VI Domenica dopo il martirio di Giovanni il Precursore (4 ottobre 2009)

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Alberto Marsiglio

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Oct 2, 2009, 8:14:07 AM10/2/09
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Carissimi,
vi invio il commento alla liturgia di domenica.
Un caro saluto,
don Alberto

VI DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE

Anno B - Rito Ambrosiano – 4 ottobre 2009

                                                                     

Mostraci, Signore, la tua misericordia

 


 

 

La vigna – Alessandro Cremonini

http://www.alessandrocremonini.it/immagini/lavigna.jpg


 

Lettura: Isaia 45,20-24a

Sl 64 (65) – Mostraci, Signore, la tua misericordia.

Epistola: Efesini 2, 5c-13

Vangelo: Matteo 20,1-16:

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: 1«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. 3Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, 4e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. 5Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. 6Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. 7Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.

8Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. 9Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. 11Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone 12dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. 13Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? 14Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: 15non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. 16Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

 

 

Cari amici e care amiche,

 

già la parabola del Buon samaritano, ascoltata domenica scorsa ci aveva convinto che anzitutto Dio è buono. “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo” (Mc 10,18),  dirà un giorno Gesù a un giovane che Lo aveva interrogato. Si tratta di scavare meglio nel cuore di Dio, il buono, per meglio comprendere la compassione e la misericordia. Proprio al termine della parabola evangelica raccontata dalla liturgia odierna (VI domenica dopo il Martirio di Giovanni Battista, 4 ottobre 2009), il padrone della vigna, mentre si accinge a pagare gli operai, dirà, seccato, a chi si lamenta di una retribuzione troppo egualitaria: “Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.

 

 

Un Dio buono

 

Il fatto che Dio sia buono è già un problema e ci riporta a un dibattito religioso antico, scaturito spesso dal confronto tra il proprio Dio, ritenuto buono, e gli dei degli altri, ritenuti cattivi e dannosi. Famoso, ad esempio, è il giudizio del Carmelo (1 Re 18), dove per il profeta Elia è in gioco addirittura la fede monoteistica, cioè l’affidamento a un Dio buono, vero e unico. Mentre l’idolatria risulta essere immediatamente più rassicurante, proprio perché gli idoli sono più afferrabili e manipolabili. Il Dio di Elia invece, alla cui presenza egli sta continuamente (1 Re 17,1), è vivo e  imprevedibile, libero, sovversivo. Non sopporta i prepotenti e predilige i poveri.  

In questa prospettiva troviamo anche molti salmi (72,1:  “Quanto è buono Dio con i giusti, con gli uomini dal cuore puro!”; 115,1: “Buono e giusto è il Signore, il nostro Dio è misericordioso”;  142,10:  “Insegnami a compiere il tuo volere, perché sei tu il mio Dio. Il tuo spirito buono mi guidi in terra piana”) e anche quanto Isaia afferma nella prima lettura della liturgia odierna: “Non sono forse io, il Signore? Fuori di me non c’è altro dio; un dio giusto e salvatore non c’è all’infuori di me. Volgetevi a me e sarete salvi, voi tutti confini della terra, perché io sono Dio, non ce n’è altri”.

 

 

Gesù, grazia di Dio

 

San Paolo, nella Lettera agli Efesini ci aiuta a compiere un approfondimento nei confronti della bontà di Dio, abituandoci ad usare la parola “grazia”, come qualificazione estrema del cuore di Dio: “per grazia siete stati salvati. Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù. Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo”.

Anche se il linguaggio teologico corrente forse non usa sempre volentieri questo termine, questo compare spessissimo nelle celebrazioni litugiche: La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio padre e la comunione dello Spirito santo, siano con tutti voi.

Il nostro è un Dio generoso, senza misura. E la sua grazia consiste nel fatto che ci ha donato Gesù, nostro Salvatore. In Gesù si riassume e si sintetizza tutta la bontà, tutta la misericordia, tutta la grazia che Dio ha voluto esprimere: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

 

 

 

L’invidia, sempre in agguato

 

L’obiezione più dura e difficile nei confronti di un Dio buono, misericordioso e ricco di grazia (“Paziente e misericordioso è il Signore, lento all’ira e ricco di grazia”, sl 144,8) è proprio l’invidia, stando soprattutto alla parabola raccontata da Gesù nel brano evangelico odierno. Un atteggiamento da parte degli uomini che ha la sua origine in una sorta di presunzione di fondo. Come se gli uomini capovolgessero il disegno di Dio creatore: non accettando anzitutto di assomigliare a Dio (“Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” Gen 1,27), ma pretendendo di identificare, cioè di ridurre Dio agli uomini. E questa è la radice profonda di ogni forma di idolatria.

Per questo il padrone risponde così seccato, a chi gli aveva rimarcato d’essere ingiusto nel momento del rendiconto: “Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.  Come del resto dice anche il libro della Sapienza: “la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo” (2,24).

Certo, potremmo cercare di mettere a tema quanto è dannosa l’invidia all’interno di una comunità e nei dinamismi delle relazioni umane in generale, tanto che pure Paolo afferma che “alcuni, è vero, predicano Cristo anche per invidia e spirito di contesa, ma altri con buoni sentimenti” (Fil 1,15). Ma più decisivo è accorgersi, alla luce della Parola di Dio, che l’invidia che gli uomini provano ha la sua origine più profonda e radicale in una sorta di vera e propria presunzione e supponenza nei confronti di Dio. Cioè nella non accettazione radicale del Suo disegno di amore e di misericordia.

 

 

La gratuità di Dio

 

E la bontà del Signore, stando alla parabola che ci ha raccontato Gesù, potrebbe essere caratterizzata come una sorta di invito universale, rivolto a tutti gli uomini, a lavorare nella Sua vigna. Una bontà che, in ragione della loro libera adesione, giunge a ripagarli con la moneta della grazia e dell’amore.

Infatti “il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna”. E per ben cinque volte il padrone uscirà alla ricerca di operai per la sua vigna: “Andate anche voi nella mia vigna”.

Il buon Dio  non è mosso anzitutto dalla logica dell’interesse e del profitto nel trattare con i suoi figli, ma dalla preoccupazione che tutti possano usufruire della opportunità di lavorare nella Sua vigna. Già questa è grazia e dono. L’occasione di poter servire o svolgere del volontariato caritativo in una comunità deve tendere a recuperare anzitutto il senso di questa primordiale gratuità che scaturisce dal cuore di Dio, prima che trasformare il volontariato stesso in una opportunità secondaria di lavoro retribuito. L’efficienza non è un parametro che attiene al cuore di Dio.

Per questo è Dio stesso che si stupisce delle nostre eccessive grettezze misurative, delle nostre pretese di una resa immediata, calcolata ed efficientistica. Davanti a Dio l’uomo non è una macchina di produzione, ma una persona che vale anzitutto per il fatto che esiste. Per questo degno di amore, di cura e di grazia. Questo è il regno che sogna Dio: “Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna”

 

Quando il mio cuore è gonfio e riarso, vieni a versare su di me la pioggia della tua misericordia. (Tagore).

 

don Walter Magni

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