XI DOMENICA DOPO PENTECOSTE
Anno C – Rito Ambrosiano – 4 agosto 2013
Ascolta, Signore, il povero che t’invoca

La storia di Lazzaro, miniatura
LETTURA del primo libro dei Re 21,1-19
SALMO 5 - Ascolta, Signore, il povero che t’invoca.
LETTERA di san Paolo apostolo ai Romani 12, 9-18
LETTURA del Vangelo secondo Luca 16, 19-31 – In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”»
Cari amici e care amiche,
domenica scorsa Gesù constatava con amarezza “quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio” (Lc 18,24b-30). La ricchezza non è un ostacolo alla salvezza. Piuttosto, l’uso sconsiderato ed egoistico dei beni materiali e dei soldi chiude le porte del Regno di Dio. La parabola del ricco gaudente e la vicenda della vigna di Nabot in questa XI Domenica dopo Pentecoste (4 agosto 2013), ce lo spiegano bene. Lasciamoci inquietare dal racconto di Gesù.
Il ricco e il povero Lazzaro
Un uomo ricco e il povero Lazzaro si fronteggiano. Il ricco vestiva lussuosamente e dava banchetti. Totalmente immerso nel consumismo e nello spreco. Non ha un nome, ma è semplicemente “ricco”. Accanto a lui c’è “un povero di nome Lazzaro” (assistito, prediletto da Dio), perché tutti i poveri, anche se ignorati dai ricchi, Dio li porta nel cuore: “Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio” (Lc 6,20). C’è contrasto tra ricchezza e povertà, ma Gesù non sta difendendo i poveri per partito preso e disprezzando i ricchi per ragioni ideologiche. Piuttosto ci sta dicendo che tanto la ricchezza può diventare una maschera che penalizza l’umanità spersonalizzandola, senza neppure la dignità di un nome che ti identifica, quanto la povertà, anche estrema, conserva sempre il diritto di un nome e di un volto preciso. La ricchezza ti rinchiude in una illusione egocentrica che non sa vedere altro che sé; la povertà conserva la capacità, anche solo istintiva di rivolgersi all’altro tendendo la mano. C’è più umanità nella povertà che si relazione che in una ricchezza che si blinda in sé stessa. Per questo il povero è chiamato Lazzaro e il ricco semplicemente e anonimamente “un uomo ricco”. Non sono le cose che abbiamo che ci indentificano, ma la capacità, anche estrema di implorare una relazione. Per questo Gesù, “da ricco che era si fece povero, per farci ricchi della sua povertà” (2Cor 8,9).
L’autosufficienza che non vede
Qual è il peccato del ricco epulone? Non accorgersi di Lazzaro, non volerlo vedere. Come il sacerdote e il levita di un’altra parabola di Luca che vedendo sul loro cammino un uomo mezzo morto martoriato dai ladri, passano dall’altra parte della strada (Lc 10,25-37). Non volerlo vedere con tutto il realismo scostante che lo caratterizza; “stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe”. Come quando davanti a scene di povertà che interpellano la nostra coscienza facciamo zapping con il telecomando o ci estraniamo dalla realtà quando un povero si avvicina. Se non ci arriviamo noi, paradossalmente non restano che il gesto pietoso di alcuni cani che, stando a terra col povero Lazzaro gli leccano le piaghe. La morte diventa l’ingresso nella verità profonda dell’esistenza di questi due personaggi. “Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo”, mentre il ricco “fu sepolto”. Lazzaro che stava sotto la mensa sale nel seno di Abramo, mentre il ricco che sedeva a mensa discende “negli inferi, tra i tormenti”. Così, superato il filtro della morte anche il ricco s’accorge e vede: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”, ma quella distanza che sulla terra non era che di pochi metri ora diventa un abisso invalicabile: “coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi’”. Un abisso non scavato da Dio, ma da una ricchezza cieca, arrogante e disumana.
Accorgersi dei poveri
Distogliere lo sguardo dall’uomo è il peccato più grave. Perché sin da principio Dio ha guardato all’uomo, si è chinato nei confronti dell’uomo, cercandolo e amandolo. Così che volgere lo sguardo ai poveri e accorgersi di loro altro non è che vedere sé stessi, la verità più profonda dell’io. Per questo Gesù afferma che “i poveri li avrete sempre con voi” (Mt 26,11). Esercitandosi in uno sguardo misericordioso (Mc 6,34) e carico di divina tenerezza (M. Bellet). Anzi, il dono, la grazia propria dei discepoli del Signore è di saper scorgere nei poveri, dentro le piaghe della loro stessa povertà, il volto incarnato di Dio: “Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,35-36). Per questo, dunque, “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Fil, 2,5-7).
San Filippo Neri diceva: “Miei cari ho da dirvi una bella cosa: al mondo vi sono molti pazzi e molti furbi. I furbi sono quelli che ragionano come Gesù; i pazzi quelli che non vogliono ragionare come Gesù”, mentre la beata Madre Teresa ci ricorda che “Tutto quello che si può fare è solo come una goccia d’acqua in un oceano. Ma rifiutando di mettere la mia goccia, l’oceano avrà una goccia in meno. Lo stesso vale per te, basta cominciare... Alla fine della vita non saremo giudicati per le grandi opere che saremo riusciti a realizzare, ma saremo giudicati sull’amore”.
don Walter Magni
“Ebbene, nella nostra società sono presenti dei‘miti’ che vanno smascherati. Il cristianesimo non può accettare ad esempio la logica del più forte, l’idea che la presenza dei poveri, sfruttati e umiliati, sia frutto dell’inesorabile fluire della storia: Gesù ha annunciato che saranno proprio i poveri a regnare, a precederci nel regno dei cieli. Sono essi i nostri‘signori’. Su questo punto il cristianesimo non può scendere affatto a compromessi: il povero, il viandante, lo straniero non sono cittadini qualunque per la Chiesa, proprio perché essa è mossa verso di loro dalla carità di Cristo e non da altre ragioni” (…). “Il nostro mondo comincia il nuovo millennio carico delle contraddizioni di una crescita economica, culturale, tecnologica, che offre a pochi fortunati grandi possibilità, lasciando milioni e milioni di persone non solo ai margini del progresso, ma alle prese con condizioni di vita ben al di sotto del minimo dovuto alla dignità umana. E’ possibile che, nel nostro tempo, ci sia ancora chi muore di fame? Chi resta condannato all’analfabetismo? Chi manca delle cure mediche più elementari? Chi non ha una casa in cui ripararsi?”
(CEI, Comunicare il vangelo in un mondo che cambia, 29.06.2001, nn. 43 e 50).
“E’ necessario fronteggiare le sfide della moderna globalizzazione. Non si sono globalizzate solo tecnologia ed economia, ma anche insicurezza e paure, criminalità e violenza, ingiustizie e guerre. Urge pertanto costruire insieme la ‘civiltà dell’amore’, e per questo educare al dialogo rispettoso e fraterno tra culture e civiltà. Occorre dar corpo a un azione caritativa globalizzata, che sostenga lo sviluppo dei ‘piccoli’ della terra. Vicini a ogni situazione di povertà, a partire dalle ricorrenti emergenze nazionali e internazionali, voi potete fare in modo che i poveri si sentano, in ogni comunità, come ‘a casa loro’”. (…). “Più si riesce a coinvolgere i singoli e l’intera comunità, più efficaci risulteranno gli sforzi per prevenire l’emarginazione, incidere sui meccanismi generatori di ingiustizia, difendere i diritti dei deboli, rimuovere le cause della povertà, e mettere in ‘collegamento solidale’ sud e nord, est e ovest del pianeta. In questo campo quante possibilità si aprono al volontariato! Alle fresche energie di tanti ragazzi e ragazze che, grazie al servizio civile, possono dedicare una parte del loro tempo a interventi socio-caritativi in Italia e in altri paesi. In tal modo potrete contribuire a dar vita a un mondo in cui tacciano finalmente le armi e trovino attuazione progetti di sviluppo sostenibile”.
(Giovanni Paolo II, Discorso per i XXX anni Caritas)
“Una delle strade maestre per costruire la pace è una globalizzazione finalizzata agli interessi della grande famiglia umana. Per governare la globalizzazione occorre però una forte solidarietà globaletra Paesi ricchi e Paesi poveri, nonché all'interno dei singoli Paesi, anche se ricchi. È necessario un ‘codice etico comune’, le cui norme non abbiano solo un carattere convenzionale, ma siano radicate nella legge naturale inscritta dal Creatore nella coscienza di ogni essere umano (Rm 2,14-15). Non avverte forse ciascuno di noi nell'intimo della coscienza l'appello a recare il proprio contributo al bene comune e alla pace sociale? La globalizzazione elimina certe barriere, ma ciò non significa che non ne possa costruire di nuove; avvicina i popoli, ma la vicinanza spaziale e temporale non crea di per sé le condizioni per una vera comunione e un'autentica pace. La marginalizzazione dei poveri del pianeta può trovare validi strumenti di riscatto nella globalizzazione solo se ogni uomo si sentirà personalmente ferito dalle ingiustizie esistenti nel mondo e dalle violazioni dei diritti umani ad esse connesse. La Chiesa, che è segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano, continuerà ad offrire il suo contributo affinché siano superate le ingiustizie e le incomprensioni e si giunga a costruire un mondo più pacifico e solidale”.
(Benedetto XVI, Combattere la povertà, costruire la pace,n.8, 2009).
Signore Gesù,
è da duemila anni che ci hai insegnato il distacco dalle ricchezze per essere veri testimoni tuoi e veri evangelizzatori.
Come siamo lontani, o Gesù, dal tuo Vangelo!
Certo c’è sempre stato qualcuno che lo ha vissuto radicalmente, ma la comunità cristiana in se stessa non l’ha fatto, se non con gesti isolati.
In questo mondo in cui tra ricchi e poveri c’è un immenso baratro, dona ai tuoi discepoli di avere il coraggio di andare contro corrente, e di costruire un’economia fondata sulla solidarietà e non sul profitto.
Fa’ che i tuoi discepoli nelle singole comunità cristiane siano un cuore solo e un’anima sola e ognuno usi le ricchezze tenendo conto degli altri, dei poveri, in modo che questi si sentano di casa nella tua Chiesa, allo stesso livello degli altri e mai emarginati.
Donaci il coraggio di sentirci tutti fratelli e sorelle. Amen!
(Mario Galizzi)