Partecipando all’eucaristia, mistero svelato della Sua croce, che sia una buona domenica per tutti.
don Alberto M.Quattordicesima Domenica del Tempo Ordinario
6 luglio 2008

Gesù lava i piedi ai suoi discepoli - icona
Matteo 11,25-30: [25]In quel tempo Gesù disse: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. [26]Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. [27]Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. [28]Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. [29]Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. [30]Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”.
Cari amici e care amiche,
con domenica prossima (XIVa del Tempo Ordinario, 6 luglio 2008) ci troviamo davanti ad un singolare inno di ringraziamento di Gesù al Padre (Mt 11,25-30). Propriamente Gesù, “quando ebbe finito di dare questi avvertimenti ai suoi dodici discepoli, si mosse di là per insegnare e predicare nelle loro città” (11,1), giungendo però a rimproverare quelle città, “perché non si erano convertite” (11,20), con parole forti, quasi di maledizione:“E tu Cafarnao sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai!” (20, 23).
Per sé il passaggio da un linguaggio di maledizione a quello di benedizione risulta effettivamente strano. Tuttavia, va tenuto conto del fatto che, all’inizio del brano, si dice che Gesù sta “rispondendo”, reagendo cioè a quella che si potrebbe intendere come una sensazione di fallimento del Suo ministero evangelico. Per questo Gesù sente forte l’esigenza di riandare alla Sua radice più profonda, pregando: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra”.
Più precisamente,“Ti benedico”, andrebbe tradotto: “ti proclamo”, cioè “ti riconosco pubblicamente davanti a tutti”. Come se Gesù volesse anzitutto ribadire quanto a Corazim, a Betsaida e a Cafarnao non Gli era stato riconosciuto: il fatto, cioè, che per Lui Dio è anzitutto “Padre” e “Signore del cielo e della terra”. Si percepisce, dunque, in questa accorata espressione tutta la familiarità e la grandezza del Padre, secondo il Suo cuore di Figlio.
Ma Gesù insiste, in questa Sua preghiera, anche sul fatto che in Lui, propriamente, si sta dibattendo qualcosa. C’è, infatti, una ragione specifica che ancora può giustificare quello che è stato un vero e proprio fallimento per chi, con grande coraggio, ha deciso comunque di continuare a stare dalla parte del cuore di Dio. Gesù dice espressamente: ”Perchè hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti”. Dove Sapienti e intelligenti sono coloro che, presuntuosamente, si ritengono tali, rifiutando di confrontarsi con Lui, Sapienza del Figlio donata a noi dal Padre Suo.
Il Padre, invece, intende rivelare proprio “queste cose (…) ai piccoli”. E, primo tra i piccoli, è proprio Gesù. Solo Lui, infatti., è in grado di svelare, in parole ed opere, il segreto dell’umiltà secondo il Vangelo. Lui, che in tutta obbedienza Si è continuamente riferito al Padre, sino a fare della Sua esistenza l’immagine realizzata dell’obbedienza secondo il Vangelo, sino alla morte e alla morte di croce.
E tutto questo riferendoSi continuamente alla volontà del Padre: “Si, o Padre, perché così è piaciuto (cosa gradita) a te”. Tra Gesù e il Padre, infatti, va rilevato anzitutto un profondo senso di compiacimento reciproco. Così come il Padre s’era compiaciuto del Figlio all’inizio del ministero di Gesù, in occasione dal Battesimo nel Giordano: “Questo è il mio Figlio diletto nel quale “mi sono compiaciuto” (Mt 3,17), così anche il Figlio Gesù dirà del Padre Suo: “egli non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli piacciono” (Gv 8,29).
Gesù stesso, del resto, ci introduce alla comprensione diretta di questo ‘reciproco compiacimento’: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio”. C’è anzitutto il riconoscimento di una pienezza del dono del Padre, perché “Tutto mi è stato dato”, unita comunque ad una singolare ed esclusiva conoscenza d’amore tra il Padre e il Figlio. Si dispiega pertanto una sapienza e un’intelligenza della realtà stessa di Dio, del tutto nuova e sconosciuta alle nostre teologie.
Gesù, infatti, ci ha rivelato proprio tutto del cuore di Dio e, dopo di Lui, nulla più chiede d’essere scoperto del divino. In Lui si dispiega l’immagine di un Dio che tutto Si dona e che proprio in Gesù “tutto ci ha donato” (2Pt 1,3). Un Dio che Si conosce dal Suo interno sino ad esprimere nei nostri confronti l’intimità ultima e definitiva dell’amore che Lo identifica. Proprio come ha pure sperimentato Paolo, quando afferma, con grande convinzione, di vivere “nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20).
E questa rivelazione dell’amore da parte di Dio non è affatto esclusiva o possessiva e chiusa. Anzi, è propriamente inclusiva. Non solo, infatti, Dio amando ‘Si conosce’, ma, in forza di tale pienezza di conoscenza e di amore – che proprio in Gesù ha trovato piena rivelazione – anche noi possiamo essere a nostra volta coinvolti e propriamente inclusi. E’ Gesù stesso, infatti, che afferma che la conoscenza del Padre può essere da Lui estesa a “colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”.
Termini primi di questa estensione dell’amore del Padre da parte di Gesù sono anzitutto i Suoi discepoli e, a seguire, tutti coloro che, nel nome Suo, li seguiranno nel tempo della storia: “venite a me voi tutti”. Andare dunque verso Lui per essere in Lui è, nello specifico dell’esperienza cristiana, propriamente la cosiddetta ‘sequela’ che, al fine di poter seguire davvero Gesù, chiede anzitutto di poterNe sperimentare la vicinanza, la Sua concreta prossimità.
Questo, tuttavia, comporta che ci riconosciamo previamente “affaticati” e “stanchi (gravati)”. Si tratta di uno stato delle cose che descrive la concretezza della condizione umana, spirituale e psicologica. Non accogliere questo stato delle cose, in noi e attorno a noi, potrebbe rischiare di escluderci dall’usufruire del ristoro, del riposo profondo che Gesù stesso ha promesso a coloro che, con umiltà e sottomissione, decidono di riferirsi ancora a Lui: “e io vi ristorerò”.
Potrebbe essere più semplice accettare d’essere ristorati da Lui. Eppure un serio cammino spirituale prende le mosse proprio dal lasciarsi dire da Lui in cosa consiste davvero la condizione che più ci caratterizza. Senza pretendere orgogliosamente di volerLo raggiungere a nostra volta, armati più di intelligenza e di calcolo che di umiltà. E’ proprio di chi è oggetto d'amore lasciarsi raggiungere dall’amante, senza volerlo necessariamente adeguare. Essere compresi da Lui più che comprendere Lui.
Se ci lasciamo introdurre in questa prospettiva, con semplicità e umiltà, non sarà incomprensibile anche l’ultimo invito che Gesù ci rivolge: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”.
Quale giogo impone Gesù? Come un peso può essere anche dolce e, paradossalmente, leggero? Gesù intanto ci sta parlando di un giogo, di un carico, anzitutto Suo, intendendo alludere a quella croce alla quale Lui stesso, per primo, si è sottoposto, aderendo in pienezza all’amore – alla volontà – del Padre. Un giogo, dunque, che è possibile portare – e che anche noi riusciremmo a supportare – se solo accettassimo di entrare nella prospettiva del medesimo rapporto che intercorre tra Gesù e il Padre Suo. Nella stessa relazione d’amore che caratterizza la vita intima di un Dio-amore trinitario.
Quanto poi alla ‘leggererezza’ della Sua croce, non ci sono dubbi: per amore, infatti, tutto si è disposti a sopportare. Leggera non è la croce. Leggero è piuttosto il rapporto d’amore che, sostenendola, ci permette di continuare a portarla.
Per amore del Padre, Gesù, dunque, ha portato la Sua croce. Per amore di Gesù anche noi, dietro Lui, siamo incoraggiati a continuare a prendere, giorno dopo giorno, la nostra (Lc 9,23). La croce di Gesù – la nostra dietro la Sua – è la dimostrazione che il mistero d’amore del Padre nel Figlio si è realizzato e continua ancora a realizzarsi davvero.
don Walter Magni