Il termine “ordine” avrebbe la sua radice indoeuropea in “or-”, donde il latino “or-ior” (nasco, sorgo: oriente, dove nasce, sorge il sole) oppure “ar-”, da cui arare , ossia mettere in moto, spingere, e anche arte, come qualcosa di “adattato, disposto al suo fine”.
Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.) nel “De officiis” (libro I, 40) scrive: “Ordinem sic definiunt: compositionem rerum aptis et accommodatis locis. Definiscono così l’ordine: sistemare le cose nei posti adatti e proporzionati, convenienti”. Vale sempre la raccomandazione: “Ogni cosa al suo posto e un posto per ogni cosa”.
Uno straordinario aiuto per l’ordine è venuto dal computer, che in francese si chiama “ordinateur”, che garantisce in modo incomparabile i tre vantaggi descritti da Franklin: la memoria (anche di tutto lo scibile, che nessuna mente umana riesce più a contenere), la velocità di ricerca e di elaborazione dei dati, per cui si risparmia tempo, la funzione d’archivio, con l’agevole accessibilità.
Il primo che diede ordine alle cose è Dio Creatore col suo Spirito, che dal caos (secondo l’antica accezione di voragine con l’indistinta commistione degli elementi – aria, acqua, fuoco, terra) trasse il cosmo (l’ornamento, il bello, le meraviglie dell’universo): “La terra era informe e deserta e le tenebre coprivano l’abisso, e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Genesi 1,2).
Nel libro biblico della Sapienza (capitolo 11, versetto 21) si canta l’elogio a Dio: “Tu hai tutto disposto con misura, calcolo e peso (in mensura et numero et pondere)”. Teniamo l’occhio fisso al modello divino per il nostro creare o rifare ordine nelle cose e nella vita (don Piergiorgio Colombo).
Vi inoltro il commento di don Walter Magni, di don Silvano Caccia e questa settimana anche quello di don Piergiorgio Colombo. Unisco anche le testimonianze vocazionali della veglia a Lissone e un testo di Benedetto XVI sui nonni.
Buona domenica a tutti.
don Alberto M.
Quinta Domenica di Pasqua - 20 aprile 2008

Io e il Padre (Icona)
Giovanni 14,1-12: [1]“Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. [2]Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l'avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; [3]quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. [4]E del luogo dove io vado, voi conoscete la via”. [5]Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?”. [6]Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. [7]Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”. [8]Gli disse Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. [9]Gli rispose Gesù: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? [10]Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. [11]Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse.[12]In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre”.
Cari amici e care amiche,
domenica prossima, V di Pasqua (20 aprile 2008), sarà proposto il brano di Gv 14,1-12 che inizia con una nota piena di tenerezza e di affetto da parte di Gesù per i Suoi discepoli: “Non sia turbato il vostro cuore”. Lui conosce davvero i nostri turbamenti, tutte le nostre fatiche. Perché ha potuto già sperimentare la debolezza fisica, il turbamento interiore. Persino certi gemiti profondi del cuore. S’era commosso alla morte di Lazzaro; aveva pianto sotto le mura di Gerusalemme; provato compassione davanti alle folle, che Gli parevano ormai come greggi “senza pastore” (Mt 9,36).
Perché mai i discepoli sono così turbati? Si stanno rendendo conto che Gesù Se ne sta andando. La Sua voce non risuonerà più come ‘prima’. Del resto, anche Maria di Magdala avrebbe voluto abbracciare Gesù risorto, riconoscendoLo subito dopo l’‘assenza’ causata dall’esperienza della morte, ma Egli subito la frena: “Non mi trattenere perché non sono ancora salito al Padre” (Gv 20,17). C’è, infatti, un primato del Padre in Gesù risorto che va ancora compreso. Il fine di Gesù, che è il Figlio, è anzitutto stare a ciò che più piace al Padre Suo: “abbiate fede (credete) in Dio e abbiate fede anche in me”. Quasi Gesù volesse farci comprendere che solo questa “fede in Dio”, il Padre Suo, può ancora sanare e calmare l’insieme di tutti i nostri turbamenti.
Ma il desiderio di Gesù di coinvolgerci nel Suo rapporto singolare col Padre si radica nel Padre stesso. Si tratta di una relazione che parte dal profondo del cuore stesso di Dio. Per questo afferma: “nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no ve l’avrei detto”. ‘Entrare’, infatti, nell’intimo rapporto tra Gesù e il Padre è come raggiungere il cuore di Dio. E’ il Padre, infatti, che predispone i posti, lasciando poi al Figlio di ordinarli per noi, collocandoci in essi, uno ad uno.
Ma lasciarci coinvolgere in questo disegno divino implica anche un altro passaggio decisivo: da una considerazione solo emotiva del nostro turbamento ad una sua reinterpretazione più esplicitamente spirituale. Questa ‘assenza’ di Gesù, che tanto turbava i Suoi discepoli perché non Lo avrebbero più visto coi loro occhi, a questo punto va intesa come il segno paradossale, ma evangelico, della Sua definitiva ‘presenza’. Come opera, suprema e definitiva, dello Spirito Santo.
Gesù, infatti, afferma: “Io vado a prepararvi un posto (topòn): quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io”.
Se Gesù risorto sparisce “dalla nostra vista” (Lc 24,31), in forza dello Spirito Santo – Spirito della pienezza dell’amore – rimane coi Suoi ancora più intensamente di prima. Gesù risorto non se ne va ‘altrove’ , ma, in altro modo, cioè da Risorto, intende per sempre restare coi Suoi.
Come accedere, dunque, a questo nuovo e singolare ‘luogo’ (topòs) spirituale, dello Spirito? C’è un’unica strada, la sola e unica via, secondo Gesù: “E del luogo dove io vado voi conoscete la via (odòs)”. Per un verso, Egli è convinto che i Suoi conoscano la strada per seguirLo; per un altro, Tommaso, a nome di tutti, ripropone un interrogativo cruciale: “Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?”. Gesù sa qual è la strada, la strada dell’amore, e tuttavia vorrebbe – in una profonda tensione d’amore – che questa fosse ormai anche nostra.
Se Tommaso e gli altri non conoscono questa Sua via è perché ancora non hanno sperimentato ‘dove’ si conclude, dove trova il suo compimento la strada di Gesù e dei Suoi seguaci più veri. La difficoltà, la drammaticità per i discepoli che ancora Lo interrogano, è stare, di fatto, esplicitamente davanti a quel compimento della rivelazione che è stato – ed è ancora, naturalmente – la Sua croce. Chi avrà il coraggio d’essere presente là dove Egli, crocifisso, proclamerà che davvero “(Tutto) è compiuto (tetèlestai)” (Gv 19,30)?
La risposta di Gesù a Tommaso è una vera e propria sintesi evangelica, che acquista un valore ancora più forte se si tiene conto del fatto che Egli si trova ancora nell’imminenza della Sua morte: “Io sono la via, la verità e la vita”. C’è in queste parole la consapevolezza di una proposta totale e senza confronti, fatta da Gesù Maestro ai Suoi: la Sua esistenza (zoè), infatti, sta per manifestarsi nella pienezza di verità (alèzeia), e già la possiamo seguire (odòs). Gesù ci sta, dunque, davanti come l’unica via di senso esistenzialmente percorribile: “nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”.
Ma c’è pure l’obiezione di Filippo: “‘Signore, mostraci il Padre e ci basta”. La questione è riuscire a capire che in Gesù si è fatto visibile, cioè pienamente rivelato, il mistero stesso di Dio. Come a dire che l’ indicazione che Gesù fa di Sé come via, unica e singolare, a Dio, cioè al Padre Suo, potrebbe anche non essere compresa, se non ci venisse fatto il dono di credere nello stesso tempo alla piena consonanza tra Gesù e il Padre. Al fatto, cioè, che l’Uno è speculare all’Altro, che l’Uno è, semplicemente, volto (svelato) dell’Altro.
Per questo la risposta di Gesù è tutta protesa ad affermare che ‘vedere’ Lui è già ‘vedere’ il Padre: “Chi ha visto me ha visto il Padre”. Gesù, infatti, è la ‘via’ al Padre perché Gesù altro non è che l’espressione compiuta della Sua stessa volontà. Dimostrazione speculare della luminosità del Suo volto: “Come puoi dire mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?”. Gesù è il compimento della teologia di Dio. Nessun volto di Dio andrà più cercato. La stessa fede cristiana, infatti, non è l’insieme di alcuni pensieri su Dio, una costruzione di idee, più o meno accattivanti, sul divino. Neppure è riducibile ad una sequenza di indicazioni morali, di precetti ecclesiastici ai quali cercare di attenersi. La via (odòs) singolare della fede cristiana è, piuttosto, fidarsi di quel volto preciso di Dio, che in Gesù si è manifestato, lasciandosene affascinare.
Merita, infine, riprendere l’espressione finale di questo dialogo intimo di Gesù coi Suoi e, dunque, anche con ciascuno di noi. Quando afferma che: “anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre”. Chi, infatti, accetta di seguire la via che è Gesù, contemplandoNe il volto luminoso e sempre affascinante, finisce per trasmetterne a sua volta la luminosità.
Come? Anzitutto compiendo le Sue stesse opere: “compirà le opere che io compio”. In questo senso il vero discepolo di Gesù non è altro che un cristiano. Chi segue Gesù non può che identificarLo, riproducendone parole ed opere, la Sua stessa vita, lo splendore di un volto accattivante. Non è affatto conclusa, infatti, quella spiritualità – quella via cristiana al Suo volto –, che, soprattutto nei secoli passati, ha affascinato tanti credenti con la proposta della cosiddetta 'imitazione di Cristo’.
Ma Gesù ci dimostra la finezza del Suo amore affermando addirittura che chi avrà il coraggio di credere in Lui farà addirittura cose più grandi: “ne farà di più grandi". E’ una espressione propria dell’amore, infatti, desiderare con tutto se stesso che la persona amata diventi più grande di sé, oltre sé. Per amore, semplicemente.
Ancora una volta però tutto questo sarà possibile perché Gesù non è mai stato preoccupato di Sé, ma ha sempre voluto, è sempre stato proteso col Suo cuore ‘verso’ il Padre Suo. Infatti dirà: “io vado al Padre”.
don Walter Magni