Carissimi,
vi invio il commento di don Walter Magni ed in allegato quello di don Silvano Caccia.
Sempre in allegato alcuni articoli riguardo il Convegno a Boario appena concluso.
Unisco anche il testo integrale della relazione del card.Tettamanzi, davvero utile per una riflessione su questi temi.
Unisco anche un articolo di don Silvano stesso e un’intervista sui temi della famiglia.
Buona domenica a tutti.
don Alberto
Tredicesima Domenica del Tempo Ordinario
29 giugno 2008

Marc Chagall, Crocifissione bianca (1938, Istituto d’arte di Chicago, USA)
Matteo 10,37-42:
[37]Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me;
[38]chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. [39]Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
[40]Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato [41]Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto.
[42]E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa.
Cari amici e care amiche,
continua con domenica (XIII del Tempo Ordinario, 28 giugno 2008), la lettura del cap. X di Matteo (10,37-42). L’inizio è sin troppo chiaro: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me”. Espressione forte che tanto colpisce la nostra sensibilità. Ma evitiamo interpretazioni rigide. Gesù intende dire ai Suoi che per un apostolo (inviato), è decisivo riferirsi anche affettivamente a Lui. Con “tutto il cuore”, non solo con la mente.
Del resto, già qualche versetto sopra Gesù aveva detto: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Sono venuto a separare l’uomo da suo padre, la figlia da sua madre; la nuora da sua suocera; sì, nemici dell’uomo saranno quelli di casa sua” (10,34-36). Stare dalla parte di Gesù può comportare una rivoluzione anche negli affetti più profondi. Non è mai scontato ri-conoscere Gesù (v. 32). Va ridefinito a partire da Gesù, il posto che, nel nostro cuore, possono avere la famiglia, gli amici e gli affetti più cari. Gesù però non ci separa e non ci contrappone a nessuno. Solo desidera ‘abitare’ in noi, radicalmente, avviando un primato, nell’amore, anche dei nostri sentimenti più belli e intensi.
Per questo è consequenziale che Gesù ci parli, a questo punto, anche della realtà paradossale della croce. Se, infatti, scegliamo di stare per amore dalla Sua parte, attenendocì anzitutto al Suo modo di amare, non potrà mancare l’esperienza della croce: “chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me”.
Gesù non sta parlando per sé della Sua croce, ma propriamente della nostra, che consegue dall’averGli permesso d’entrare seriamente nella nostra vita: “chi non prende la sua croce…”. Di cosa si tratta? Per quanto il passaggio sia arduo, tuttavia ha una sua coerenza testuale. Questa croce – che dobbiamo anzitutto saper prendere su di noi consapevolmente, prima che portare e sopportare volontaristicamente – è anche l’unica della quale possiamo farci carico, senza provare alcuna vergogna. Si tratta, infatti, della presenza di Gesù Crocifisso nella nostra vita, come una vera e propria impressione della Sua croce nella nostra vita, nella misura in cui la Sua vita – pure crocifissa – si è impadronita di noi. La Sua croce – ch’è diventata ormai la nostra – è la sola che, in quanto accolta, può essere continuamente portata su di noi, senza che si perda la speranza: “Portate su di voi il mio giogo (…). Poichè il mio giogo è soave e leggere è il mio peso” (Mt, 11,29-30).
Gesù non sta razionalizzando l’esperienza del dolore (della croce). Gesù ci sta consegnando il segreto più profondo della Sua esistenza crocifissa. Che termina – che culmina appunto – sulla croce. Certo, non ce la spiega ragionando, come neppure l’aveva annullata scadendo nel miracolismo banale: “Tu che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi giù dalla croce!” (Mt 27,40.42). Semplicemente ci invita a fidarci – sperimentando a nostra volta qualche forma di croce – di Dio, del Padre Suo, proprio come Lui stesso ha fatto: “Padre nelle tue mani consegno il mio spirito”(Lc 23,46). Così, seguendo la via stretta avviata per amore nostro da un Dio-Crocifisso, ci è dato di entrare sempre più profondamente e decisamente nella Sua stessa esperienza d’amore.
E dove arriva chi si lascia catturare dalla logica singolare di un amore Crocifisso? A non trattenere più la propria vita ‘per sé’, ‘con sé’, ma a perderla davvero. Per amore, appunto. Donando, infatti, la nostra vita come Lui ci ha insegnato, la si ritrova in pienezza proprio là dove anche Lui ormai Si trova: “Chi avrà trovato la sua vita, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia la ritroverà”.
È comunque significativo notare che, in questo caso, ‘perdere’ e ‘trovare’ fanno riferimento non alla vita fisica e biologica dell’uomo, ma propriamente alla vita dell’anima. Cioè a quella rappresentata anzitutto dalla coscienza. Dove, prendendo coscienza, si decide del senso della vita e la nostra libertà si esercita a scegliere il comportamento etico conseguente.
Ma non qualsiasi perdita dell’esistenza vale in questa prospettiva. Conta che venga persa o consegnata “per causa mia (proprio di me)”. Se Gesù non svilisce il dono di sé che non sia consapevolmente radicato in Lui, tuttavia il Crocifisso, definitivamente impiantato nella storia degli uomini, è riferimento inequivocabile di comprensione della direzione di qualsiasi amore che voglia essere tale: “E quando sarò innalzato dalla terra attirerò tutti a me” (Gv 12,32).
Tanto che il rapporto con l’amore Crocifisso diventa così intenso che giunge persino alla logica dell’identificazione: “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato”.
La portata di questa affermazione potrebbe persino confondere. Nessuno certo può negare un rapporto, un intreccio profondo tra Gesù e la realtà della Chiesa dei Suoi discepoli, di ieri e di oggi. Senza cadere, tuttavia, nel rischio di un fondamentalismo cristiano. Se pure una certa identificazione tra Gesù e i Suoi – lungo la storia – rimane indubitabile, tanto che accogliere i Suoi è come accogliere Lui, tuttavia si accoglie un discepolo – e, dunque, una Chiesa di discepoli – pur sempre incamminati, nella storia, sulla strada della sequela di Lui. Con le fatiche, le soste e persino le involuzioni che la storia come tale comporta.
In questo senso, la preoccupazione non deve essere quella di un’immediata identificazione dell’umanità di Gesù con quella dei Suoi discepoli. L’umanità di ciascuno è e resta irripetibile. Piuttosto sarà proprio l’esperienza della Sua croce, di Lui Crocifisso, che sarà ancora una volta in grado di creare una profonda consonanza – una identificazione appunto – tra Gesù e i Suoi. Al punto che chi dovesse accogliere sul serio un discepolo, che proprio “con Cristo” è stato crocifisso (Rm 6,8), altro non fa che accogliere Lui, Crocifisso per amore.
Ma il desiderio più profondo di un discepolo è d’essere accolto anzitutto e soprattutto nel Suo nome. Gesù, in questo senso, suggerisce una strada e una misura semplice e disarmante: “E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”. Il dono immediato di un semplice bicchiere d’acqua fresca già introduce alla Sua salvezza: “non perderà la sua ricompensa (il salario)”. Anche Gesù Crocifisso conoscerà l’arsura della sete. Gli porgeranno su una canna una spugna imbevuta di aceto: “Ma Gesù, emise di nuovo un forte grido ed esalò lo spirito” (Mt 26,46-50)..
Gesù giunge persino a chiamare i discepoli “questi piccoli”, allargando a dismisura il numero dei Suoi. Tanti sono i ‘piccoli’ sparsi nel mondo. Tanti discepoli, così come tanti sono coloro che, riconoscendoli, proprio “perchè sono” Suoi, li accolgono e li dissetano ancora.
Il “chi”, riferito anzitutto ai discepoli, dice ancora oggi tutti coloro che accolgono e sanno dissetare. L’amore chiamerà sempre amore, sino alla consumazione dei secoli. E l’eucaristia ne è il segno sacramentale evidente e inesauribile.
don Walter Magni