Santissimo Corpo e Sangue di Cristo - 25 maggio 2008

Witte Pieter (Pietro Candido), Bruges 1548 - Monaco 1628. Ultima Cena (1590 ca)
Giovanni 6,51-58: [51]Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. [52]Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. [53]Gesù disse: “In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. [54]Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. [55]Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. [56]Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. [57]Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. [58]Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.
Cari amici e care amiche,
domenica prossima (25 maggio 2008) celebriamo la festa del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo e la liturgia propone la lettura di Giovanni 6,51-58.
Non è difficile, ascoltando il Vangelo, accorgersi che Gesù spesso S’intreccia col pane. Nasce a Betlemme, che si potrebbe tradurre: “casa del pane” e, poco prima di morire, prendendo tra le mani un pezzo di pane affermerà: “prendete e mangiatene tutti questo è il mio corpo” (Mt 26,26); dopo la risurrezione, in una locanda di Emmaus, Si fa riconoscere da due dei Suoi discepoli “nello spezzare del pane” (Lc 24,35), mentre sulla riva del lago di Tiberiade, infine, “prese il pane e lo diede loro; e così anche il pesce” (Gv 21,13), risignificando così ancora una volta per i Suoi, il grande dono dell’eucaristia.
Ma possiamo guardare a Gesù come a Colui che pure moltiplica il pane. Compiendo un miracolo narrato sei volte nei Vangeli (due in Marco e in Matteo, e una in Luca e Giovanni), sempre connotato in senso eucaristico. Come nel caso degli antefatti dell’episodio evangelico odierno: Gesù prende del pane, rende grazie e poi lo distribuisce alla gente (Gv 6,11-13).
Dunque, è proprio nel contesto di una lunga discussione con i Giudei (Gv 6,22-59), dopo il miracolo della moltiplicazione del pane, che Gesù per più volte comincerà a dire: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo”. Fino, cioè, a identificarSi con quel pane che poco prima aveva moltiplicato per saziare la folla. Egli, cioè, Si sente pane “vivo (quello vivente)”, quello che discende dal cielo, contrariamente a quanto avviene col pane terreno che, attraverso la spiga, sale dal suolo.
Un pane, quello vivo, che è fatto – che Si è fatto così – proprio per essere mangiato. Tanto che “se uno mangia di questo pane vivrà in eterno”. E la “vita eterna” che ottiene chi mangia questo “pane vivo”, è appunto la comunione d’amore con Lui che va oltre la morte, vivendo “in eterno”.
Anzi, Gesù, facendo un passaggio concettuale e linguistico molto intenso, afferma che chi mangia di questo pane, che è Lui, altro non fa che predisporsi a mangiare la Sua stessa carne, perché “il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. L’allusione esplicita è così a quel dono completo di Sé che Gesù compirà con la crocifissione del Suo corpo, giungendo “alla morte di croce” (Fil 2,8), sorgente di vita e benedizione per tutti (Gv 19,34).
Certo, a questo punto, la relazione con Lui diventa totalizzante. Non si tratta più solo di ascoltarLo, di sentirLo o anche di toccarLo. L’invito esplicito, infatti, è proprio mangiare di Lui, assimilandoci a Lui. Si tratta, infatti, di una intimità piena che parte dal fatto singolare che, proprio mentre mangiamo di Lui, assimilando cioè la Sua carne in noi, avviene il vero miracolo della transustanziazione “dall’alto”: cioè di noi, della nostra sostanziale umanità che viene trasformata in Lui, a Lui. Questo, in fondo, è il senso ultimo della Sua stessa incarnazione: mentre Lui, incarnandoSi, Si è fatto come noi, mangiando di Lui, veniamo assimilati a Lui.
Era importante distendere bene tutti questi passaggi per comprendere il senso della reazione di quei Giudei che Lo stavano ascoltando: “Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro”. Mentre poco prima “mormoravano” (v.41), ora, dopo una dichiarazione così forte, la discussione si fa vivace, sino a diventare un vero e proprio contenzioso sulla possibilità e opportunità di mangiare “la sua carne”. Essi, infatti, si assestano sul primo passaggio della Sua incarnazione: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Cioè della Sua assimilazione a noi, facendoSi uomo. Come dicessero: ma come può la nostra umanità contenere, mangiare, la divinità stessa? Siamo, dunque propriamente a quello che si potrebbe intendere come lo scandalo dell’incarnazione.
Gesù non risponde loro direttamente. Preferisce piuttosto ribadire quanto già aveva affermato: “in verità, in verità (amen, amen) vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita”. Lui è, infatti, la carne dell’agnello pasquale che ci ha fatti uscire dalla schiavitù (Es 12,1-14); Lui è davvero il sangue sparso che, bevuto, contrariamente a quanto pensano i giudei che stanno discutendo di Lui, ci introduce – ci assimila appunto – nella Sua stessa vita. Anzi, la novità, in questa Sua precisazione, sta propriamente nella Sua identificazione come “Figlio dell’uomo”. Insistendo piuttosto particolarmente sull’azione stessa del mangiare Lui, di Lui, quasi con la preoccupazione di meglio specificare un più preciso sforzo di assimilazione: “chi mangia (mastica) la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.
Se qualsiasi altro cibo o bevanda sono semplici segni di Lui, l’effetto vero e proprio della assimilazione a Dio, cioè della nostra incorporazione a Lui, attraverso la Sua Carne e il Suo sangue, è qualcosa di fortemente reale e indubitabile: “perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda”. La verità ultima di Lui sta, dunque, nel fatto che con sempre maggiore evidenza, assimilando Lui in noi, accogliendoLo, entriamo sempre più profondamente nella pienezza della Sua stessa vita. Ma appunto, tutto questo è possibile solo se Lo si mastica, solo se Lo si pratica, accogliendoLo : “chi mangia (mastica) la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui”. Praticando, cioè, la Sua stessa umanità – fatta appunto di carne e sangue – si stabilisce un rapporto spirituale con Lui.
Per la prima volta, Gesù usa qui il verbo ‘dimorare in’ Lui, per indicare che l’in-abitazione altro non è che una comunione di vita nell’amore, cioè nel Suo Spirito d’amore. L’inabitazione si radica infatti nella comunione preesistente tra il Padre e il Figlio: “Come il Padre che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di (mastica) me vivrà per (grazie a) me”. E’, dunque, il mistero trinitario stesso dell’amato che diventa vita in chi Lo ama. Direbbe, infatti, Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20).
L’ultimo versetto della pericope evangelica odierna fa da riassunto sintetico della discussione che Gesù sta intrattenendo con i Giudei. Per essi era scattata ormai o la possibilità di una vita piena, entrando in rapporto con Lui, o l’inesorabilità della morte, nella misura in cui L’avessero rifiutato. Per Gesù, diventa così determinante che si mangi o non si mangi della Sua carne, che si beva o non si beva del Suo sangue. Siamo, cioè, davanti a un pane - la Sua stessa divina umanità – inequivocabile. Si tratta proprio di Lui che è “il pane disceso dal cielo”. Sino a precisare in altro modo il discorso: “non come (quello – il pane – che) mangiarono i padri vostri e morirono”. A coloro che avevano chiesto un segno dal cielo, Gesù aveva risposto che la manna era il segno transitorio di ciò che Egli ci avrebbe donato: “I nostri padri mangiarono la manna nel deserto, come è scritto: ‘Egli diede loro da mangiare del pane venuto dal cielo’” (Gv 6,31), ma appunto perchè avevano mangiato la manna nel deserto, “morirono” (Gv 6,49).
La vita eterna, invece, è pienezza che deriva dalla stessa vita di Dio: “Chi mangia (mastica) questo pane vivrà in eterno”. Solo chi ha il coraggio di masticare di Lui, “il pane disceso dal cielo”, mangiando di Lui che è il Figlio, può entrare definitivamente in rapporto al Padre che, proprio per questo, ce Lo ha inviato: “Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna” (Gv 3,16).
Di domenica in domenica, partecipando alla Sua e nostra eucaristia non ci viene chiesto altro dal Signore Gesù che ancora ci attende. Buona domenica a tutti.
don Walter Magni