IV DOMENICA DI AVVENTO
Anno A - Rito Ambrosiano – 8 dicembre 2013

LETTURA Isaia 40,1-11 Ecco, il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene
SALMO 71 (72) - Vieni, Signore, re di giustizia e di pace.
EPISTOLA Ebrei 10,5-9a – Ecco, io vengo a fare la tua volontà
VANGELO Matteo 21,1-9 – Ecco, il tuo re viene a te - In quel tempo. 1Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, 2dicendo loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un’asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me. 3E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito”». 4Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: 5Dite alla figlia di Sion: Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma. 6I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: 7condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. 8La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. 9La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!».
Cari amici e care amiche,
domenica scorsa notavamo che Giovanni Battista si interrogava sulla reale messianicità di Gesù. Per questo Gli manda a dire: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?” (Mt 11,13). La Parola di Dio della IV domenica di Avvento (8 dicembre 2013), rispondendo indirettamente a Giovanni Battista, ci descrive l’ingresso di Gesù in Gerusalemme come segno evidente del tipo di messianicità che Lui stesso ha inteso realizzare in mezzo a noi.
Gesù è il messia
Ai tempi di Gesù molti personaggi si erano presentati al popolo di Israele come messia, ottenendo un certo seguito. Alcuni addirittura promossero dei moti di sollevazioni contro la dominazione romana, puntualmente repressi in un feroce bagno di sangue (cf. il discorso di Gamaliele in At 5,35-39, ma anche Antiquitates Judaicae di Giuseppe Flavio). In questo senso, come ha fatto Gesù a proclamarSi Messia, nonostante la Sua morte in croce, come un malfattore, giungendo ad accomunare in duemila anni molte centinaia di milioni di fedeli in tutto il mondo? Gesù aveva anche pochissime probabilità di essere creduto Messia dai Suoi contemporanei anche per altre ragioni: essendo originario di Nazareth di Galilea, era considerato un ebreo di basso livello; i suoi familiari e i suoi parenti erano troppo noti (Mt 13,53-58) rispetto a una tradizione religiosa che riteneva che le origini del Messia dovevano essere misteriose e sovraumane; infine, Gesù, non avendo mai avuto ambizioni politiche, militari o rivoluzionarie, a quale regno stava pensando? Di fatto, a motivo della Sua resurrezione, furono i Suoi discepoli a identificarLo subito come Messia, proprio come Lui aveva detto. Così, nella prima predicazione cristiana e nella stesura dei Vangeli subito vennero applicati a Gesù i titoli messianici più importanti dell’Antico Testamento: Figlio di Davide (Mt 1,1; Lc 3,31; Mc 10,47-48); Sommo Sacerdote (Ap 1,13; Eb 5,5ss; 7,1); Nuovo Mosè (Mt 5-7; Gv 5,45; Ap 15,3); Figlio dell’uomo (secondo il profeta Daniele; Mt 8,20; 11,19; 16,63-64; Gv 3,13; 12,34) e Servo Sofferente di Jhwh (secondo il profeta Isaia: Gv 19; Mt 27).
Perché Gesù Si proclama Messia?
In ogni caso, non sono i discepoli e gli evangelisti a definire che Gesù è il Messia. Gesù per primo era consapevole d’essere il Cristo, l’unto del Signore (Lc 1,1-4; 4,14-21). Piuttosto una domanda che anche Gesù S’era dovuto certamente fare poteva essere: quale tipo di Messia io devo rappresentare, stando a quanto dicono i profeti, da Isaia a Giovanni Battista? Il messianismo di Gesù non è frutto di autoconsapevolezza o di un personale convincimento, ma scaturisce anzitutto dalla relazione profonda tra Gesù e il Padre Suo. È il Padre, infatti, che invia nel mondo Suo Figlio, come dice la lettera agli Ebrei, per fare la Sua volontà. Per due volte, nell’Epistola odierna, si dice il fatto che Gesù, entrando nel mondo afferma: “Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà”; “Ecco, io vengo a fare la tua volontà”. Gesù non è anzitutto un rabbino, un esegeta, che, dopo aver studiato le diverse ipotesi messianiche descritte dagli antichi profeti, decide di impersonarne una rispetto alle altre, in base alla Sua sensibilità o alla Sua spiritualità. Gesù ha anzitutto coscienza, consapevolezza, di essere il Figlio di Dio che, obbedendo al Padre Suo, ha solo una missione: fare la Sua volontà. Del resto, questo Gesù ce lo ha ripetuto sempre: “Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” (Gv 4, 34); “colui che mi ha mandato è con me, non mi lascia solo; perché io faccio sempre quello che piace a lui” (Gv 8,29); “Non sono venuto per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 5,30); “Padre, non la mia, ma la tua volontà sia fatta” (Mt 26,39).
Gesù, messia umile e mite
Siamo così all’episodio evangelico odierno. Gesù Si trova sul Monte degli Ulivi, il colle che sta davanti a Gerusalemme ed sta predisponendo in modo minuzioso il Suo ingresso nella città santa. Manda due discepoli a recuperare in un villaggio vicino la cavalcatura, dando indicazioni precise: “I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: ‘Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!’”. A quale messianismo sta pensando Gesù? L’imminenza della Pasqua ebraica col sacrificio dell’agnello nel quale Gesù Si identificherà durante l’ultima cena ( “l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”, Gv 1,29); una cavalcatura mite e umile, rappresentata da un’asina col suo puledro; la gente semplice che Lo circonda acclamandoLo figlio di Davide, Colui che viene nel nome del Signore, sono segni evidenti di un messianismo non certo violento, ma anzitutto mite, pacifico e misericordioso. Una messianicità che la gente comprende subito, senza fatica, come i pastori, che la notte di Natale corrono a Betlemme per adorare Gesù bambino che è nato, mentre gli angeli cantano: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama’” ( Lc 2,13-14).
C’è intesa, c’è feeling tra Gesù che viene e la gente che subito s’accorge di Lui. Gesù ama la gente e la gente, accorgendosi di Lui, non fatica ad amarLo.
don Walter Magni
Quale Avvento?
C'è, nella storia, una continuità secondo ragione, che è il futurum. È la continuità di ciò che si incastra armonicamente secondo la logica del prima e del dopo. Secondo le categorie di causa ed effetto. Secondo gli schemi biblici, in cui alle voci in uscita, si cercano i riscontri corrispondenti delle voci in entrata: finché tutto non quadra.
E c’è una continuità secondo lo Spirito, che è l’adventus. È il totalmente nuovo, il futuro che viene come mutamento imprevedibile, il sopraggiungere gaudioso e repentino di ciò che non aveva neppure il coraggio di attendere.
In un canto che viene eseguito nelle nostre chiese, tratto dai salmi, si dice “Grandi cose ha fatto il Signore per noi: ha fatto germogliare i fiori tra le rocce!”. Ecco, adventus è questo germogliare dei fiori carichi di rugiada tra le rocce del deserto battute dal sole meridiano. Promuovere l’Avvento, allora, è optare l’inedito, accogliere la diversità come gemma di un fiore nuovo, come primizia di un tempo nuovo. Cantare, accennandolo appena, il ritornello di una canzone che non è stata ancora scritta, ma che rimarrà per sempre in testa all’hit parade della storia.
Mettere al centro delle attenzioni pastorali il povero, è avvento. È avvento, per una madre, amare il figlio handicappato più di ogni altro. È avvento, per una coppia felice e con figli, mettere in forse la propria tranquillità avventurandosi in operazioni di affidamento, con tutte le incertezze che tale ulteriore “fecondità” si porta dietro, anzi, si porta avanti. È avvento, per un giovane, affidare il futuro alla non-garanzia di un volontario, alla non-copertura di un impegno sociale in terre lontane, all’alea di un servizio umanitario che, se non è mai ricompensato sul piano economico, qualche volta non garantisce neppure su quello morale. È avvento, per una comunità, condividere l’esistenza del terzomondiale e sfidare l’opinione dei benpensanti che si chiude davanti al diverso, per non permettere infiltrazioni inquinanti al proprio patrimonio culturale e religioso. È avvento, per una congregazione religiosa o per un presbitero diocesano, allentare le cautele della circospezione mondana, per tutelarsi il sostentamento, facendo affidamento sulla “insostenibile leggerezza” della Provvidenza di Dio. Per Antonella, mia amica, è avvento abbandonare le lusinghe della carriera sportiva per farsi suora di clausura. Per Karol Tarantelli è avvento perdonare l’assassino di suo marito... Per Madre Teresa di Calcutta avvento è stato abbandonare la clausura per farsi prossimo sulle strade del mondo.
Ecco come è avvenuta la nascita di Gesù: per promuovere l'Avvento, Dio è partito dal futuro.
(don Tonino Bello)