gli altri totalmente disinteressato, gratuito, perfino ingiustificato, perché continua ad agire – ed è il meno che si possa dire – al di fuori d'ogni reciprocità. È davvero un amore fuori regola, fuori norma. L'apostolo Paolo nella Lettera ai Romani afferma: «A stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore per noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» ( Rm 5, 7-8). Con il termine agàpe si esprime quindi un amore impensabile per la ragione se Dio stesso non lo avesse rivelato. L'agàpe è infatti l'essere stesso di Dio. Quindi è l'essere stesso Dio a spingerlo a uscire da sé per scendere in mezzo agli uomini. L'incarnazione è un mistero centrale nella fede cristiana. Essa si differenzia da tutte le altre fedi perché, più che una religione che divinizza l'uomo, è la religione di un Dio che per amore si fa uomo. Non solo, quest'uomo accetta anche di essere crocifisso, e per amore. Nella «croce» appare il culmine dell'amore con la sua vittoria definitiva sull'egoismo. Semiòn Frank, filosofo russo, scrive: «L'idea di un Dio disceso nel mondo, che soffre volontariamente e prende parte alle sofferenze umane e cosmiche, l'idea di un Dio-uomo che soffre, è la sola teodicea possibile, la sola "giustificazione" convincente di Dio». Qui vi è tutta l'originalità dell'agàpe, tutta la sua paradossalità, e soprattutto la sua forza irresistibile: l'agàpe è la risorsa più forte per edificare un mondo nuovo liberato dalla legge inesorabile dell'amore per sé. (...) L'agàpe, culmine dell'amore, non elimina l'eros e la philia, non le accantona, se così posso dire, semmai le purifica dalle ambiguità e le esalta per una loro dinamica positiva. Nella cultura greca, eros era concepito come un dio senza volto, una sorta di divinità originaria, un principio di vita potente che strappa dalla vita quotidiana producendo una discontinuità inimmaginata nella vita di chi ne viene coinvolto. La discontinuità si presenta improvvisa, non è né progettata né voluta, e spinge con prepotenza l'amante ad annullarsi nell'amato, sia nella prospettiva esaltante della luce che nell'altra, anch'essa ugualmente esaltante, della morte. In ogni caso, al di là degli esiti, eros è una energia originaria che strappa via dalla casa abituale, dalla vita ordinaria. Non a caso Platone, nel Simposio, lo definisce a-oikos, senza casa. Il grande pericolo che eros fa correre è perciò quello di essere strappati via da ogni sede, da ogni dimora, da ogni casa, senza un approdo che sia stabile. Da un punto di vista non teologico cristiano, eros è pura avventura, come lo rappresentano le grandi figure, i grandi miti della contemporaneità: l'Ulisse dantesco, il Faust, il Don Giovanni, sono tutte figure che mollano gli ormeggi, perché che nessuna casa può contenerli. Ma eros da solo, senza un orizzonte, non basta. In sintesi, potremmo dire, che tutti abbiamo pulsioni d'amore, tutti sentiamo spinte ad amare o sentimenti d'amore che ci muovono, ma – è papa Ratzinger a scriverlo nell'enciclica Deus caritas est – «i sentimenti vanno e vengono. Il sentimento può essere una meravigliosa scintilla iniziale, ma non è la totalità dell'amore». La philia – che traduciamo normalmente con «amicizia» – esprime un'altra dimensione ancora dell'amore. Ordinariamente viene pensata come una forma attenuata dell'amore, un sentimento più debole, meno impegnativo, meno esigente, casto per di più, segno di una innegabile limitatezza! Molto meno cantata dell'amore, la philia è tuttavia non meno protagonista nella vicenda umana. Un bell'esempio di philia lo rileviamo nella triplice domanda d'amore di Gesù a Pietro dopo la risurrezione, quando lo interroga sull'amore. Gesù chiede al discepolo: «Mi ami?» (phileis me?). Qui non è l'eros che parla, ma un sentimento che chiede una compartecipazione stretta, duratura, perenne. È come se gli chiedesse: «Sei veramente mio, mi appartieni, ci co-apparteniamo?» Nella philia i due – e questa è la differenza fondamentale con eros – rimangono tali, non vi è una dinamica identitaria, non si risolvono in uno. I philoi sono inseparabili, ma tale appartenenza non impedisce loro di sussistere come tali nella propria identità. Anzi, sussistono perché «stanno bene insieme». Semmai, il rischio in tale dinamica è l'appagamento nella coappartenenza, una sorta di piacevole ma rischiosa chiusura. Ed ecco l'agàpe che supera ambedue, senza tuttavia escluderle. In effetti, con la parola agàpe si entra nella logica di stampo trinitario ove non c'è l'annullamento nell'altro e neppure la coappartenenza. C'è di più: la generazione di un altro nel circolo dell'amore. La raffigurazione emblematica dell'agàpe è l'icona della Trinità di Rublev, con i tre angeli attorno alla mensa. Agàpe è la relazione Padre-Figlio, così come Gesù la testimonia, che implica come terzo elemento quella relatio non adventitia di cui parla Agostino. La relazione tra le prime due persone, infatti, distinte e tuttavia filoi nel modo più profondo ed essenziale, obbliga a pensare la Relazione stessa come una terza figura. L'agàpe comporta una trascendenza tra i due che è appunto la «Relazione» stessa nella sua eternità, nella sua necessità. L'agàpe è interna a questa dialettica dei due e insieme li trascende entrambi. Amante e amato si trascendono in un terzo: che è la loro «relazione». Questa è agape nel linguaggio neotestamentario e nella teologia cristiana. Il suo nome è Spirito Santo e la sua azione è sconvolgente".