IV DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE 25 settembre 2011

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Alberto Marsiglio

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Sep 23, 2011, 4:07:15 AM9/23/11
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Carissimi tutti,
vi inoltro il commento alla liturgia della Parola della prossima Eucarestia festiva a cura di don Walter Magni, secondo il rito ambrosiano.
Buona domenica!
don Alberto

   IV DOMENICA DOPO IL MARTIRIO      

  DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE

 

Anno A - Rito Ambrosiano – 25 settembre 2011

                                                               

Vieni, Signore, a salvare il tuo popolo

 

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LETTURA, Isaia 63, 19b – 64, 10, Se tu squarciassi i cieli! Nessuno ha mai udito che un Dio abbia fatto tanto. In quei giorni. Isaia pregò il Signore dicendo: 63,19«Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti, 64,1come il fuoco incendia le stoppie e fa bollire l’acqua, perché si conosca il tuo nome fra i tuoi nemici, e le genti tremino davanti a te. 2Quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, tu scendesti e davanti a te sussultarono i monti. 3Mai si udì parlare da tempi lontani, orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui. 4Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli. 5Siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. 6Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci avevi messo in balìa della nostra iniquità. 7Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani. 8Signore, non adirarti fino all’estremo, non ricordarti per sempre dell’iniquità. Ecco, guarda: tutti siamo tuo popolo. 9Le tue città sante sono un deserto, un deserto è diventata Sion, Gerusalemme una desolazione. 10Il nostro tempio, santo e magnifico, dove i nostri padri ti hanno lodato, è divenuto preda del fuoco; tutte le nostre cose preziose sono distrutte».

SALMO 76 (77) Vieni, Signore, a salvare il tuo popolo.

2Nel giorno della mia angoscia io cerco il Signore, nella notte le mie mani sono tese e non si stancano; l’anima mia rifiuta di calmarsi. 3Mi ricordo di Dio e gemo, medito e viene meno il mio spirito. R.

6Ripenso ai giorni passati, ricordo gli anni lontani. 7Un canto nella notte mi ritorna nel cuore: medito e il mio spirito si va interrogando. R.

8Forse il Signore ci respingerà per sempre, non sarà mai più benevolo con noi? 9È forse cessato per sempre il suo amore, è finita la sua promessa per sempre? R.

14O Dio, santa è la tua via; quale dio è grande come il nostro Dio? 16Hai riscattato il tuo popolo con il tuo braccio, i figli di Giacobbe e di Giuseppe. R.

EPISTOLA Ebrei 9, 1-12 Il sacrificio che ci procura una redenzione eterna. - Fratelli, 1anche la prima alleanza aveva norme per il culto e un santuario terreno. 2Fu costruita infatti una tenda, la prima, nella quale vi erano il candelabro, la tavola e i pani dell’offerta; essa veniva chiamata il Santo. 3Dietro il secondo velo, poi, c’era la tenda chiamata Santo dei Santi, con 4l’altare d’oro per i profumi e l’arca dell’alleanza tutta ricoperta d’oro, nella quale si trovavano un’urna d’oro contenente la manna, la verga di Aronne, che era fiorita, e le tavole dell’alleanza. 5E sopra l’arca stavano i cherubini della gloria, che stendevano la loro ombra sul propiziatorio. Di queste cose non è necessario ora parlare nei particolari. 6Disposte in tal modo le cose, nella prima tenda entrano sempre i sacerdoti per celebrare il culto; 7nella seconda invece entra solamente il sommo sacerdote, una volta all’anno, e non senza portarvi del sangue, che egli offre per se stesso e per quanto commesso dal popolo per ignoranza. 8Lo Spirito Santo intendeva così mostrare che non era stata ancora manifestata la via del santuario, finché restava la prima tenda. 9Essa infatti è figura del tempo presente e secondo essa vengono offerti doni e sacrifici che non possono rendere perfetto, nella sua coscienza, colui che offre: 10si tratta soltanto di cibi, di bevande e di varie abluzioni, tutte prescrizioni carnali, valide fino al tempo in cui sarebbero state riformate. 11Cristo, invece, è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione. 12Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna.

VANGELO Giovanni  6, 24-35 Il pane disceso dal cielo. - In quel tempo. 24Quando la folla vide che il Signore Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. 25Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». 26Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. 27Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». 28Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». 29Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». 30Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? 31I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo». 32Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. 33Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». 34Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». 35Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

 

 

Cari amici e care amiche,

mentre domenica scorsa Gesù poneva delle domande a riguardo della Sua identità (Lc 9,18-22), il brano evangelico della IV Domenica dopo il martirio di San Giovanni Precursore (24 settembre 2011) propone degli interrogativi che ci aiutano a precisare il senso della Sua divinità, ma soprattutto insistendo su come ci si rapporta seriamente e concretamente con Lui. Una volta che ci si è decisi per Lui, stando dalla Sua parte, cosa resta da fare? Come ci si relaziona con Lui?

 

Perché cerchiamo ancora Gesù?

 

Intanto non è scontato averLo incontrato una volta. Il cap. VI di Giovanni, dopo il racconto di un miracolo di moltiplicazione di pani e di pesci presso il lago di Tiberiade per alcune migliaia di persone affamate (6,1-14), evidenzia il fatto che Gesù Si sottrae alle pretese interessate della gente, ritirandoSi sul monte a pregare. Poi Gesù raggiunge di notte i Suoi discepoli mentre stavano attraversando il lago in barca, arrivando con loro a Cafarnao, ma “quando la folla vide che il Signore Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: ‘Rabbì, quando sei venuto qua?’”. Gesù a questo punto smaschera esplicitamente le loro attese,in modo diretto e tagliente:  in verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. Se non è immediato cogliere la vera identità di Gesù, tanto da giustificare persino una indagine a Suo riguardo, non è scontato neppure illudersi che basti averLo cercato per raggiungerLo nella Sua verità, nella Sua profondità ultima. Anche se per infinite volte siamo accorsi alla celebrazione della Sua Eucaristia, non è detto che il Suo supremo gesto d’amore sia davvero operante in noi. Non solo conta l’esercizio di una continua e ordinaria esposizione a Lui, alla Sua Parola che diventa Suo corpo e Suo sangue, ma è richiesto sempre un atto di abbandono e di riconoscimento umile della Sua realtà divina, della Sua identità autentica. AccogliendoLo per quello che è, non per quello che vorremmo che fosse a partire dalle nostre attese, dai nostri bisogni e dalle nostre considerazioni. 

 

“Datevi da fare”

 

Anche la risposta di Gesù, del resto, fa presente alla gente che dobbiamo sempre darci da fare: “datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo”. Non appartiene allo stile di Dio chiedere a noi di metterci anzitutto in cammino, di muoverci, se non dopo che Lui, per primo, si è mosso, venendoci incontro, prendendo contatto realmente con la nostra condizione umana. Questo, d’altronde, è proprio dell’amore che ci ha insegnato: “Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Lc 6,31). Mentre la regola fondamentale dell’etica occidentale invita a “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”, cioè a non nuocere all’altro, il principio evangelico è più positivo e diretto: “fa’ agli altri quello che vorresti fosse a te”, aiutando chi soffre, perdonando chi ha sbagliato, risollevando chi è caduto. L’etica evangelica va diritta nella prospettiva del dono e non del calcolo della reciprocità. Ma in cosa, allora, ci dobbiamo seriamente attivare, come credenti, come discepoli del Signore? Mentre un’etica della reciprocità, in un tempo di evidente fatica e di confusione sui valori, ci indurrebbe a “non fare” il male agli altri, evitando aggressioni e attacchi, quando addirittura non si cade nella sopraffazione egoistica e dell’annientamento dell’altro, al Vangelo della gratuità e del dono non basta la logica del giusto mezzo e della misura. L’amore secondo il cuore di Dio chiede di più, portandoci ben oltre.

 

“Che cosa dobbiamo fare?”

 

Ritorna così la pronta domanda dei discepoli, che è anche nostra: “gli dissero allora: ‘Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?’. Gesù rispose loro: ‘Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato’”. Se la gente d’ogni categoria s’era già accostata a Giovanni il Precursore per domandargli cosa doveva fare preparare la venuta imminente del Messia (“E noi cosa dobbiamo fare?”, Lc 3,10-18), qui la posta in gioco è più alta. Gesù, Signore e Messia, ci sta ormai davanti indicandoci cosa fare: credere “in colui che egli ha mandato”. In Lui, nel Suo modo di operare, nel Suo modo di amare. La replica è immediata e chiede ancora una risposta: “Allora gli dissero: ‘Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai?’” e Gesù, dopo aver fatto rifermento alla manna dei tempi dell’Esodo e di Mosè, giunge a dire loro esplicitamente: “In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo” . In questo pane, in questo Suo modo d’essere pane che discende dal cielo e  dà la vita al mondo”, sta il segreto, sta il senso del nostro fare, nella prospettiva di una gratuità che si dona, senza nulla pretendere in contraccambio. C’è ancora spazio per una domanda, anzi per una implorazione, la stessa che la Preghiera del Padre nostro c’invita a ripetere tutte le volte che ci accostiamo all’Eucaristia: “‘Signore, dacci sempre questo pane’. Gesù rispose loro: ‘Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!’”.

 

                                                                                                            don Walter Magni

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