V DOMENICA DOPO PENTECOSTE
Anno C – Rito Ambrosiano – 23 giugno 2013
Signore, ascolta la voce della mia supplica

“Signore, salvami!” - Cappella delle Suore della Carità Fiume/Croazia 2008
LETTURA del libro della Genesi 18, 1-2a. 16-33
SALMO 27 (28) - ® Signore, ascolta la voce della mia supplica.
EPISTOLA di San Paolo apostolo ai Romani 4, 16-
VANGELO - Lettura del Vangelo secondo Luca 13, 23-29: In quel tempo. Un tale chiese al Signore Gesù: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio».
Cari amici e care amiche,
Cos’è la salvezza? Chi si salva? Chi ci salva? Quante domande. Parliamo di salvezza in questa V domenica dopo Pentecoste (23 giugno 2013). Ci si salva da un pericolo e il più grave è la morte. Abramo invoca con insistenza che gli abitanti corrotti di Sodoma e siano preservati dalla morte; mentre nel Vangelo un tale pone una domanda: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Da quale morte ci ha invece sottratti Gesù Salvatore?
Salvezza e salute
Ai tempi di Gesù la questione della salvezza era molto dibattuta. Secondo la teologia rabbinica più diffusa, il popolo d’Israele nella sua totalità avrebbe preso parte al regno futuro, mentre per alcuni altri gruppi apocalittici, solo pochi si sarebbero salvati. Si comprende pertanto il senso della domanda che Gli viene fatta: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Ai nostri giorni i termini della questione cambiano. In un contesto che assolutizza la vita terrena la salvezza viene intesa prevalentemente come il raggiungimento e/o il mantenimento di un buono stato di salute. Capita persino di affermarlo: “Quando c’è la salute, c’è tutto!”; poi, forti delle conquiste della scienza medica, si arriva persino anche a dire che: “per la salute si è disposti a tutto”. In questo modo la ricerca talvolta esasperata del benessere fisico e psichico ci hanno portato a confidare nella salvezza della sanità ospedaliera, talvolta così precaria (la malasanità!), oltre che nelle cliniche private dove i costi salgono alle stelle! Così si comincia ad apprezzare la salute quando comincia a mancare, subito collegata con un sistema sempre più organizzato dal punto di vista delle cure: preventive e prenatali o riabilitative, fino a quelle ultime che ci siamo abituati a chiamare palliative. In un orizzonte immanente senza sbocchi, la salute diventa un po’ come la giovinezza, sua vera compagna di destino. Entrambe sono accattivanti, belle e passeggere, votate comunque a svanire a poco a poco.
“In nessun altro c’è salvezza”
Per quanto la salvezza sia stata ridotta nel suo significato religioso originario ad una questione di salute psicofisica, tuttavia il suo significato trascendente non è stato definitivamente soppresso nella nostra cultura. Soprattutto là dove si dice che la Madonna è apparsa o ancora appare, salute e salvezza continuano ad intrecciarsi per le folle innumerevoli che continuamente frequentano i santuari della speranza, maturando desideri di sincera conversione. Qui, tuttavia, la questione diventa più sottile: ricondurre il bisogno di salute e la speranza di salvezza trascendente “nell'attesa che si compia la beata speranza, e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo” (preghiera dopo il Padre nostro). Quello che talvolta sembra un po’ annebbiarsi e perdersi per strada anche per molti cristiani è proprio la relazione stringente tra bisogno di salvezza e Gesù che solo ce la può donare. Effettivamente: quando affermiamo che Gesù è il Salvatore, cosa capisce obiettivamente sia chi crede sia anche chi dice di non credere? Gesù non ci ha mai proposto una dottrina di salvezza, ma anzitutto una relazione precisa e stringente con la sua persona. In questo senso Egli è Salvatore. Come anche affermava Pietro il giorno di Pentecoste: “In nessun altro c'è salvezza; non v'è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4,12). Così, guardando a Gesù nostro Salvatore la stessa questione della salute, oggi così determinante e significativa, può diventare segno di quella salvezza che solo Lui ci può donare.
La porta stretta dell’amore
Per questo merita sostare sull’inizio della risposta di Gesù a chi Lo aveva interpellato: “Sforzatevi di entrare per la porta”. Sappiamo, infatti, che questa porta non è una forca caudina, un passaggio obbligato che induce a chissà quale dimagrimento per poterla oltrepassare. Questa porta, che pure qualche sforzo lo chiede (“sforzatevi”) è Gesù, che già altrove con la porta S’era identificato: “io sono la porta delle pecore” (Gv 10,9). Dunque, due dati fanno da sfondo alla salvezza: una porta stretta e la moltitudine di coloro che la vorrebbero attraversare. Non ci sono chiavi d’accesso misteriose o password complicate. Gesù non ha pregiudiziali ideologiche, di appartenenza etnica o religiosa. L’unica condizione qui è descritta in negativo: non essere operatori di iniquità, di ingiustizia: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Non riconosciuti anche nel giorno dell’ultimo giudizio: “Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato” (Mt 25,41-45).
La porta stretta che anche i cristiani, in vista della loro salvezza, sono invitati a varcare è quella di un amore senza più confini e barriere. Solo in ragione di una autentica pratica dell’amore, anche ignorando la conoscenza di Gesù Salvatore, giustifica infatti la chiusura del brano: “Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio”. Abramo, nostro padre nella fede, che intercede guardando a Sodoma, per la salvezza anche di un solo giusto, ci incoraggi e ci insegni a pregare senza stancarci mai (Lc 18,1).
don Walter Magni
Una giovane ragazza ebrea, Etty Hillesum, morta ad Auschwitz nel 1943 all’età di ventinove anni. All’inizio degli orrori della Shoah, quando ormai regnava confusione e terrore fra gli Ebrei in Olanda riguardo alla loro sorte, il giorno 11 di luglio del 1942 (quel giorno era Shabbat), scrive nel suo Diario: «Se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio». E il giorno successivo, di domenica, ella scrive una lunga preghiera nel suo diario, oltre ad altri pensieri: «Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dovere aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi... Sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita… E quasi ad ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi».
Dostoevskij, ne “I fratelli Karamazov” ci ha dato una commovente descrizione della preghiera di intercessione. Lo staretz Zosima dice infatti a un giovane: «Ragazzo, non scordare la preghiera. Nella tua preghiera, se è sincera, trasparirà ogni volta un nuovo sentimento e una nuova idea che prima ignoravi e che ti ridarà coraggio; e comprenderai che la preghiera educa. Rammenta poi di ripetere dentro di te, ogni giorno, anzi ogni volta che puoi: 'Signore, abbi pietà di tutti coloro che oggi sono comparsi dinanzi a te'. Poiché a ogni ora, a ogni istante migliaia di uomini abbandonano la loro vita su questa Terra e le loro anime si presentano al cospetto del Signore e quanti di loro lasciano la Terra in solitudine, senza che lo si venga a sapere, perché nessuno li piange né sa neppure se abbiano mai vissuto. Ma ecco che forse, dall’estremo opposto della Terra, si leva allora la tua preghiera al Signore per l’anima di questo morente, benché tu non lo conosca affatto né lui abbia conosciuto te. Come si commuoverà la sua anima, quando comparirà timorosa dinanzi al Signore, nel sentire in quell’istante che vi è qualcuno che prega anche per lei, che sulla Terra è rimasto un essere umano che ama pure lei. E lo sguardo di Dio sarà più benevolo verso entrambi, poiché se tu hai avuto tanta pietà di quell’uomo, quanto più ne avrà Lui, che ha infinitamente più misericordia e più amore di te. Egli perdonerà grazie a te».
Cfr, La preghiera di intercessione: farsi carico dell’altro presso Dio di Carlo Maria Martini (lectio magistralis del card. C.M. Martini del 3.01.2008, alla Hebrew University di Gerusalemme)
L’importanza della preghiera d’intercessione nella
Comunità cristiana
Dietrich Bonhoeffer, La vita comune (Brescia 1969, pp. 130-133)
"La riflessione sulla Scrittura porta a pregare. Già si è detto che il cammino più sicuro per giungere a pregare è quello che si percorre facendosi guidare dalla Scrittura a pregare in base ad essa. In tal modo si evita il vuoto che domina in noi stessi. Allora pregare non significa altro che essere disponibili ad applicare a se stessi la Parola, sia per quanto riguarda la nostra personale condizione, sia per i nostri specifici compiti, sia in rapporto alle nostre decisioni, ai peccati e alle tentazioni in cui incorriamo. Ciò che non può mai entrare nella preghiera in comune, qui può esser manifestato a Dio nel silenzio. Sulla base della Parola della Scrittura, preghiamo per avere chiarezza nella nostra giornata, per esser salvaguardati dal peccato, per crescere nella santificazione, per ottenere fedeltà e forza nel nostro lavoro, e possiamo esser certi che la nostra preghiera sarà esaudita, perché nasce dalla Parola e dalla promessa di Dio. La Parola di Dio ha trovato adempimento in Gesù Cristo, e questo è il motivo per cui tutte le preghiere che rivolgiamo in base a questa Parola troveranno compimento ed esaudimento in Gesù Cristo.
Un elemento negativo che minaccia specificamente la meditazione personale è la facilità con cui ci si distrae, e con cui i nostri pensieri divagano, in direzione di altre persone o fatti della nostra vita. Nonostante la frequenza di questa distrazione umiliante, anche in questo caso non dobbiamo scoraggiarci e preoccuparci, né tantomeno concludere che la meditazione non abbia alcun senso per noi. Talvolta può esser di aiuto in tale situazione il rinunciare a reprimere con tutte le forze i nostri pensieri, e l’inserire con la massima calma nella nostra preghiera le persone o gli eventi a cui siamo riportati insistentemente, ritornando così, senza perdere la pazienza, al punto di partenza della meditazione.
La nostra preghiera personale viene collegata alla parola della Scrittura, e lo stesso avviene per l’intercessione. Nella meditazione in comune non è possibile intercedere per tutti coloro che ci sono affidati, o almeno, non è possibile farlo nel modo dovuto. Ogni cristiano ha delle persone che gli hanno chiesto di pregare per loro, o che egli si sente per buoni motivi di includere nella sua intercessione. Anzitutto si tratterà di coloro che vivono insieme a lui quotidianamente. Qui siamo giunti al cuore stesso di ogni forma di convivenza cristiana. Una comunità cristiana vive della reciproca intercessione dei suoi membri, altrimenti è destinata al fallimento. Se prego per un fratello, non posso più odiarlo o condannano, qualsiasi problema possa procurarmi. Il suo volto, forse dapprima estraneo e insopportabile, nell’intercessione si trasforma nel volto del fratello, per amore del quale Cristo è morto, il volto del peccatore che ha ricevuto misericordia. È una scoperta molto felice per il cristiano che affronta per la prima volta la preghiera di intercessione. Non c’è antipatia, tensione o dissidio personale, che non si possa superare da parte nostra nell’intercessione. L’intercessione è il lavacro purificante, nel quale devono immergersi ogni giorno i singoli individui e la comunità. Nell’intercessione può esserci una dura lotta con il fratello, ma c’è la promessa che il suo obiettivo sarà raggiunto.
In che modo? Intercedere non significa altro che presentare il fratello davanti a Dio, vederlo nella prospettiva della croce di Gesù, come un uomo povero e peccatore, che ha bisogno di grazia. A questo punto viene a cadere ogni motivo che mi allontana da lui, e lo vedo in tutta la sua povertà e miseria, anzi la sua miseria e il suo peccato assumono per me lo stesso peso e la stessa dimensione che se fossero i miei; a questo punto non posso fare altro che chiedere: Signore, sei Tu che devi intervenire, Tu solo, secondo il tuo rigore e la tua bontà. Intercedere significa ascrivere al fratello lo stesso diritto che abbiamo ricevuto, cioè la possibilità di presentarsi a Cristo e di aver parte alla sua misericordia".