VIII domenica dopo Pentecoste, 14 luglio 2013

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Alberto Marsiglio

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Jul 12, 2013, 5:49:02 AM7/12/13
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Carissimi,
vi inoltro il consueto commento di don Walter Magni alla liturgia della Parola della prossima Eucaristia domenicale.
Buona Domenica a tutti!
don Alberto
 

VIII DOMENICA DOPO PENTECOSTE

Anno C – Rito Ambrosiano – 14 luglio 2013

 

Sei tu, Signore, la guida del tuo popolo

 

 

Due facce della moneta del tributo (www.flickr.com/search/?q=penny+tribute+Jesus&m=text: The Biblical Tribute Penny, Tiberius AR Denarius 16-34 AD)

 

Lettura del primo libro di Samuele 8,1-22a  

SALMO 88 (89) - ® Sei tu, Signore, la guida del tuo popolo.

Prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo 2,1-8  

Lettura del Vangelo secondo Matteo 22,15-22 - In quel tempo. I farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo il Signore Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». A queste parole rimasero meravigliati, lo lasciarono e se ne andarono

 

 

Cari amici e care amiche,

nel brano evangelico di domenica scorsa Pietro rispondeva a Gesù: “da chi andremo, tu solo hai parola di vita eterna!” (Gv 6,68); anche il popolo di Israele a Sichem ribadiva convinto a Giosue:“Noi serviremo il Signore!” (Gs 24,21). Stare dalla parte del Signore, affermando il suo primato nella nostra vita, comporta delle conseguenze con le quali ci dobbiamo misurare, come afferma la Parola di Dio della VIII Domenica dopo Pentecoste (14 luglio 2013).

 

 

La malizia che provoca

 

Non basta partecipare alla Messa domenicale per essere cristiani. Coerenza evangelica e partecipazione ordinaria alla celebrazione che fa memoria dell’amore che Gesù ci ha insegnato (“Fate questo in memoria di me”!) si intrecciano in modo inscindibile per affermare l’unità di fede e vita. Ma c’è sempre qualcuno, che non partecipando mai alla celebrazione domenicale per mancanza di tempo o a causa di urgenze irrinunciabili, non perde però l’occasione per denunciare la contraddizione di molti che a Messa ci vanno, ma che a loro dire non sono coerenti dal punto di vista morale. Il fatto è che la malizia è una zizzania che abita sia il campo del mondo, come dice la parabola (Mt 13,38), ma s’allarga anche nella Chiesa (Papa Francesco). Non meraviglia che anche Gesù Si sia confrontato con la malizia di quei farisei che un giorno “tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo il Signore Gesù nei suoi discorsi”. La malizia è la strategia del demonio (“un nemico ha fatto questo”) che, mentre vorrebbe cogliere in fallo l’avversario, non s’accorge di quanto siano contorti i sentimenti del proprio cuore e perversi i pensieri della mente. Sino al punto di non avere il coraggio di comparire davanti a Gesù, mandando una delegazione assortita: “Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli”. Tanto i farisei erano contrari ai Romani, quanto gli erodiani erano collaterali al potere imperiale di Erode. Pur nella divergenti posizioni politiche tuttavia questi due gruppi sembrano concordare nel desiderio di voler far fuori Gesù.

 

Pagare le tasse?

 

La malizia ama coprirsi di adulazione. Gli inviati partono da lontano, ostentando approvazione e complimenti: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno”. Tutto per arrivare alla domanda che conta: “dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”. La questione delle tasse da pagare all’imperatore va contestualizzata. Già nel 6 d.C., in occasione del censimento, Quirino aveva imposto agli ebrei una tassa tanto onerosa che aveva provocato la ribellione capeggiata da Giuda il Galileo che per motivi religiosi riteneva non la si dovesse pagare. Gli ebrei riconoscono infatti come unico Signore Dio. In questo senso il potere dell'imperatore era ritenuto alternativo a Dio. Ma il problema di pagare o no la tassa s’impose anche al tempo della chiesa primitiva: pagare le tasse all’imperatore significava riconoscerne il primato rispetto a Dio. Ecco dunque il paradosso: se paghi le tasse anteponi l’imperatore a Dio; se non le paghi favorisci la gente alla rivolta, con le conseguenze oppressive, restrittive e volente nel popolo di Dio. Dunque: che dici di fare, tu che sei così saggio, veritiero e schietto? Una domanda così stringente aveva quindi lo scopo di far scivolare Gesù sul terreno delle attese nazionalistiche giudaiche, provocando  una risposta che Gli alienasse la simpatia della gente, denunciandoLo poi al tribunale romano.

 

Restituire a Dio il primato

 

Gesù non sta al gioco, ma non elude la loro domanda: “‘Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo’. Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: ‘Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?’. Gli risposero: ‘Di Cesare’. Allora disse loro: ‘Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio’”. Gesù risponde pronunciando un detto attribuito proprio a Lui e che così si potrebbe tradurre: "Quello che è dell'imperatore, restituitelo all'imperatore; ma quello che è di Dio restituitelo a Dio”. Non dice datelo, ma: restituitelo, perché mentre il denaro è già dell’imperatore, data l’immagine e l’iscrizione, a Gesù importa anzitutto che a Dio venga restituito il primato che gli compete. In un pronunciamento doppio come questo, l'accento cade, infatti, sul secondo, non avendo mai Gesù sostenuto una precisa teoria del rapporto tra stato e Chiesa. Più che contrapporre Cesare a Dio, Gesù ama comporre, lasciando che ognuno stia al proprio posto, sul suo piano. Piuttosto è Gesù che da inizio ad una separazione tra religione e politica, fino ad allora ritenuti culturalmente inscindibili. Gesù non ha mai avuto interessi politici. Era piuttosto tutto orientato ad affermare il primato di Dio, realizzandolo concretamente con gesti di guarigione e di accoglienza dei poveri e dei peccatori.

Dunque, alla luce della risposta di Gesù i cristiani sono liberi di obbedire allo stato, come anche di resistergli, se mai questo si mettesse deliberatamente contro Dio. Non vale più – grazie a Dio! -invocare il principio dell'ordine dei superiori, come sono soliti fare in tribunale i responsabili di crimini di guerra. Prima che agli uomini, occorre anzitutto obbedire a Dio e alla propria coscienza. Anche Pietro lo ricorda: “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (At, 5,29).

                                                                                                             

                                               don Walter Magni


Pagare le tasse

L'evasione fiscale, quando raggiunge certe proporzioni - ci ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica -, è un peccato mortale, al pari di ogni altro furto grave. È un furto fatto non allo "stato", cioè a nessuno, ma alla comunità, cioè a tutti. Questo suppone naturalmente che anche lo stato sia giusto ed equo nell'imporre le sue tasse. La collaborazione dei cristiani alla costruzione di una società giusta e pacifica non si esaurisce nel pagare le tasse; deve estendersi anche alla promozione dei valori comuni, quali la famiglia, la difesa della vita, la solidarietà con i più poveri, la pace. C'è anche un altro ambito in cui i cristiani dovrebbero dare un contributo più incisivo alla politica. Non riguarda tanto i contenuti quanto i metodi, lo stile. Occorre svelenire il clima di perpetuo litigio, riportare nei rapporti tra i partiti un maggiore rispetto, compostezza e dignità. Rispetto del prossimo, mitezza, capacità di autocritica: sono tratti che un discepolo di Cristo deve portare in tutte le cose, anche in politica. È indegno di un cristiano abbandonarsi a insulti, sarcasmo, scendere a risse con gli avversari. Se, come diceva Gesù, chi dice al fratello "stupido!", è già reo della Geenna, che ne sarà di molti uomini politici? (p. Ermes Ronchi)

 

Quando persone autorevoli per il ruolo istituzionale che occupano, per la preparazione professionale e per la sobrietà del carattere usano espressioni forti per farsi capire, l’attenzione si sposta giustamente dalle parole al loro contenuto. Così, quando il governatore della Banca d’Italia adotta il termine “macelleria sociale” per definire l’evasione fiscale, siamo tutti riportati a confrontarci sull’etica della solidarietà sociale e sulle implicazioni che il pagare o non pagare le tasse comporta. Ora, quanti, come i cristiani, fanno riferimento al decalogo per normare la propria vita quotidiana, non possono fare a meno di osservare che ben tre dei dieci comandamenti proibiscono comportamenti come quelli legati all’evasione fiscale: “non rubare”, “non dire falsa testimonianza”, “non desiderare la roba d’altri”. Non rubare, sottraendo alla collettività quanto le appartiene per la cura del bene comune; non mentire nel dichiarare l’ammontare del tuo reddito, non desiderare che i beni che spettano a tutti restino tua proprietà personale.

Di questo infatti parliamo quando riflettiamo sul dovere di pagare le tasse: esse non sono una somma che versiamo per avere determinati servizi – e che quindi potremmo decidere di non più versare se trovassimo chi ci offre gli stessi servizi a un prezzo inferiore o se decidessimo di fare a meno di alcuni di essi – ma sono il contributo individuale e proporzionato alle proprie capacità che ciascuno offre all’edificazione e allo sviluppo di una società civile, alla creazione di un benessere condiviso, al mantenimento di una giustizia equa per tutti, al provvedere ai bisogni dei più poveri, alla difesa della pace e della convivenza tra popoli e nazioni.

Evadere le tasse, allora, è davvero “macellare” la coesione sociale, gravare in maniera iniqua su chi invece le paga, sottrarsi a quel corpo collettivo che è lo stato, proclamarsi estranei alla compagnia degli uomini, godendo nel contempo dei sacrifici quotidiani di chi a questa solidarietà non si sottrae. Una scelta totalmente estranea non solo all’etica civile e democratica ma anche al comandamento cristiano dell’amore per il prossimo.

(Enzo Bianchi, in "Famiglia Cristiana" del 13 giugno 2010)

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